L’uomo: il multiforme navigatore di se stesso

6 min. di lettura

Utopia si conferma editrice seriale (e ce ne auguriamo ancora tante, di sue pubblicazioni) di opere finissime, vagliate da una critica acuta su ciò che è letteratura a tutto tondo. Come detto dalla stessa casa, Utopia non propone libri che si vendono, ma vende libri che si devono proporre. Le crediamo, e, da cultori delle lettere, supportiamo una simile convinzione. E non è un caso che Entronauti di Piero Scanziani non deluda le aspettative dei lettori che ricercano elevatezza stilistica in formato tascabile.

Insomma, una bellezza che andrebbe diffusa a dispetto di una facile accessibilità alla creazione poetica e di altra, tanta, troppa letteratura che non avrebbe bisogno di essere scritta o pubblicata. Ecco perché Utopia, pur così giovane – ricordiamo che ha solo due anni –, sorprende per la sua ricercatezza, che fa rima con selettività.

Entronauti è una riscoperta sorprendente che regala un ritratto dell’uomo fuori dall’ordinario: il navigatore di se stesso e dentro se stesso, cioè l’entronauta. L’autore scrive dell’uomo come di una scatola senziente e cogitante, una matriosca di filosofia e misticismo, che si intrecciano in un romanzo dalla sensibilità particolareggiata.

Piero Scanziani nasce a Chiasso, nella Svizzera italiana, nel 1908, giornalista e scrittore candidato al Nobel per la letteratura. La prima edizione di Entronauti risale al 1969; riesce, con uno stile che, nella sua semplicità, contiene complesse genealogie di pensiero, a donare al lettore un riflesso tangibile dell’interiorità umana, descrivendola come un universo negli universi. Viaggiare nello spazio e nel tempo: tutto questo era già presente negli entronauti prima delle moderne esplorazioni spaziali, delle odierne scoperte scientifiche. Una pluridimensione che incanta e contempla l’inarrivabile.

A un certo punto della sua vita, l’autore decide di raccogliere le sue esperienze di viaggio. Scanziani giornalista parte per il mondo intervistando filosofi, sufi, santi e pseudo-tali; rotte che disegnano tracciati molteplici, fatti di un’irrequietezza che alimenta altra irrequietezza. Non la tranquillità, ma l’inquietudine, con quella giusta dose di euforia, alimenta l’uomo nella sua ricerca di conoscenza, che, come si tiene a precisare, è cosa diversa dal sapere.

Ogni altra questione moderna – il lavoro, il sabato con gli amici, la tv – è un’inezia rispetto alla grandezza di ciò che è possibile trovare (se non lo si ha già) dentro se stessi: l’irriducibile movimento, l’eco del Suchende di Hesse che Scanziani riscopre in un libro che è un reportage e un romanzo, senza avere l’ardire di profetizzare alcunché. Come i migliori Suchenden, la ricerca deriva dal nostro moto perpetuo; una volta arrivati a un punto, non resta che andare avanti.

In un mondo di capillare omologazione, il protagonista si imbatte nei filosofi della sua contemporaneità: neo-Platoni, monaci del monte Athos, individui che hanno consacrato la propria vita al Gange, sensitive inglesi. Donne e uomini capaci di esplorarsi e rivelare messaggi che non provengono né da un dio distante e disinteressato (Epicuro docet) né da amministratori di folle bulimiche.

«Gli entronauti hanno altre parole. Sì, bisogna staccarsi dal globo, sì, bisogna salire in cielo, sì, bisogna vincere l’attrazione terrestre, l’attrazione dell’ego, che ci è servito per individuarci, ma che ci impedisce l’elevazione. C’è un cosmo interiore che ci attende, lì è l’immortalità, lì il divino. L’entronautica ci ridà il nostro posto al centro dell’universo».

Il viaggio diventa un passepartout perché la coscienza si dilati e scongiuri la circolarità tediosa del quotidiano, ma, soprattutto, l’errata convinzione che ciò che è visibile sia l’unica verità. Gli entronauti non possono adeguarsi a una simile equazione, dato che è la coscienza a rappresentare il loro viaggio, la pura e primordiale psiche che, come ricordato dall’autore, in greco è sia l’anima che la farfalla; in battiti convulsi e senza rumore, l’anima-coscienza si sottrae all’entropia, determina il proprio cammino, arriva al traguardo e, attratta da un’altra luce in lontananza, prosegue verso una nuova direzione, all’infinito.

Scanziani si fa portavoce di un Occidente al limite del collasso esistenziale, come i migliori manuali sulla ciclicità dell’autodistruzione europea. L’Europa nasce, cresce, domina, capitalizza, si annichilisce – dall’Ottocento in poi, il nichilismo (quantomeno quello letterario) sembra essersi sistematizzato nella coscienza collettiva; d’altro canto, gli entronauti sorgono, contemplano, non conoscono la noia, l’invenzione moderna della borghesia occidentale, cercano.

L’autore ha chiara questa dicotomia, e per questa ragione il viaggio è sempre centrifugo, avulso da una magra consolazione quotidiana: vivo per lavorare, consumo, muoio. Il viaggio entroanutico, invece, ha gli strumenti per generare un rinnovamento continuo che esuli dalla monotonia, sacra assassina della psiche. Viaggiare per rimanere sempre (dentro) se stessi, un moto perpetuo, certo, ma apparente allo stesso tempo, perché non necessita di un reale spostamento; l’importante è che a muoversi sia l’intelligenza sotto forma di un quesito perenne.

L’Oriente è «l’ineffabile sorriso interiore che appare sui volti di tutti gli entronauti, gli eroi e gli Dei». Essere entronauti sembra a volte inscindibile dal sorgere; ma in Oriente, in verità – come dimostrato dal viaggio in India – si tramonta e si muore pure, soprattutto di fame. Ciononostante, a prevalere qui è una gioia ineffabile causata da altra gioia, che ha il sopravvento sull’inedia e la povertà. Scanziani si sofferma a lungo su questo antichissimo mondo nel mondo, il subcontinente che ha prodotto saggezze vetuste che non hanno conosciuto la decadenza europea. Decadenza del bello e della poesia non pertengono all’India, che sorride anche di fronte allo sfacelo.

Poi c’è Atene, che Scanziani definisce dispersa in un altrove lontano dalla sua acropoli; è un ombelico che affascina per le mancanze che ha: città madre del pensiero, quello che ancora forma le nostre menti, ora è un rigagnolo di inurbamento coatto, smembrata e stuprata dall’invasore occidentale. Ad Atene, il tutto è nel suo niente, in un mito appropriato dall’ortodossia che regna anche negli angoli più inaccessibili, come il monte Athos.

Essere occidentale ed entronauta: questa è la vera sfida. Scanziani, nonostante sia figlio di un tempo materialista e sonnacchioso, recepisce con avidità un sapere impossibilitato a esaurirsi, ma non può sottrarsi a un’ascendenza che pende sovrana sui capi degli uomini abitanti ai confini delle colonne d’Ercole. Eppure, la sua ricerca deve proseguire, pena un ritorno più amaro di quanto il presente non sia già:

«Di colpo mi sentivo sfinito. Stanco di tanti aeroplani, di tanti cibi e bevande indigeribili, di tanti letti diversi, di tanti idiomi, ero soprattutto stanco di me: di ritrovarmi al mattino, di portarmi in giro tutto il giorno, di mettermi a letto la sera, d’ascoltarmi pensare, senza requie pensare, il solito pensare».

A un’analisi attenta – e che non venga sostituita dal giusto entusiasmo di questo fine prodotto che è Entronauti – scopriamo che Scanziani non è prono alla seduzione del nuovo, a meno che non sia vagliato da un esercizio di ascesi, mirato al distacco. Lui non è un turista, è un cercatore di entronauti; non è un semplice giornalista, ma un testimone degli ultimi (o dei nuovi?) conoscitori del mondo e di ciò che l’uomo è: un mondo dentro a un altro mondo.

L’esistenza si concretizza, sì, in un’aspirazione a una filosofia massima, ma non può non macchiarsi dell’ordinario, del perituro, dell’entropico, annullando spesso la sospensione dal logorio e dal cinismo umano; la tangibilità riporta il nostro giornalista su una terra privata di quel monito antico che invitava a inseguire la saggezza, seguendo invece percorsi irti di inquietudine e astenia cronica. Perché pensare è pesare e pesare è corrompersi in vita e, prima o poi, anche nella morte. Resta il vivere dentro di sé, a discapito del nulla o dell’ignoto dopo la vita medesima.