Joshua Cohen: interpolazione polinomiale

Joshua Cohen è uno scrittore a cui le cose, dal punto di vista carrieristico, vanno piuttosto bene. Come si dice in questi casi? Isuoiraccontisonoapparsisuimportantirivistequali… La sua mossa più sensazionale consiste nell’aver scritto “il grande romanzo americano sull’internet” (definizione non mia, riferita a Il libro dei numeri) e, pochi anni dopo, aver compiuto più o meno le stesse gesta del protagonista (uno scrittore, guarda caso, di nome Joshua Cohen), ma IRL, nella vita reale, lavorando come ghostwriter all’autobiografia di Edward Snowden. Per darvi un’idea di come è messo a livello di critica: l’ultimo Harold Bloom gli ha dedicato un capitolo del suo ultimo libro. Se leggete online, i paragoni utilizzati più spesso per descrivere la sua scrittura sembrano dire: Wallace + Roth, ossia, un massimalista ironico schizofrenico, ma ebreo (uso questa parola per indicare una linea di discendenza che passa anche per Bellow, Joseph Roth e – ovviamente – Kafka). Se leggete qualche sua pagina, concorderete che tali paragoni sono giustificati, per lo meno dall’incredibile livello di ambiziosità che vi è espresso. Lo so, da questa introduzione Cohen potrebbe sembrare un autore non molto simpatico. Ma in italiano si tende a sovrapporre simpatico a divertente: qui, credo, c’è da tenere i due termini ben distinti.

Allora, Quattro nuovi messaggi, Codice Edizioni, nella lussuosa traduzione di Claudia Durastanti. È una raccolta che consiste, per l’appunto, di quattro racconti. Emissione ha per protagonista un giovane diventato spacciatore per inettitudine (si chiama Monomian, non abbastanza in gamba per eguagliare il successo del padre accademico, un matematico esperto di interpolazione polinomiale), la cui reputazione, e la possibilità di trovare un lavoro normale, è definitivamente stroncata da una storia di masturbazione davanti a una donna non consenziente, storia che verrà condivisa da molteplici blog, fino a diventare praticamente di pubblico dominio (siamo nel 2011, ancora lontani dalla cosiddetta cancel culture dei social media: infatti qui ciò che demolisce il protagonista è lo scherno e non l’indignazione collettiva). Il secondo racconto è, in brevissimo, la storia di uno scrittore che si rifiuta di dare alle cose i loro nomi propri, mentre nel terzo uno scrittore di New York tiene un corso in un’università di provincia, convincendo i suoi alunni ad astenersi dalla scrittura creativa (che gli dovrebbe insegnare) e ad aiutarlo piuttosto nella costruzione di una replica (quanto metaforica lo deciderete voi) del famoso Flatiron Building – edificio da cui non potrà più uscire. Il quarto racconto, Inviato, ammetto di non averlo capito granché, ma credo abbia a che fare con un americano che gira i paesi ex URSS per produrre porno, una giovane attrice slava, e un (altro) americano sfigato che va in fissa per lei, guardando i suoi video su Internet (quando, come in questo caso, non capisco una qualsiasi opera d’arte, mi viene in mente una frase che ho sentito fuori dal Sacher dopo l’ennesima proiezione di Mulholland Drive: «A zì, per me è un botto meta»).

Internet è, in effetti, il tema che in modo più evidente tiene insieme i pezzi di questa raccolta. Ma dire così credo che sarebbe poco. Ciò che li rende interessanti ai miei occhi è questo: in tutti i racconti vi è (almeno) una persona sfigata e irrisolta, ma sostanzialmente buona (?!, diciamo forse indifesa, ingenua?) che scrive, ahimè, male, mentre tutti gli altri – scaltri, a volte stronzi, non complessati – invece riescono a raccontare bene e in modo brillante. Il narratore di Emissione da giovane voleva fare lo scrittore, ora ha fatto i soldi (sta festeggiando la settima cifra sul suo conto), mentre il problema di Mono, il protagonista del racconto, è che non riesce, a un livello profondo ed esistenziale, a scrivere la sua storia (che invece è scritta sui blog, da gente che si prende gioco di lui). Nel terzo racconto lo scrittore un tempo acclamato distoglie i suoi alunni da ogni velleità e, coinvolgendoli nei suoi progetti edilizi, li trasforma in ottimi carpentieri, idraulici, arredatori:

«Seguendo il suggerimento di Greener, tuttavia, Dem preferiva scegliere l’arredamento di una stanza piuttosto che la verbosità che ne abbiglia i dettagli. Uno scrittore può scrivere “la stanza aveva un divano”, o uno scrittore può rinunciare a scrivere e basta, uscire e trascinare un divano nella stanza, dopo aver selezionato il modello appropriato: è questa specificità totale, questa precisione assoluta, che ha permesso a Dem, dopo aver abbandonato l’arte, di far sì che il suo esterno continuasse a restare impeccabile e il suo interno ancora privato, soltanto suo».

Il racconto è però narrato proprio da uno degli ex studenti, diventato ormai conciatore di tetti. Il secondo si intitola McDonald’s, e per me vale anche solo per il fatto che, mentre lo scrittore-protagonista si chiede fino allo sfinimento se sia giusto includere il nome di un simbolo capitalistico nei suoi scritti, noi quel nome l’abbiamo letto già nell’indice, come titolo posto dallo scrittore-Joshua Cohen.

Essendo gonfie di aspiranti scrittori e delle loro vicissitudini (qualcuno di voi dirà: “Basta con questi ombellicamenti!”, a me la cosa non dispiace), queste pagine sono anche intenzionalmente piene di cattiva scrittura e/o questioni irritanti («le fanno le Ford color autunno? È ridondante parlare di una Ford autunnale?» o «Il climax? ha chiesto papà, ho detto: Deve essere tutto nel mood o nel tono, ammesso che ci sia qualcosa che distingue il mood dal tono»). Inviato si apre ad esempio con una parodia di quel genere di racconto, definito «folcloristico», che si vorrebbe raffinato e al contempo semplice ma risulta solo vetusto e inutilmente letterario: dal punto di vista stilistico questa scrittura si contrappone a quella scelta più spesso da Cohen, piena di neologismi ironici e similitudini sopra le righe, più kitsch che barocca. In definitiva, a me è sembrato di leggere uno scrittore indebitato innanzitutto verso Nabokov (ho in mente Fuoco Pallido e la discussione che ne fa Richard Rorty in La filosofia dopo la filosofia).

Dunque, un buon libro? Direi di sì, anche se i racconti dal punto di vista strutturale/narratologico sono tutt’altro che perfetti (ma non ci si siede a tavola da Joshua Cohen in cerca di questo). Del resto, quando uno studente ti sta antipatico, la cosa più saggia è forzarsi, e arrotondare il voto per eccesso. E lasciare a lui l’ultima parola.

«Ci sono dei telefoni pubblici nel mio quartiere. Trova il numero di uno, assicurandoti che non sia il più comodo… scegline uno un po’ più lontano, poi mandami il numero via email, separato in dieci email, una cifra per email, hai capito.
Assolutamente sì.
Poi intervalla ogni email con la cifra con altre email contenenti link a cose che non mi interessano, fai tu, penetrazione hardcore ecc. ecc., ma nessuna delle email può essere inviata dal tuo indirizzo, accertati di aprire altri account con più provider.
Non ti ho detto che ho smesso di guardare i porno?
Allora mandami altre notizie migliori, Rich, non ho idea di cosa stia succedendo in giro.
Ci sono delle guerre in corso. Mono le ha mandato dei link».