Sottrarsi allo sguardo per riappropriarsi della voce: le trans “cattive” di Camila Sosa Villada

In una lettera scritta nel 1904 all’amico Oskar Pollak, Franz Kafka scriveva che la letteratura che si rispetti deve essere come «un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi», il mare ghiacciato della nostra indifferenza. Queste parole mi sembrano descrivere molto bene la sensazione che si prova nel leggere Le cattive di Camila Sosa Villada.

Splendidamente tradotto in italiano da Giulia Zavagna per SUR, il libro racconta la storia di Camila – alter ego dell’autrice – e delle sue compagne, prostitute transessuali che esercitano nei pressi del Parco Sarmiento, a Córdoba. Villada – oggi uno dei nomi più rinomati del panorama letterario argentino, oltre a essere attrice e cantante – è nata in una famiglia di bassa estrazione sociale e in passato ha lavorato come prostituta. In Le cattive, scrive a partire dall’esperienza personale della transizione e del lavoro sessuale e costruisce un romanzo corale in cui la vita della narratrice-protagonista si intreccia con quella di alcuni personaggi d’invenzione.

Tra i più significativi c’è senza dubbio la zia Encarna, una sorta di madre spirituale di tutte le altre – severa, irascibile, ma punto di riferimento per la comunità –, la quale decide di dedicare la propria vita alla cura di un bambino trovato nel parco e ribattezzato Lo Splendore degli Occhi. Oltre a lei ci sono molte altre figure memorabili:  Maria la muta, talmente timida e fragile, da trasformarsi in un uccellino; Natalí la lupa mannara amante del whiskey, che nelle notti di luna piena si rinchiude in camera per evitare di commettere «crimini spaventosi»; la Machi Trans, paraguayana, che ha il potere di «resuscitare le moribonde con la sua magia nera, imparata in Brasile»; Laura, l’unica donna cis del gruppo, che rimane incinta e si innamora di Nadina, infermiere di giorno e «bellezza di un metro e ottanta» di notte; Angie, la più bella di tutte, che ripete sempre che «essere trans è una festa»; Sandra la triste, che spaccia droga per il suo fidanzato col pisello «così grande da sembrare deforme»; Patricia, zoppa, strabica e violenta, che vive secondo le proprie regole e non conosce le parole mamma e papà.

A fare da collante tra le loro storie troviamo uno spazio che si estende tra la casa rosa della zia Encarna e il Parco Sarmiento. La prima è il punto di ritrovo diurno delle ragazze: lì passano il tempo, guardano le telenovelas e svolgono una serie di attività quotidiane, al riparo da un mondo ostile. Il secondo, invece, è il luogo della notte, del lavoro sessuale, ma anche degli incontri. Appena calano le luci, il parco si trasforma in un sottobosco popolato dall’umanità più sfaccettata, quella delle persone povere e razzializzate, degli individui relegati al margine della società. Una comunità di cui le prostitute transessuali ci appaiono come meravigliose sacerdotesse e guardiane.

Il Parco Sarmiento è al centro della complessa dialettica tra invisibilità e ipervisibilità che caratterizza le vite delle protagoniste del romanzo: invisibili perché marginalizzate, costrette a nascondersi durante il giorno per non turbare le ipocrisie della morale borghese, riaffiorando solo di notte; ipervisibili perché sottoposte perennemente all’insistenza dello sguardo altrui.

«In realtà siamo creature notturne, perché negarlo. Non usciamo durante il giorno. I raggi del sole ci debilitano, rivelano le indiscrezioni della nostra pelle, l’ombra della barba, i tratti indomabili degli uomini che non siamo. Non ci piace uscire di giorno perché le masse insorgono di fronte a simili rivelazioni, ci scacciano a suon di insulti, ci vogliono legare e appendere in piazza. Il disprezzo evidente, la sfacciataggine di guardarci e non vergognarsi affatto».

Per i corpi “non conformi” di Camila e le sue compagne, il buio è visto come liberazione dalle occhiate ossessive di una società che stabilisce le sue norme e considera come “deviazioni” quei soggetti che non vi corrispondono. È la liberazione dallo sguardo della cultura eteronormativa, razzista, classista e patriarcale. Uno sguardo che si manifesta come un dito puntato, un riflettore schiaffato in faccia a tutti quegli individui considerati “aberranti”, “stravaganti”, “sbagliati”.

Le vicende raccontate nel romanzo si chiudono in concomitanza con una serie di lavori di “riqualificazione urbana” del Parco Sarmiento, volte a neutralizzare questo spazio in quanto luogo di incontro delle persone marginalizzate. Non a caso, questi interventi hanno il loro fulcro nell’illuminazione notturna del luogo.

«Il Parco […] si è rovinato del tutto quando l’hanno riempito di luci, quando si sono decisi a combattere la clandestinità del nostro mestiere, la bellezza della penombra».

Protette dal buio, nascoste dietro gli alberi del Sarmiento, le trans possono esprimersi, vestirsi di colori sgargianti, provare ad assomigliare all’immagine che hanno sognato di sé, lavorare per guadagnarsi da vivere. Nell’oscurità si sovvertono le regole, si altera l’ordine quotidiano delle cose, si costruiscono nuovi mondi possibili.

Ma la notte e il buio sono anche il regno del pericolo e della violenza più esplicita. Questa colpisce le protagoniste del romanzo in vari modi: dalle botte della polizia, ai clienti che pensano di avere il diritto di usare in qualsiasi modo i corpi delle prostitute, specialmente se transessuali, fino ad arrivare a veri e propri femminicidi, ai cadaveri martoriati e gettati nei fossi. Per difendersi da questo stato di cose, alle protagoniste non resta che organizzarsi insieme, allearsi per costruire luoghi protetti: spazi dove poter vivere appieno quella normalità che viene loro negata, dove mettere in pratica nuove forme di famiglia, di amore.

Proprio l’amore, in tutte le sue declinazioni, è uno dei temi principali del libro, che comincia con il ritrovamento dello Splendore degli Occhi. Nella scena – potentissima – della trans che attacca il neonato al suo seno di silicone, è espressa un’idea della cura che prescinde completamente dalla maternità biologica. Non a caso, le protagoniste del romanzo – e lo stesso Splendore – sono state abbandonate e rinnegate dai genitori e trovano nella casa di Encarna un nuovo nido. Lì dentro si costruisce una comunità di affetti che, pur nelle sue contraddizioni, è in grado di fornire alle protagoniste quell’accettazione e quell’amore che sono state loro negate dalle famiglie d’origine.

L’atmosfera del romanzo è realista, ma di quel realismo tipicamente latino-americano, che la critica ha definito come “magico” e che risponde, in realtà, a un rapporto tra il quotidiano e il meraviglioso che sfugge alle maglie del razionalismo eurocentrico. Nel romanzo ci vengono raccontati vari eventi che potremmo chiamare fantastici: trasfigurazioni dei personaggi umani in animali, l’età mitologica della zia Encarna (centosessantotto anni), il latte che alla fine sgorga dal suo seno artificiale. Ma il passaggio tra il naturale e il soprannaturale avviene senza straniamenti e si carica di valenze simboliche. Ci troviamo, infatti, in un universo complesso, cangiante, in perpetua trasformazione, di cui le trans sono in un certo senso le portavoce, perché hanno fatto dei loro stessi corpi laboratori in cui sperimentare il nuovo.

La lingua di Le cattive risponde all’atmosfera di rabbia e tenerezza che si respira in tutto il romanzo. I periodi scorrono in un susseguirsi di immagini e riflessioni, dove metafore estremamente poetiche si mescolano a passaggi più crudi, che colpiscono come pietre. Ciò avviene anche grazie anche a un linguaggio che non rifugge i termini offensivi o volgari, ma li risemantizza dall’interno, mediante l’uso che ne fanno gli stessi soggetti stigmatizzati.

«“I cazzi non sanno di niente”, diceva La Zia Encarna. Ti accarezzava e ti diceva: “Abbassa la testa quando vuoi scomparire, ma tieni la fronte alta il resto dell’anno, bambina”. Ed era come una madre, come una zia, e noi tutte ce ne stavamo lì in piedi, in casa sua, a guardare il bambino rubato al Parco, in parte perché lei ci aveva insegnato a resistere, a difenderci, a fingere di essere persone amorevoli punite dal sistema, a sorridere in fila al supermercato, a dire sempre grazie e per favore, in continuazione. E anche scusa, molte volte scusa, che è quello che la gente ama sentirsi dire dalle puttane come noi».

Le parole che nascono come stigma, quando riappropriate, si trasformano in emblemi, simboli di denuncia, di resistenza, di ricostruzione di identità negate. La scrittura di Le cattive, infatti, è il risultato di un processo di appropriazione della parola letteraria da parte di un’autrice che appartiene a categorie sociali storicamente silenziate, oggettivate, ridicolizzate. Villada scrive:

«Il linguaggio è mio. È un mio diritto, me ne spetta una parte. È venuto a me, io non l’ho cercato, quindi è mio. Mia madre me l’ha lasciato in eredità, mio padre l’ha sprecato. Lo distruggerò, lo contaminerò, lo confonderò, lo intralcerò, lo farò a pezzi e poi lo resusciterò quante volte sarà necessario, una rinascita per ogni cosa ben fatta a questo mondo».

Attraverso il linguaggio e la letteratura, si può dare senso a un’esperienza collettiva, costruendo e decostruendo narrazioni. Villada lo fa magistralmente, facendoci ridere e piangere, ma soprattutto chiedendo a chi legge di non limitarsi a “guardare” le transessuali, ma di ascoltare la loro voce. Una voce potente che sembra dire “io esisto”, “noi esistiamo”, ci vogliamo vive e libere, padrone del nostro corpo e della nostra storia.