I ragazzi dell’IPM

Ho compreso questo libro mentre non lo stavo leggendo. Ero in macchina, il sole del tardo pomeriggio bagnava i vetri, il Grande Raccordo Anulare scivolava sotto le ruote e mi stavo infilando in un ingorgo di cui non ero consapevole, e che mi avrebbe accolto di lì a qualche chilometro. 

Avevo terminato da poche ore la lettura di Barre, edito da minimum fax, del rapper e poeta Francesco “Kento” Carlo, un libro che racconta l’esperienza dei laboratori rap negli Istituti Penali Minorili (IPM). L’opera si distribuisce tra digressioni sui metodi per stimolare l’ascolto critico e la scrittura in versi, dialoghi serrati con i ragazzi, analisi delle disfunzionalità strutturali delle carceri minorili. I capisaldi su cui si poggiano le lezioni di Kento sono due: da una parte l’hip-hop, dall’altra le poetry slam (gare di poesia performativa tra poeti, in cui a votare l’esibizione è il pubblico stesso). 

Così, ancora a qualche curva dall’imbottigliamento, provavo a riorganizzare gli stimoli che il libro mi aveva consegnato, tentando di dare loro una forma. Poi ho ricordato ciò che mi ero ripromesso di fare da qualche giorno, e che avevo procrastinato: ascoltare il mixtape, sempre Barre, uscito in concomitanza con il libro. 

Solo quando ho fatto partire le canzoni su Spotify ho realizzato che la mia lettura poteva dirsi completa: le forme avevano assunto i loro contorni. 

«Ho scritto un libro nuovo, parla di essere liberi / E trovare dignità in un luogo fatto per non darne / Ho scritto un libro per parlare ai miei simili / Ma forse servirà più a me, ognuno ha le sue sbarre». 

Questo estratto, dalla prima strofa di Orologi molli (seconda delle tredici tracce del mixtape), rende nitidamente l’idea del ponte costruito tra le due forme espressive, il piano di dialogo senza cui entrambe possono dirsi, se non incomplete, depotenziate. 

Il ritornello di Cazzate (settima traccia), invece, fa così: 

«La mia gente non vuole più stare tra le sbarre / Pensa a ciò che manca, però è stanca di parlarne / Non si è abituata alle cazzate di un cantante / Vuole entrare in banca e andare a prendersi il contante». 

Se le rime possono risultare stimolanti, lo diventano di più leggendo l’incipit del libro, dove Kento dice ai ragazzi: «Non voglio cazzate». Il rapporto è dunque ribaltato: se nel testo scritto è l’insegnante a redarguire gli alunni, nel mixtape sono loro ad attaccarlo alla giugulare. Mi sono domandato per quale ragione accada questo, se alcuni concetti fluiscano nella mente dell’autore in una forma o in un’altra. O addirittura se le stesse idee possano trovare una loro via preferibile, duplicandosi come doppelgänger per esprimersi in una forma più limpida e una più oscura, maligna. Forse c’entra con il fatto che scrivere un libro è simile a scandagliare uno spazio sommerso, mentre suonare può voler dire affogarci dentro. 

Nel dubbio, ho domandato questo e altro direttamente all’autore. 

Tu hai scritto altri due libri, e forse questa domanda ti è stata già posta. Penso però sia utile per i lettori comprendere cosa spinga un rapper a esprimersi in un linguaggio diverso, specialmente alla luce di un mixtape con cui possiamo fare un raffronto. Dici sul blog di minimum fax: «Scrivere serve per anticipare o prolungare l’emozione del palco e a rendere più dolce e sopportabile – in salita e in discesa – il picco di adrenalina estremo che mi dà». Da quale scintilla è nata stavolta la volontà di scrivere? Pensi che, tra espressione musicale e saggistica, si possa rintracciare un diverso modo di organizzare l’esperienza?

Bella tosta. Prima di tutto Barre non lo vedo come un saggio. Barre è un libro di non-fiction narrativa: narrativa perché utilizza alcuni strumenti e tecniche del romanzo, non-fiction perché non è invenzione. Non ho potuto raccontare tutto per filo e per segno perché avevo due tipi di ostacoli: uno di ordine etico – non ledere la privacy dei ragazzi coinvolti – e uno giuridico, perché ho firmato accordi di riservatezza. Insomma, volevo evitare di danneggiare i ragazzi o andare in carcere io stesso e farmi fare il laboratorio da altri rapper. 

Quindi è un libro di non-fiction narrativa, anche se poi è chiaro che un’opera del genere diventa trasversale: il mio obiettivo (un po’ ambizioso) era di fare da alfiere su questo scacchiere del racconto, provando a trattare anche elementi propri della saggistica (la teoria del deficit, della minore preferibilità e della giustizia riparativa), ma con i piedi ben saldi nel mondo della narrativa. Sono d’accordo con te nel fatto che si sia trattato di un esperimento di scrittura, che sia stato come “tradire” in senso positivo la mia ispirazione originaria. 

Barre nasce nel 2020: appena siamo entrati in lockdown io avevo firmato per minimum fax. Avere questo libro è stato molto terapeutico, perché da un momento all’altro mi si sono interrotti i concerti e non avevo molto da fare. Però, dovevo scrivere e questa cosa mi ha salvato. Ho passato la prima settimana di lockdown a prendermi malissimo e riguardare le foto dei live. Il 2019 era andato molto bene, e il 2020 prometteva di andare meglio. E tutto è saltato da un momento all’altro. La prima settimana è stata dura – senza fare paragoni blasfemi e fuori luogo, duro è per i detenuti –, però ecco, l’anno precedente avevo fatto 70 date (tra concerti, ospitate e presentazioni), e passare da 70 a 0 è come fare un frontale con la macchina. 

Dopo la prima settimana, ho smesso di riguardare le foto e mi sono riscritto all’università (Mediazione Culturale, n.d.r.), scritto un libro e buttato giù trenta canzoni. Mi rendo sempre più conto, con il passare degli anni, che avere questi spunti creativi è una cosa che mi stimola molto, forse anche troppo. Io sono drogato di stimoli, ed è come l’effetto frusta: più sono alti e più sono bassi i picchi quando questi mancano. L’assenza di concerti è stato un abisso particolarmente basso nella mia vita. E adesso, per fortuna o purtroppo, sta succedendo il contrario: ho messo troppa carne al fuoco. 

Poi è chiaro che scrivere rap e un libro è diverso. Quando ho scritto Resistenza rap l’editor del tempo mi ha dato consigli molto semplici, ma particolarmente utili. Il primo è: «Nel dubbio scrivi, si fa sempre in tempo a modificare e cambiare». E questo è un grande consiglio. Il secondo è: «Occhio a usare il passato remoto: se vuoi rendere una cosa immediata raccontala al presente indicativo». Il terzo: «Quando non sai come mettere in ordine degli avvenimenti, mettili in ordine cronologico e non sbaglierai mai». Tre indicazioni molto semplici, ma che mi hanno aiutato parecchio.

Poi ho incontrato minimum fax, con cui ho bluffato, tra l’altro. Minimum mi aveva chiamato per parlare alla presentazione di uno dei suoi libri: Rap: Una storia, due Americhe. Io sono andato e poi, parlando con la responsabile degli eventi, le ho detto: «Ma sai che anch’io ho un libro che vi vorrei proporre?» Mi aspettavo che dicesse: «Sì vabbè, risentiamoci». E invece lei mi fa: «Certo, mandaci subito qualcosa da leggere». Io non avevo nulla. Sono tornato a casa e mi sono chiuso a scrivere tutta la notte, buttando giù i primi due capitoli di Barre. In una settimana avevo firmato il contratto. È l’ennesima conferma che quando le cose devono succedere accadono subito. Mio nonno diceva sempre: «Le cose lunghe si fanno serpi». 

E allora continuiamo con minimum fax. In un altro contributo sempre sul loro blog, dici che Il carcere (Einaudi) di Cesare Pavese è stata una delle opere centrali della tua educazione letteraria. Il protagonista è Stefano, confinato a Brancaleone per esser stato trovato in possesso di lettere compromettenti di stampo antifascista (esattamente come accadde a Pavese). La sua condizione di reclusione è, oltre che fisica, esistenziale. Per lui anche il mare, luogo di libertà per eccellenza, è «la quarta parete della sua prigione». Come si fa a evitare che i ragazzi reclusi erigano pareti agli stimoli? Si può trarre esperienza dal carcere e non semplicemente aspettare di uscire?

Dipende dalle occasioni che i ragazzi hanno: ci sono quelli che reagiscono male, che diventano criminali veri. Altri (la maggior parte) fanno passare la nottata. Sono pochi quelli che riescono a prendere qualcosa di buono, perché nel carcere qualcosa di buono c’è. Ma bisogna offrire di più. La prima cosa che dico ai ragazzi è: cogliete le opportunità. Se in carcere io ho una buona occasione e la perdo, non è detto che domani si ripresenterà. È una consapevolezza che non hanno. Però esiste anche una responsabilità per gli adulti: ancora troppo spesso i ragazzi stanno chiusi in cella ore e ore.  

Passiamo al metodo. Metti subito in chiaro che per comprendere l’hip-hop ci vuole impegno, dedizione, sudore. Ricordi a te stesso: «Fagli capire cos’è l’hip-hop, stimola un ascolto critico e consapevole, racconta, fornisci esempi concreti. Fa’ che la tua aula sia un cerchio, una crew, una comunità». Porti esempi di rapper contemporanei e non. Parli di Notorious B.I.G., e del suo processo di scrittura:

«Notorious B.I.G. partiva da un concetto, una rima o un’immagine. Non è detto che dovesse essere il primo verso della strofa, ma era il primo mattone su cui costruiva. Poi ne affiancava un altro, spostava, cambiava. Il tutto senza mai scrivere, ma ripetendo sempre a memoria. […] Tutto quello di cui aveva bisogno era nella sua testa».

Come si fa a insegnare l’ascolto critico? E come sei riuscito a guadagnarti la fiducia dei ragazzi, a creare quello che nell’hip-hop si definisce un «cerchio»?

L’unica vera difficoltà è far cambiare loro posizione e ruolo. Questi ragazzi, per la maggior parte della loro vita, non sono stati coloro che dicono ma coloro a cui viene detto. Per la prima volta possono essere dalla parte della capsula del microfono. È l’unico passaggio difficile del lavoro. Il fatto di dire: voi avete una voce, e questa voce può essere ascoltata. 

Loro poi sono nativi rap, e conoscono il genere. Comincio mostrando video mainstream, tipo Gucci Gang, e dico loro: voglio un voto da uno a dieci, ma me lo dovete spiegare. E già questo basta a generare la scintilla di un ascolto critico. Un ragazzo mi dice: «Gli do cinque», e io faccio: «Perché?», e lui: «Perché mi sembra una stupidaggine», e io, di nuovo: «Perché ti sembra una stupidaggine?», e così via. 

Giusto. È anche vero però che tu racconti dell’aula teatro dove insegni, e degli affreschi che la decorano. Ci sono figure dipinte, che non parlano di una redenzione che arriva con la poesia o l’hip-hop, ma «tramite il lavoro e l’istruzione tecnica». Poi citi Majakovskij: «L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo». Non ti sembra questo uno dei più grandi ostacoli della forma artistica? Far capire che serva a qualcosa? 

Ti dico che poesia viene da poiesis, che significa “produzione”. Però non voglio sfuggire alla tua domanda. Penso che l’utilità maggiore di quello che faccio sia dare strumenti espressivi ai ragazzi. È chiaro che uno su cento diventa un rapper forte. Ma a me interessano i novantanove che non lo diventeranno mai, che però hanno poggiato la penna sul foglio e hanno detto: e adesso che cavolo scrivo? 

Un aneddoto che tiro fuori spesso è quello di un ragazzo con l’aria da duro che partecipava ai miei laboratori, ma stava sempre in disparte. Un giorno si avvicina e mi fa: «Senti, io voglio fare il rap». E io gli chiedo: «Perché vuoi fare il rap?» E lui dice: «Perché voglio comprarmi tutte le Ferrari e rimorchiarmi tutte le ragazze». E io mi sono domandato: «Che faccio, glielo dico o non glielo dico?» Poi gli ho risposto: «Senti, va bene, mettiti a scrivere e vediamo che ne viene fuori».

Io sono abbastanza sicuro che questo ragazzo non si comprerà tutte le Ferrari e non si rimorchierà tutte le ragazze del mondo. Però sono certo che nel momento in cui ha poggiato per la prima volta la penna sul foglio ha fatto un’esperienza nuova. Ha capito che quel groviglio di emozioni, se diventa un filo unico con la penna, può essere qualcosa di interessante: che aiuta intanto a capire sé stessi e ad autoanalizzarsi.   

Allora ti faccio una domanda, e per introdurtela parto da I ragazzi della Nickel (Mondadori) di Colson Whitehead, che tu hai menzionato come uno dei riferimenti centrali per questo libro. La Nickel è un istituto che, nel momento in cui dovrebbe correggere e educare, affossa e incattivisce. Ti riporto un breve estratto: 

«I ragazzi arrivavano alla Nickel già guastati in vari modi, e subivano altri danni mentre erano lì. […] I ragazzi della Nickel erano fottuti prima, durante e dopo il periodo che trascorrevano nella scuola». 

Tu ricordi che lo scopo della detenzione dovrebbe essere la «riabilitazione dell’individuo». È difficile porre una domanda senza banalizzarla: però, secondo la tua esperienza, questo processo di riabilitazione si realizza? 

Ti rovescio la questione: quanto è accettabile che funzioni il processo di rieducazione nel carcere minorile? Abbiamo cento ragazzi, e di questi cento quanti ne dobbiamo rieducare o educare? Cento su cento? Siamo messi male allora; oppure ci accontentiamo di cinquanta? O di uno? Prima di lavorare nel carcere minorile una domanda del genere l’avrei vista come filosofica, ma filosofica non è. Perché se decidiamo che un ragazzo a quindici anni è perduto, tanto vale ammazzarlo. Se invece scegliamo di recuperarlo, allora abbiamo una responsabilità come società, e non solo come persone che lavorano all’interno dell’amministrazione penitenziaria. Io sono un esterno, ho un occhio da fuori e uno storytelling diverso. Ma è una domanda che ci possiamo fare tutti: fino a che punto stiamo facendo un buon lavoro?  

In effetti non è semplice: dici che il carcere è un «Moloch che si nutre di belle intenzioni e vomita noia, rabbia, nichilismo», oppure che, nei ragazzi: «L’attesa porta alla noia, la noia porta al fastidio, il fastidio porta alla rabbia, la rabbia a creare problemi a sé e agli altri». Quest’ultimo passaggio mi ha ricordato il ritornello di Danny Nedelko, un pezzo degli Idles, gruppo post-punk di Bristol: «Fear leads to panic, panic leads to pain / Pain leads to anger, anger leads to hate». 
L’hip-hop, secondo te, può spezzare questo loop? 

No, l’hip-hop da solo non basta. Aiuta a costruire uno strumento per esprimersi, ma non basta. Bisogna conoscere di più la realtà delle carceri. Tenerle presenti nelle nostre riflessioni, parlarne e capire che questi “luoghi forti” fanno parte del tessuto urbano. Quando vado a fare laboratorio nelle scuole, domando: «Ma lo sapete che ci sono ragazzi e ragazze come voi, dall’altra parte del muro della città, che sono reclusi in carcere? Secondo voi come passano le giornate?» E molto spesso vedo sguardi stupiti, che dicono: «Non ci avevo pensato». Ed è più grave che non lo facciano nemmeno gli adulti. Secondo me il carcere minorile è una realtà anacronistica, e tra cinquant’anni guarderemo indietro e diremo: «Ma veramente nel 2021 mettevamo ragazzi di 14 anni dietro le sbarre?» Sarà come quegli istituti giuridici, tipo il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, che leggi i vecchi codici penali e dici: «Ma è possibile che uno poteva stuprare una donna, poi proporsi di sposarla e sarebbe stato apposto così?» È folle, eppure esisteva. Io penso che il carcere minorile abbia questo livello di barbarie, nel suo esistere come struttura. 

Penultima domanda. Nel libro passi con facilità dai codici della cultura hip-hop a quelli delle poetry slam. Oltre che un rapper, tu sei un poeta (e un MC delle poetry slam, il Master of Ceremonies che supervisiona la competizione) e si vede che per te il passaggio è naturale, il ponte tra le due forme evidente. Ma se dovessi chiarire perché poesia e rap si parlano, come lo spiegheresti? 

Lo fanno attraverso la poesia performativa, quella scritta per essere recitata dal vivo. È uno scambio interessante da entrambi i lati, perché vengono rubate tecniche di scrittura e di esibizione sia dai poeti che dai rapper. La spoken word classica e la poesia performativa sono molto interessanti per il rap. 

Concludiamo dove abbiamo cominciato. Il libro e l’album dialogano: affrontano tematiche secondo prospettive complementari o divergenti a seconda dei casi. C’è uno dei due che è nato prima, o nella tua testa c’erano già entrambi?  

Orologi molli è una delle ultime tracce che ho scritto. Cazzate l’ho buttata giù quando già lavoravo in carcere, ma avevo voglia di trappare: infatti è un beat trap, e mi ci sono divertito tantissimo. Volevo che il mixtape fosse un lavoro coerente, senza risultare la didascalia del libro. 

Quindi sono nati contemporaneamente? 

Decisamente sì. 


C’è un aneddoto con cui mi sembra significativo concludere, anche se ormai sono lontano dal viaggio in macchina e dal traffico di Roma e da quel primo ascolto. Kento racconta nel libro che il rapper 2Pac aveva tatuato sull’addome THUG LIFE, ovvero VITA CRIMINALE. Quando gli facevano domande sul tatuaggio, però, lui dava anche un’altra interpretazione. 

Si trattava di un acronimo: «The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody». 

Abbastanza sorprendente, no?