Il sollievo del paradosso

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«Credo che esista tutto, compresa la non esistenza di tutto. Credo nell’assurdo e che un’applicazione rigorosa della ragione porti all’autodistruzione della stessa. Di questa convinzione ho sofferto per anni, finché ho capito che era una buona notizia».

Così Francesco D’Isa riassume L’assurda evidenza, il suo ultimo libro appena pubblicato nei Planetari Big, la collana che Edizioni Tlon dedica alla grande filosofia.

Di formazione filosofo e artista visivo, D’Isa è un autore poliedrico e prolifico: esordisce con una graphic novel I., uscita per Nottetempo nel 2011, scrive saggi e romanzi, partecipa attivamente al dibattito culturale italiano anche in qualità di direttore editoriale della rivista L’indiscreto, nel 2021 crea insieme ad Alessia Dulbecco il suo personale mazzo di Tarocchi, Arcani filosofici, per D Editore. L’assurda evidenza è la sua fatica più recente, sintesi di un percorso ricco e variegato, che si incanala nella tradizione della diaristica filosofica.

Il libro parte da domande semplici quanto laceranti: perché soffriamo? Perché il dolore? Il quesito non scaturisce però da un momento di studio, da un volo pindarico della mente, ma da una condizione del corpo: nello specifico, quello di D’Isa diciassettenne che si trova costretto a una lunga e penosa degenza ospedaliera. È durante una fase della vita molto complicata che l’autore comincia dunque a interrogarsi per la prima volta sull’assurdità dell’esistenza, sul significato del vivere, e di conseguenza, anche del soffrire.

In una bella conversazione tra l’autore e Andrea Cafarella, apparsa sulla rivista Singola, l’origine di questo testo viene esplorata ulteriormente: se è vero che L’assurda evidenza è un po’ il culmine della ricerca autoriale e intellettuale di D’Isa, è altrettanto corretto ricercarne i semi nelle sue opere precedenti, in special modo nel romanzo La stanza di Therese, uscito nel 2017 per Tunué. La vicenda ruotava attorno a una giovane donna, ossessionata dal trascendente, dal divino e dal senso dell’esistenza, che abbandonava tutto per chiudersi in una camera d’albergo, restandovi reclusa fino alla soluzione dell’enigma, d’altronde: «Una volta pensata la domanda non c’è via di ritorno». Wunderkammer di una mente febbrile spiata dalla serratura e strutturato come un epistolario espanso da inserti illustrati e appunti che ammiccano alla letteratura ergodica (ma interpretabile anche come un giallo metafisico), La stanza di Therese intreccia già i nodi principali delle domande che stringeranno L’assurda evidenza: il rigore della ragione che la porta a specchiarsi nella sua negazione, lo strazio che deriva dall’innegabile coesistere degli opposti. Eppure, mentre Therese sprofonda in un’ossessione dolente – a tratti, forse, non dissimile dallo sconforto del D’Isa adolescente sul letto d’ospedale –, D’Isa adulto e autore di L’assurda evidenza impara a respirare nel paradosso, sviluppa (o scopre di aver sempre avuto) le branchie e invece di annegare nell’antinomia la accetta come habitat confortevole. Il libro è, a conti fatti, un tentativo di fare i conti con l’assurdità della vita. A partire dunque da un dolore personale, si passa ad analizzare un tema sconfinato: da un’esperienza radicata nella singolarità di una persona (personalissima proprio in quanto ascritta all’unicità di un corpo, a precisi confini materiali) il discorso si amplia per articolarsi nell’universale, toccando argomenti colossali come la vita, la morte, il tempo. Il coinvolgimento di chi legge cresce di pari passo con quello dell’autore, che non si limita a una fredda disamina, ma mette a nudo gli interrogativi che lo hanno infestato negli anni, senza risparmiarsi.

La forma diaristica non rinuncia tuttavia all’ordine, e ammette invece uno schema preciso, strutturato in tre capitoli – Esiste qualcosa, Esiste qualcosa solo se esiste qualcos’altro, Ogni relazione è una differenza – che sono precise tappe di ragionamento. È attraverso sillogismi puliti e lineari, dalla portata teoretica crescente, che D’Isa conduce con sé il suo lettore, offrendogli costanti appigli. Partendo dal presupposto che anche «la più semplice delle opinioni porta con sé profonde convinzioni metafisiche», l’autore comincia a mettere in dubbio la veridicità delle nostre categorie, inclusa, naturalmente, quella della veridicità stessa. Con una lingua confidenziale e pulita, attraversata costantemente da una piacevole ironia, si viene trasportati in un autentico viaggio dotato di un’avvincente struttura narrativa. E, come nella più classica tradizione del racconto, anche questa storia ha un suo peculiarissimo villain: il principio di non contraddizione, elemento fondativo del pensiero occidentale, cardine di interi e vasti sistemi filosofici, autentico tormento di D’Isa pensatore.

È dalla presa di coscienza inevitabile e ragionevole dell’esistenza del contradditorio che sfocia l’impossibilità di senso, è da questa impossibilità che sfocia il dolore. Oppure no? Il tragitto apparentemente inquietante di L’assurda evidenza si risolve con un insperato lieto fine: dal non senso non deve necessariamente scaturire sofferenza, perché anche la negatività che in modo generico gli si attribuisce non è che l’ennesima categoria.

Anche la distinzione tra categorie e linguaggi è qualcosa che l’autore intende superare. Dalle sue doti di artista scaturiscono così anche alcuni intervalli grafici, immagini create dopo sedute di meditazione, che arricchiscono il volume e proseguono con un medium diverso quanto esposto con le parole. Quando interrompe il discorso verbale, D’Isa si affida all’estetica come αἴσθησις più pura, all’immediatezza della sensazione (visiva) avulsa da ogni commento, una sorta di suggestione libera in cui chi prima leggeva e adesso osserva può riallacciarsi a quanto ha appreso finora.

È interessante sottolineare anche la densa esilità del libro, che non raggiunge il centinaio di pagine: si tratta di un lavoro di sottrazione, di cui si fa traccia la vasta bibliografia finale. L’opera di scarnificazione fa emergere nuclei luminosamente limpidi nella loro complessità, nell’accezione più filosofica del termine. Ogni breve capitolo è intessuto di riferimenti che oscillano con sapiente equilibrio tra la sapienza orientale e occidentale, mostrandone la continuità profonda, a discapito della carente tradizione accademica italiana. Il misticismo laico di D’Isa esplora sistemi di credenze scientifici ed esoterici, passa dalla meditazione alla sperimentazione, senza soluzione di continuità, senza chiudersi a nessuna potenziale crescita personale. «Eppure sono convinto che ogni “o” sia una “e” e che la negazione non distrugga, ma nasconda». L’autore sottolinea a più riprese come le opposizioni non significhino negazione o, meglio, non siano limitate dalla negazione, in quanto è dalla coesistenza dei contraddittori che sfocia l’assurdità e il discorso è valido tanto su un piano ontologico quanto su quello strettamente accademico, in cui la compartimentazione dei saperi non ha ancora cessato di fare i suoi danni.

L’assurdo è evidente nel quotidiano, anche ai livelli più mondani, ne abbiamo costantemente segnali, epifanie, ma tendiamo a non ammetterlo se non come rumore di fondo, sirena da ignorare per non finire intrappolati dentro un groviglio involuto di ragionamenti paradossali. D’Isa ci invita piuttosto ad accogliere questa dimensione e farla nostra:

«Ecco il portentoso suggerimento dell’assurdo, nel quale ogni cosa si livella in un radicale egualitarismo ontologico: è qui, al di là di ogni giudizio di valore, che si dissotterra la neutra e abbacinante bellezza di qualunque cosa».

Approdando all’evidenza di quest’assurdità, al coesistere di tutto e nulla («La risposta a qualunque domanda è sia sì che no», concludeva Therese), D’Isa sceglie consapevolmente di non operare alcuna sintesi, di non risolvere il conflitto, anzi, di non considerarlo affatto un conflitto, ma una liberazione, oltrepassando così anche le maglie dell’indecidibilità. Che la vita non abbia senso è «una buona notizia», perché scoprirlo ci solleva dalla necessità di attribuire significati a ciò che, per la sua stessa ambigua e ambivalente costituzione, semplicemente non può averne. Siamo sciolti dai criteri che ci costringono a porre un filtro di negatività a ciò che non riusciamo a dotare di senso, noi stessi in primis. Il diario filosofico di Francesco D’Isa è un libro breve, che ci permette di seguire il cantiere di una mente al lavoro mentre rifinisce un tassello importante del proprio sistema di credenze, ma non pretende di imporre alcuna lezione, né vuole essere un approdo definitivo. È, soprattutto, un invito al viaggio da condurre con una nuova, possibile consapevolezza: che l’orizzonte dell’assenza di significato è abitato dalla meraviglia.