Margini: oltre il nulla solo il punk

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25 luglio 2022: sulla home di Facebook compare questo trailer. Tre ragazzi che suonano punk hardcore in una stanza. Va avanti così per un minuto e mezzo: inquadratura fissa, le casse a tutto volume, testa e piedi che seguono il ritmo, i tre che si sentono come già sotto palco, magari nella ressa del pogo. Qualcuno bussa e li interrompe lamentandosi del rumore.

La descrizione del video recita:
«E che ne so, io ascolto solo il punk».
dispàrte, Manetti Bros. e Rai Cinema presentano:
MARGINI
Un film di Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti
Prossimamente al cinema

Margini arriva così: un film punk hardcore che nessuno si aspettava, ma di cui tutti avevano bisogno. All’inizio se ne sa pochissimo, nulla. Un trailer così volutamente rozzo e grezzo, così fondamentalmente punk, darebbe l’idea di una produzione indipendente. E invece c’è la Fandango di mezzo, mamma Rai e infine Manetti Bros (a bilanciare una situazione che stava diventando fin troppo borghese).

2008. A Grosseto suonano i Wait for Nothing, una band punk hardcore composta da Michele (Francesco Turbanti), Edoardo (Emanuele Linfatti) e Iacopo (Matteo Creatini). Michele è uno skinhead con moglie, Margherita (Silvia D’Amico), e figlia piccola, Alice (Aurora Malianni), ma con la voglia di lavorare sotto le scarpe. Edoardo vive a casa con la madre, che lo vizia, e ha un rapporto complicato con il compagno di lei, il Melis, proprietario della Sala Eden, una discoteca sempre vuota. Infine Iacopo e la sua doppia vita: violoncellista in attesa di essere chiamato nell’orchestra di Daniel Barenboim e, allo stesso tempo, tolta cravatta e camicia alla Clark Kent, bassista punk hardcore. La vita di provincia purtroppo offre poco e il massimo che i nostri riescono a fare è girare i palchi tra feste dell’Unità e sagre, oppure litigare per delle squallide salette di prova in mezzo alla campagna. Frustrati dalla monotonia provinciale, decidono di tentare l’impossibile: portare i Defense, una storica band punk hardcore americana, a Grosseto, e aprire il loro concerto. Contro ogni aspettativa, riescono a convincerli. Da quel momento parte il cronometro: per realizzare davvero il loro sogno servono un luogo e i soldi.

Con la fine dell’estate arriva anche il trailer ufficiale di Fandango, dalla grammatica più mainstream. Compaiono per strada i primi cartelloni con la locandina disegnata da Zerocalcare. Proprio alla locandina il fumettista ha dedicato un paio di tavole, ironizzando bonariamente sul memento mori che era diventata questa collaborazione. Purtroppo i ritardi e le produzioni lunghe anni sono tipiche del nostro panorama, specie i film che riguardano autori esordienti o piccole produzioni, giusto? Ho avuto il piacere di chiederlo ai diretti interessati: il regista Niccolò Falsetti, e gli attori Emanuele Linfatti e Matteo Creatini.

Niccolò Falsetti: I processi per la realizzazione dei film seguono tanto i bandi quanto la fumosa vita politica del paese. Dici: “Cazzo scoppia la guerra in Ucraina, cosa c’entrerà con Margini?!” E invece c’è stato nuovamente il rischio che non uscisse. La parte produttiva era partita bene in realtà. Sono stati due anni di scrittura, e poi tra il 2017 e il 2018 abbiamo partecipato al bando per lo sviluppo e lo abbiamo vinto al primo colpo. Da lì in poi però si è messo in mezzo di tutto. La cosa bella è che Matteo è stato uno dei primi a essere chiamato per il progetto e quindi anche lui ha vissuto la stessa sensazione di Michele (Zerocalcare), quel costante gioco di posticipazione e rimandi che fa perdere le speranze. Mentre Emanuele l’abbiamo conosciuto dopo, proprio in sede di provino. Durante lo sviluppo abbiamo tirato giù le proposte di casting.

Matteo Creatini: Li vedevo spuntare ogni tanto: “Oh tra poco si riparte con questo film sul punk, tra un po’ facciamo i provini”. E poi passavano due anni. C’è stato anche un periodo in cui credevo mi avessero preso in giro. Mio padre mi diceva: “Oh ma poi quelli del film del punk?”.

Niccolò: Siamo circondati da ragazzi che fanno il nostro lavoro da poco, cioè livello “cacati zero” insomma. Vedi che tante opere prime si impaludano e cominci a pensare che anche tu stia scivolando dentro quella fanghiglia lì. Quando abbiamo conosciuto Emanuele ci sembrava lo sblocco di cui avevamo bisogno; e poi è arrivata la pandemia, tanto per non farsi mancare niente. La cosa positiva, a posteriori, è che abbiamo avuto il tempo di curare il film fino alla nausea, la parte filologica sul punk, chiudere i provini e cercare le location con calma. Insomma l’organizzazione è stata seguita fino al minimo dettaglio.

Emanuele Linfatti: Io rispetto a loro me la sono vista servita su un piatto d’argento. Ho fatto i provini come sempre si fa, e quando c’è stato il Covid, non sapendo che ci stessero lavorando da anni, per me era normale che il programma si bloccasse e che il film venisse rimandato. Non era il primo progetto che si era frenato, quindi questa fatica non l’ho vissuta sulla mia pelle. Per me era un provino come tanti, poteva anche essere che non mi avessero preso e basta. Quindi il mio percorso è stato un po’ più semplice, almeno per quanto riguarda la preparazione e l’approccio al film.

Cinque anni. È difficile da spettatore credere che dietro Margini ci sia stato un tempo di produzione così lungo, in cui il film avrebbe potuto inabissarsi nella fanghiglia di cui parla Niccolò. Invece nessuno ha mollato, e lo si vede anche dalla prova attoriale. I Wait for Nothing risultano reali, autentici: è l’esempio di un lavoro davvero minuzioso, o più semplicemente sviluppato con amore e dedizione da chi quella vita la conosce e la sa trasmettere con entusiasmo.

Emanuele: Personalmente il mio legame con la cultura punk hardcore era quasi zero. Non con il punk in generale: ascoltavo il punk 77, ascolto i Clash che mi piacciono tantissimo, però l’hardcore era, sia a livello di sonorità che di scena culturale (perché la musica è solo una delle tante componenti di una scena culturale), un mondo a cui non mi ero ancora accostato. Il trucco è stato seguire un po’ Niccolò e Francesco, che, in un certo senso, non hanno dovuto far altro che essere loro stessi e raccontare la loro esperienza, che era ciò che ci interessava riprodurre. Non è un’epica punk, non è un film sul punk, noi lo diciamo sempre, né sull’hardcore. È una storia. Quello che almeno a me è bastato per il film era conoscere la loro di storia. Per l’interpretazione dei protagonisti, non mi sono ispirato a riferimenti particolari. Mi sono sentito subito molto vicino al personaggio di Edoardo, che potrebbe apparire lontano da me (come esperienze di vita) e dai ruoli che interpreto… però un mio amico che ha visto il film mi ha detto: “Secondo me sei stato credibile perché a te nella vita rode sempre il culo, sei sempre incazzato”. E in un certo senso è vero: questi personaggi hanno dei sentimenti talmente profondi che non serve essere nati in provincia per capirli, basta avere un briciolo di empatia, perché quella frustrazione, quella sensazione di difficoltà la proviamo tutti quasi sempre. Poi ovviamente sono stato guidato da Niccolò e Francesco: su come tenere la chitarra a su che cosa sia la natura di Grosseto. Inoltre anche Matteo è di Rosignano, quindi ho sempre avuto tanti feedback, abbiamo avuto tanto materiale su cui lavorare, anche solo parlando, ascoltando e ascoltandoci.

Matteo: Io sottoscrivo quello che ha detto Manu. Ho un percorso leggermente differente perché faccio il musicista da anni, sono nato in provincia e ho sempre vissuto in provincia. Anche se vengo dalla scena rap ho scoperto grazie a Nicco che in Italia tanti personaggi musicali rilevanti, ma in generale tante persone, condividono questa consapevolezza che il rap e il punk sono due scene che hanno dialogato spesso nel corso della loro storia. Abbiamo trovato tantissimi punti in comune. A monte siamo quattro ragazzi – la band sul grande schermo siamo io, Manu e Fra, ma Nicco fa davvero parte dei Wait for Nothing – a cui piace la musica. Adesso ci ritroviamo a ridere per i meme a tema, a riconoscere le band («E ad apprezzarle», aggiunge Emanuele), ci mandiamo i brani e così via. La cosa figa di questo film legato alla musica è che Nicco e Fra hanno una passione tale per l’argomento che sono riusciti a trasmetterla anche a me e a Manu. Si è creato un reale interesse: abbiamo approfondito e ci siamo calati dentro la cosa. Tuttora io non mi reputo un cultore di punk: sono però passato dal saperne poco a saperne abbastanza, perché i ragazzi ci hanno guidato in una full immersion.

Emanuele: Aggiungo che davanti a un concerto hardcore è difficile rimanere freddi. Se rimani freddo è perché sei un po’ un puzzone, non so se mi spiego. Lì davanti, quando senti quella musica, vedi fisicamente quello che sta accadendo sotto palco, che cosa ti restituisce il pubblico che ascolta. Anche i miei amici che sono venuti al Margini Fest a Roma sono impazziti e si sono messi a pogare tra il pubblico. Un mio uno di loro mi ha detto: “È una droga! È una droga!”. E lo è.

Niccolò: È bello perché è la prima intervista che faccio anche con Manu e Matte. Io e Fra pensavamo di ripetere sempre le stesse cose e infatti cominciavamo: “Come diciamo sempre”. Ma poi a chi? Chi ci conosce? Dopo la terza volta al giorno che ripeti le stesse cose avere quantomeno un’altra opinione è molto bello. La loro parola vale parecchio più delle nostre. Quelle mie e di Fra erano intenzioni: per me la carta fortunata, il mio tarlo, è la recitazione, e in questo film è particolarmente importante. Non ti devono per forza stare simpatici i personaggi, ma ci devi quantomeno empatizzare. Volevamo trasmettere il fatto che si tratta di una storia vissuta, conosciuta nella nostra tribù, e far riconoscere la cittadina di cui parliamo. Se la scena punk non si ritrova in quel che racconti, allora hai toppato tutto. È bello sentirsi dire dalle signore che vanno dal parrucchiere: “Che bellino! Eri più giovane nel film”. È bello perché il film parla a un pubblico molto più ampio di quello che pensavamo, però, devi sempre tenere in mente un pubblico di riferimento. C’è un linguaggio, dietro al punk hardcore, fatto di comportamenti e di costume. Ad esempio, una cosa che a causa della pandemia ci è mancata tantissimo è stata andare ai concerti con Emanuele e Matteo: volevamo far scoprire loro quel mondo. Non perché dovesse per forza scattare un legame per la musica, ma alla fine è successo, comunque. Matte ora si spara i Bull Brigade.

E Margini su questo è impressionante. Non solo il punk e i personaggi, ma l’intera vita di provincia è ricostruita con una precisione millimetrica, con un rapporto 1:1. Il film ha diverse scene nelle quali viene sviscerata la routine della vita provinciale (i permessi da chiedere al comune di Grosseto, la sala prove in campagna, la Sala Eden del Melis), ma anche frammenti provenienti proprio dalla cultura punk hardcore – dove per chiamare una band americana basta uno squillo ma per poi farla venire servono migliaia di dollari. Il tutto servito con un’ironia squisita e una punta di amaro.

Niccolò: Noi volevamo fare un film sulla provincia, il punk era il mezzo di contrasto da iniettare nella venatura per raccontare una roba comprensibile. Raccontarla 1:1 sarebbe stato un po’ logoro. Cercavamo una serie di situazioni in cui sarebbe emersa la provincialità, volevamo mantenerla nei protagonisti. Una realtà che riguarda anche noi: io, Fra e Matte siamo e rimaniamo dei provinciali di indole e testa, nonostante i legami, il modo in cui parliamo, la piccola attenzione alle dinamiche comportamentali. Io vivo a Roma da una vita e ho imparato da mio cognato la dimensione dello sticazzi; per noi, invece, uno screzio piccolissimo può diventare la crepa che fa saltare rapporti e situazioni. Basta una virgola detta male e la gente in provincia non si parla più.

Matteo: Io dico, da ragazzo di provincia, che in realtà tantissime scene che si vedono nel film sono divertenti perché non costruite ad arte ma molto reali, prese dal quotidiano. Nicco e Fra sono due ragazzi molto schietti, non scrivono per commuovere o per far ridere, ma fanno ridere e commuovere perché sono reali, non hanno voluto dipingere Grosseto e la provincia in modo macchiettistico. Persone che conosco si sono sentite male dalle risate per la scena della Festa dell’Unità e io da musicista li capisco perfettamente. È capitato a tutti i musicisti di esibirsi alla Festa dell’Unità che, spesso, soprattutto in provincia, è l’unico evento un po’ più grande con dei fondi comunali che permettono più headliner. E alla fine tu ci vai sempre perché è l’unico spazio di visibilità, però ad applaudirti trovi tua madre, tua nonna, i tuoi fratelli, i tuoi amici, la Onlus del paese. E come questa tante altre cose, come la sala prove nel rudere, in cui la gente ti viene a rompere le palle anche se sei perso nel nulla. Sono scene che chiunque vive in provincia si trova ad affrontare. Fanno venire un sorriso un po’ amaro: “Fa ridere ma fa anche riflettere”, come si dice.

Parlando di Margini è impossibile non pensare a La guerra degli Antò (1999) di Riccardo Milani tratto dall’omonimo romanzo (1992) di Silvia Ballestra. Ambientato a ottobre del 1990, racconta di quattro punk di Montesilvano in provincia di Pescara, tutti accomunati dallo stesso nome di battesimo (Antonio appunto) e dalla passione per la musica, l’abbigliamento e la cultura punk. Il protagonista fra loro, Antò Lu Purk, interpretato nel film da Flavio Pistilli, decide di fuggire da questo mondo ristretto che lo rifiuta, iscrivendosi prima al DAMS di Bologna e poi fuggendo ad Amsterdam. A dispetto delle somiglianze con Margini, una differenza si impone granitica. Gli Antò, di fronte a una realtà che li respinge, dove il capitalismo ha vinto e la globalizzazione comincia a diffondersi, fuggono, abbandonano le posizioni o conducono una lotta passiva, in cui le armi non sono altro che la loro stessa esistenza, con cui sporcano il paesaggio provinciale e immutabile. I Wait for Nothing invece, donchisciottescamente, combattono ogni giorno, non solo mantenendo la posizione ma cercando di avanzare, di resistere. Riuscire ad avere i Defense a Grosseto rappresenta questo e molto altro.

Niccolò: La Guerra degli Antò è un film di passaggio, se vieni da quel mondo non esiste guardarlo o meno: l’hai visto e basta, anche perché arriva in un momento della vita in cui quella pellicola parla di qualcosa che senti vicino, contiene della musica che senti vicina. Io ho sempre trovato geniale ambientare una storia punk a Montesilvano, per quanto loro poi spazino di più, fino a Bologna e Amsterdam. È una piccola epopea di provincia. Era un momento storico diverso, ma sarebbe assurdo dire che quel film non fa parte dell’enorme materiale che abbiamo studiato per Margini. Anche perché, come dicevamo, la lunga gestazione ci ha permesso di studiare abbondantemente. Partivamo dalla voglia di saccheggiare un film, per noi cult assoluto, che è This is England (2006) e tutta la sua l’operazione narrativa. In quella pellicola abbiamo trovato qualcosa di più, il regista è riuscito a raccontare non solo una storia, ma un contesto: l’Inghilterra thatcheriana vista da figure marginali. C’è una grandissima maestria nella scrittura, nella direzione degli attori e nell’interpretazione – tanto che dal film è poi stata tratta una serie di dieci puntate, una serie che ti spacca completamente il cuore, proprio perché ti lascia la sensazione di aver vissuto insieme a loro quella decade. Il regista Shane Meadows è eccezionale nel dirigere le improvvisazioni, e più in generale, i personaggi e nello stare macchina a spalla.
Abbiamo studiato molto anche un film linguisticamente più pulito come L’Odio (1995): il contesto delle banlieue di quegli anni e il racconto di ragazzi che hanno una vitalità e naturalezza prorompenti. Avevamo bisogno di film che avessero al centro una storia, ma che questa fosse anche un pretesto per analizzare un contesto. Un altro, inaspettato, film che per noi è stato molto importante è Full Monty (1997). È un film molto lontano da Margini ma tratta gli stessi anni e temi di This is England: la crisi del lavoro in Inghilterra, il paesaggio industriale degradato, argomenti forti. Uno studio approfondito, per un film che non voleva essere una completa commedia. Abbiamo cercato anche noi di evitare la trappola del film comico. Essere punk a Grosseto può far ridere, ma a un certo punto doveva arrivare anche la forza dei personaggi.

Emanuele: A me quando sono arrivate le reference dei film da vedere per prepararmi ero felicissimo, perché due sono film che ho amato. Ho visto This is England quando avevo quindici anni, perché al tempo mi sparavo tutti film sulla cultura casual inglese. Ed è un attimo che da quella roba puoi arrivare al punk o agli skinhead. In streaming all’epoca c’era solo in inglese e l’avrò visto cinque o sei volte. Quello che dice Niccolò è verissimo, perché alla fine del film avevo una malinconia pazzesca, che andava oltre la durezza della storia: sentivo che ero stato un’ora e mezza con loro, ero uno di loro; invece poi mi giravo e stavo sulla Cassia. Tempo dopo, quando uscì in Italia, lo andai a vedere tutto contento ma doppiato era orrendo, sembrava una fiction di basso livello. A proposito di doppiaggio i miei mi chiedono spesso: “Ma se va all’estero Margini come lo doppiano? Se va in Inghilterra sceglieranno un dialetto di una provincia inglese per tutto il paese?”. Avevo molta paura di rivedere This is England dopo dieci anni e invece l’ho apprezzato molto di più. In This is England si ha la sensazione di far parte di qualcosa di grande, mentre ne L’odio i personaggi hanno la percezione di vivere in qualcosa di piccolo, isolato. Margini è questo spazio ristretto. I protagonisti vanno a Firenze a vedere un concerto, oppure a Roma, ma alla fine rimarranno sempre lì, soli. Secondo me questo contrasto fa il dramma di loro tre, questo rimbalzare sul muro ogni volta che si cerca di fare o tentare di fare qualcosa. In questo senso L’odio e This is England sono riferimenti che ritrovo tantissimo nel film.

Matteo: Io posso aggiungere poco. Per me che vengo dal rap L’odio era uno dei cinque film che hai visto per forza, non guardarlo significava essere fuori dalla cultura hip hop. L’avrò visto almeno quindici volte, visto e rivisto con la mia compagnia di amici, ci abbiamo basato tante gag. È un’opera che ha impattato tanto sulla mia vita e ritrovarla in Margini è stata una sorpresa. Mentre This is England non l’avevo mai visto e l’ho recuperato insieme a tutti i documentari, i video, e la musica, generi e sottogeneri. Con Manu c’era un costante scambio di fonti. Alla fine This is England si è rivelato fondamentale come reference.

E poi, dopo un’ora e un quarto di film in cui i Wait for Nothing cercano in tutti i modi di aprire il concerto dei Defense a Grosseto, arriva il finale. Ed è incredibile. Che piaccia oppure no, la chiusura di Margini è particolare. Una battuta d’arresto al ritmo e alla grammatica del film che equivale a tirare il freno a mano in corsa sull’autostrada. Tutto improvvisamente si ferma, e in questa bolla spazio temporale di quasi più di dieci minuti i nostri protagonisti si ritrovano ad affrontare un altro giorno di vita nella provincia toscana, come se nulla fosse accaduto. Una camera car (la macchina da presa sul cofano dell’automobile) inquadra Michele ed Edoardo silenziosi. Sui sedili posteriori si percepisce l’ombra di Jacopo, il loro bassista, che tra la band e l’orchestra, a pochi giorni dal concerto, ha scelto la seconda. Lo chiamano comunque. Lui non risponde. Alla fine i Defense hanno suonato, il giornale della provincia ha riportato l’avvenimento con incredulità benpensante. Qualche moneta in una bustina, il cachet, e una denuncia per disturbo della quiete pubblica. Loro però su quel palco non ci sono saliti, se non per fare stage diving.

Niccolò: Ormai il film non ci appartiene più ma appartiene a chi lo vede; la sua corporeità è data dagli spettatori. Un capitolo chiuso in qualche modo. Le intenzioni erano quelle di lasciare una certa ambiguità, più che altro una precarietà dei personaggi, senza sospensioni narrative. Alla fine la storia sulle ambizioni del momento, il loro obiettivo, si chiude, e tutto rimane uguale a sé stesso, come accade sempre a Grosseto, e ritorna quel placido e accogliente nulla. Anche dopo un concerto, riemerge l’horror vacui. Sul fronte della scrittura io e Fra siamo stati per anni molto in difficoltà a lasciarci dietro Jacopo, perché era il personaggio che sentivamo più vicino, quello che come noi aveva abbandonato la provincia. E il nostro terzo sceneggiatore (Tommaso Renzoni) ci diceva sempre che noi volevamo troppo bene a queste figure. Io avevo un feticcio visivo: la macchina con loro tre a bordo. E invece poi mi sono reso conto che senza qualcuno di loro, quella macchina aveva molto più significato, così come il loro rapporto.
Se c’è una linea evolutiva di Margini è la loro amicizia, più forte di quello che credevano all’inizio. Chi manca alla fine, dentro quella macchina, è stato il personaggio più difficile da scrivere e da sviluppare, paradossalmente perché era il più vicino a noi. Quello meno stereotipicamente punk, il meno radicale, più simile al nostro vissuto perché noi siamo quelli che se ne sono andati da Grosseto. Caratterialmente possiamo avere più vicinanza con uno o con l’altro, ma in realtà siamo più legati a lui e forse volevamo tutelarlo, salvarlo da alcuni dilemmi; invece poi abbiamo accettato di fargli fare le scelte che voleva.
Sapevamo che l’attesa del concerto dei Defense guidava narrativamente il film, ma sul finale doveva assumere un valore diverso: l’obiettivo iniziale per loro era aprire il concerto, e averlo mancato doveva risultare un fallimento. Un fallimento che però andava vissuto con la consapevolezza di essere riusciti a portare i Defense a Grosseto, e quindi di aver fatto qualcosa di grande. Doveva essere un insieme di sentimenti contraddittori. Quella scena in macchina ha avuto un morbido crescendo senza strappi, senza troppe fatiche. Girare in auto per gli attori è stato fichissimo, perché sei molto più libero e non hai pressione intorno. L’unica raccomandazione che avevo dato era di prendersi tutto il tempo del mondo. Avevamo tante opzioni di montaggio su quel finale, però tutti vedendolo, mentre lo giravamo sul nove posti, ci siamo commossi. Il ciak che poi è stato montato, che tu hai visto, è una scena che è andata al di là delle più rosee aspettative. A un certo punto si è trattato anche di ascoltare il nostro istinto.

Matteo: Penso che il finale di Margini sia bello perché se ce ne avessimo messo un altro, troppo ridanciano, o comunque di grandi emozioni, sarebbe stato un po’ una favoletta. Invece non è una storiella, non è una caricatura della provincia o della vita di qualcuno, è una storia con una sua dignità, con alti e bassi, con lo squallore ma anche la dolcezza dei personaggi. Quindi secondo me – e io, l’abbiamo detto, sono di parte e vengo dalla provincia – quel finale placido da un certo punto di vista è un pugno nello stomaco ancora più forte perché vedi che, nonostante tutta l’emozione investita dai personaggi in tutta questa storia, alla fine non succede nulla. Intorno a loro non accade niente, tutta la loro passione e le loro emozioni non cambiano di una virgola il mondo che hanno intorno. È giusto secondo me che chi vede il film esca confuso dal finale o comunque ci ragioni, penso che sia una cosa molto importante, alla quale ormai ci siamo disabituati – le opere danno risposte immediate, messaggi chiari. Invece è bello che questo film si trascini per qualche giorno, finché non viene trovata una risposta. Ovviamente ognuno ha la propria.

Emanuele: Tocca dire che lo spettatore – e nella definizione metto anche me stesso, la mia non è una critica snob al pubblico – pensa o al finale amaro o al finale felice, mentre tutto ciò che non è una di queste due cose è una via di mezzo. Questo finale non è una via di mezzo. È molto chiaro invece ed è ciò di cui parlava Niccolò: i protagonisti continuano, un rondò dopo l’altro, ad aggirarsi in un posto in cui le cose non cambiano e, secondo me, diventa un finale triste proprio perché non porta da nessuna parte, perché è coerente con la realtà che si vive a Grosseto o in qualunque altra provincia. Secondo me il finale è questo: sottolineare questa fatica, che quando realizzi qualcosa resta comunque circoscritta, e non c’è nessuno all’esterno che terrà in considerazione quello che fai. Sarà sempre una lotta personale e donchisciottesca.

Margini è riuscito a restare nelle sale per due mesi interi, ha avuto un buon riscontro di critica e pubblico ed è stato presentato in anteprima e applaudito alla Mostra del cinema di Venezia. Per un film la cui lavorazione è durata cinque anni, tra continue sospensioni, incertezze e paure, è un ottimo risultato. Un esito che può ispirare tanti giovani registi, sceneggiatori e attori a credere in progetti diversi dalla produzione mainstream italiana. A provare l’impossibile. Anche un film punk ambientato a Grosseto.

Niccolò: Consigli non riesco a darli. Anzi, sono uno che ne ha ancora bisogno. È difficile definire che cos’è per noi Margini a livello di percorso personale. Il traguardo, innanzitutto, è stato realizzarlo. Sembrava una sfida impossibile, un po’ come portare i Defense a Grosseto. Per noi è il set è stato già una vittoria. Abbiamo avuto la fortuna di riuscire a mettere insieme la troupe che volevamo, che lavorava con il nostro spirito e un certo tipo di leggerezza, senza perdere professionalità e capacità di fare cose belle. Produzione, maestranze, reparti, tutto si è mosso in questa direzione. L’altra vittoria poi è stata personale, nel vedere che il film rispondeva a quella che era la nostra idea iniziale. E poi Venezia: alla prima proiezione eravamo tutti una maschera di lacrime, è stata un’esperienza che ci ha devastato emotivamente. Se dovessi dare un consiglio a chi vuole fare questo mestiere è di circondarsi di belle persone, che non ti facciano vivere il lavoro come qualcosa di tossico o necessariamente negativo. Io e Francesco ci diciamo spesso che è importante cercare persone con le quali non è difficile mandarsi a fanculo, perché saper divergere fa parte delle relazioni, ed è importante litigare e riuscire a ritrovarsi. Un po’ come una band: fai una cosa fica ma è ancora più bella perché l’hai fatta con i tuoi amici.

Emanuele: Oltre al mio primo ruolo da protagonista Margini mi ha lasciato, con Francesco, Niccolò e Matteo, la cura e il rispetto per l’espressività artistica che un attore deve avere quando lavora a un film o a uno spettacolo. Questa scoperta io la devo a loro. Se sia un punto di svolta in generale non lo so, lo spero, però nella mia personale storia artistica già lo è. A prescindere se diventerò famoso o meno. Per me è stato sicuramente un salto; neanche io mi sento di dar consigli ai miei colleghi se non quello di pesare le scelte che si fanno. Di pensarci due volte a dire: “Però è l’opera prima…” A volte le cose che non portano fama o chissà cosa sono le più importanti. Bisogna saper scegliere i film che si fanno. Non ci si rende conto che un progetto piccolo può comunque essere fondamentale per la propria esperienza artistica.

Matteo: Io personalmente penso che Margini possa essere un esempio, e forse è la cosa più importante, perché ci si sempre basa sugli esempi altrui: vedi un artista che ti piace e vuoi essere lui, ci vedi un percorso che ti rappresenta e vuoi riportarlo nella tua esperienza. Margini è un film fatto da amici tra amici. Spesso si sente dire: “Eh no, per fare le cose in un certo modo ci devi mettere i nomi di richiamo; devi fare certi compromessi; eh no, il successo lo fai solo se…”. E in realtà non è vero. Non ci sono regole e si può fare veramente un film tra amici, se si ha un’esigenza reale. Poi magari questo film diventa un bel film, che soddisfa le persone che ci hanno lavorato e per me è la cosa più importante. Quel che posso consigliare è di fare i film in questo modo, ma anche i dischi così: fare le cose insieme alle persone a cui tieni e che apprezzi davvero, fuori da logiche terze. Se hai urgenza di raccontare una storia, se c’è l’impegno e la stima delle persone con cui lavori, sicuramente una cagata non la fai.