(La) Fedeltà (non) è una cosa seria

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Premessa: ho letto Fedeltà di Marco Missiroli e l’ho apprezzato. Non posso dire lo stesso dell’omonima serie tv targata Netflix uscita il 14 febbraio scorso. Di seguito parlo del rapporto tra il romanzo e la serie tv e, in gran parte, delle ragioni per cui la seconda non funziona. Perché, quindi, scrivere di un prodotto che – è già chiaro – non consiglio? La vecchia asserzione che il libro è (sempre) meglio del film? No. È più un esercizio eziologico. Ma procediamo passo passo.

Uno. Rettifico (in parte) la prima affermazione. Di Fedeltà ho apprezzato il discorso-oggetto. Nello specifico: Missiroli ha trovato un grande equilibrio tra linguaggio-oggetto e metalinguaggio, tra il tema della fedeltà e le vicende dei quattro protagonisti principali – Carlo, Margherita, Sofia, Andrea. In altri tempi, Missiroli sarebbe stato definito uno scrittore “erudito”; Fedeltà, infatti, ribolle di un intertesto variegato e didascalico, ma a livello narratologico, il romanzo precedente Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015) è di gran lunga superiore. Fedeltà vive di un’intenzione, più che di un’intensione, e – caso eccezionale – è sufficiente. L’intercapedine della natura bivalente del limite, spaventoso e attraente, è il motore del tetraedro relazionale della storia. Per dirla con Flaubert: un’educazione sentimentale che è fenomenologia dell’intenzione. Ecco la prima sostanziale frattura tra romanzo e trasposizione: se il primo ricerca le cause, la serie propone una narrazione (solo) delle conseguenze. Faccio un esempio: nel romanzo, il rapporto/tradimento di Margherita con Andrea non c’entra con il malinteso tra Carlo e Sofia; Margherita non tradisce il marito per ripicca, come suggerisce la serie, al contrario ne ha voglia, lo desidera.

Due. L’escatologia della serie pretende di essere la stessa di Fedeltà. Mi spiego: mia madre, che è una donna nata nel 1970 nel villaggio Fiat di Crescentino e che ha avuto un’educazione rigorosamente cattolica, dopo aver letto il romanzo mi ha detto, «non pensavo la fedeltà potesse essere intesa in questo modo». La ciccia teoretica di Fedeltà è questa; mia madre fa riferimento alle domande-matrici del romanzo: “tradimento” è una parola sbagliata? Cos’è la fedeltà? La dobbiamo agli altri o a noi stessi? Quesiti che la serie riprende più volte nei suoi sparuti momenti di lucidità, a dimostrazione che il quid tra i due prodotti vuole essere lo stesso. Tentativo fallito. La matrice è ricalibrata, ampliata: i sei episodi trattano della fedeltà a un ruolo. Un esempio. Nella serie le figure femminili sono caricaturali, passive, tossiche. Margherita, prima di essere una donna, è la moglie di Carlo, che è un uomo, un professore, uno scrittore di successo (una delle tante invenzioni degli showrunner: nel romanzo, infatti, Carlo non è autore di nessun libro di successo). Di lui sappiamo molto in poco tempo; di lei, alla prima apparizione, ci pare di capire lavori per un’agenzia immobiliare, quando, all’improvviso, eccoci nella più scadente delle parodie di Fifty Shades of Grey, senza openspace e skyline di Seattle (o quasi), ma con musiche softporn a palla. Il titolo di Fanpage è prolettico: «si fa più sesso in Fedeltà che in una vita intera».

Tre. Il sesso, quindi. Il titolo di Fanpage è provocatorio. La quaestio non è l’estensione, ma i criteri che guidano la diffusione/rappresentazione del sesso nella serie. Mi allaccio all’esempio del punto due. Nel romanzo Sofia è una ragazza schiva, timida, insicura, tant’è che andrà via da Milano senza fare ritorno (a differenza della serie). Nei sei episodi, invece, il personaggio di Sofia è risolto nel più svilente dei cliché: metà tormentata, metà arrapata. Come per Margherita, il sesso è il dispositivo classificatorio del ruolo femminile nella serie. Entrambe sono donne in quanto punti di accumulazione: accolgono il desiderio, e stop. Consideriamo il tradimento di Margherita: è contro Carlo. Resterebbe una scelta innocua, se non fosse che l’ennesimo plot twist rispetto al romanzo cambia le carte in tavola: in Fedeltà – che gioca sul non detto, sul malinteso – non è chiaro (e soprattutto non è importante) se Sofia e Carlo consumino; nella serie è il punto d’arrivo, enfatizzato a dismisura, la conseguenza, autorizzata dal tradimento di Margherita. Una narrazione preistorica in cui il senso di colpa è a corrente alternata. Nella serie il sesso è strumento sociologico e antifemminista. Nel romanzo è anzitutto evento epistemico, orizzonte esistenziale, coefficiente intenzionale. La serie ci prova sul serio una volta sola: Margherita dice al fisioterapista di sentire dolore vicino al pube, anche se non è così, sperando che lui la tocchi sempre più a sinistra dell’inguine. Sarebbe una sequenza cruciale, se non dovessimo sorbirci il ritorno delle musichette softporn e la contestuale trasformazione del personaggio di Andrea nel Mr. Grey di Centovetrine. Dopo la visita si saltano addosso, perché lei l’ha provocato. Il sesso è l’unica merce relazionale, invece che locus conoscitivo.

Specifico: ben venga che Margherita e Sofia siano (mostrate) eccitate, siamo nel 2022. Il problema è se quello è il loro fenotipo onnicomprensivo, l’unica caratteristica con cui costruire una tassonomia: la moglie devota, l’amante, la studentessa arrappata, la sfasciafamiglie etc. I rispettivi successi professionali (altra invenzione) di Margherita e Sofia sono un tentativo scomposto di inverare il ruolo femminile nella narrazione precedente. Fedeltà – come suddetto – è fenomenologia dell’intenzione; la serie è piaggeria dell’orgasmo agognato/simulato. Ma capire chi finge è difficile per tutti e tutte. Da Elle che sostiene che la serie è piena di domande per noi, a Wired che racconti in modo autentico amore e disamore.

Infine. Perché questa rappresentazione di Fedeltà? Al di là delle esigenze legate al marchio Netflix, c’è dell’altro?

Non si tratta di organizzare un’apologia di Fedeltà, bensì di riconoscere che un altro approccio al romanzo avrebbe impostato una discussione sincategorematica del tema fedeltà, che a sua volta avrebbe evidenziato l’immaturità emotiva e/o sessuale (quantomeno) italiana; al contrario, la serie trasforma persino l’intrattenimento – sempre legittimo – in scandalo da soap opera. Perché in tre quarti dei casi, la rappresentazione italiana del sesso deve avere un termine scandalistico: lo vogliamo vedere, perché ne parliamo poco e non come vorremmo. La prospettiva è sempre la stessa: Margherita che si inginocchia in un bagno pubblico per praticare sesso orale a Carlo. Manca la carica destabilizzante e intimistica che in Missiroli era chiarissima: «Quando scopava con suo marito non pensava a niente; certe volte si ascoltava gemere e gemere e gemere e dimenticava che era una madre e una moglie e voleva solo essere una puttana». Eccoci, credo, al punto: la fedeltà è una via d’accesso alla nostra identità? Manco per idea. Nel romanzo era uno strumento (spia) sociologico, gerarchico; nella serie è metro teologico, quindi identitario. Un’occasione persa.