Le parole sono gabbie

L’arcangelo Michele tocca la testa del vescovo Oberto per ricordargli, ancora una volta, di costruire un santuario per la sua lode; il cranio del franco devoto (che riporta un foro insanabile) concepisce così la prima struttura di quello che oggi è Mont Saint-Michel sulla costa settentrionale della Francia, uno dei maggiori luoghi di interesse per la cristianità francese e per il culto di San Michele. Dominique Fortier sceglie questa ambientazione per E tutt’intorno il mare (edito da Alter ego nella traduzione di Camilla Diez), romanzo in cui si dispiegano due momenti, distanti tra loro, della vita di un inconsolabile pittore del 1400 e di una novella madre del XIX secolo.

Eloi Leroux è un abile ritrattista che si strugge per un sentimento mai compiuto, mentre la donna (che rimane per tutto il romanzo senza nome) si barcamena tra il bisogno di tornare alla scrittura e il suo ruolo di madre; iniziano così la forsennata ricerca di una lingua adatta a trovare un significato delle loro vicissitudini, che finirà per avere come riferimento essenziale il santuario a cui entrambi sono legati da diversi motivi ma medesime intenzioni. Mont Saint-Michel è il risultato di una costruzione secolare: gli stili architettonici che lo compongono, adattandosi all’asperità del monte stesso e sovrapponendosi l’uno all’altro, hanno plasmato la durezza della sua pietra sottraendogli però un’interpretazione organica, lineare. I protagonisti definiscono i contorni del loro accaduto ponendosi in una tensione continua tra l’autoanalisi e la spiegazione di un non-luogo.

Questo tentativo di esegesi dello spazio sacro è l’unico movimento del pensiero altrimenti reso immobile dal trauma vissuto. Il pittore lo compie trasferendosi nell’abbazia, vive fisicamente sulla pietra sacra; mentre per l’altra protagonista il santuario rappresenta una meta cui far ritorno, la tappa finale di un moto reale e riflessivo. L’attaccamento affettivo al monte si manifesta già nelle sue descrizioni minuziose e capillari: veniamo a conoscenza di ogni tradizione, di ogni senso che gli è stato affidato nel corso del tempo. La limitazione spaziale serve da base di riflessione sullo stato delle cose; i confini tracciati con la mente non riescono però a contenere l’afflizione, lo smarrimento, la trappola di un ruolo che la natura riserva a una madre.

Il lutto dell’uno e la maternità “imposta” dell’altra sono momenti strutturali della ricerca risoluta che i due mettono in atto per la propria elaborazione. Ma non riuscendo a compiere questa azione “positivamente” si innesca allora una teologia negativa: si definisce un concetto (il concetto) per quello che-non-è piuttosto per quello-che-è, una sottrazione che trascende in definitiva dal senso stesso. I bordi frastagliati di Mont Saint-Michel coincidono con quelli delle vicende personali, circondati ambedue dal mare e dall’alterità (la morte per il pittore, la figlia per la donna) che competono inutilmente a restringere il campo visivo e a delineare i contorni.

Dominique Fortier riesce a rendere, almeno nella forma, questa tendenza in maniera cristallina e trasparente, come una dichiarazione di morte o una consapevolezza che proviene dalle viscere. Le coordinate spaziali cercano quindi di rimediare alla perdita del senso, di arrivare laddove il linguaggio è incapace di riuscire: con «questa abbazia è indicibile» si conclude infatti una parte della sua descrizione.

L’indicibilità si rivolge quindi al tempo chiedendo conto del suo trascorrere, dei suoi momenti, del suo avvicendarsi per ritrovare una dimensione in cui un evento è accaduto determinando tutti gli altri. Il tempo della donna non è più il suo tempo ma quello di sua figlia, da questo ne deriva angoscia in quanto le viene sottratto il momento della scrittura; il pittore allinea il suo a quello delle ore liturgiche e si rifugia nel conforto della scansione rituale, nella ripetizione di una stessa formula anche se in ultima istanza non risulta essere una piena “conversione” ma abbandono a un ordine dettato dall’alto (letteralmente). La narrazione fa a meno di riferimenti temporali precisi, sacrifica la comodità di una costellazione di eventi ordinati per fluire in un racconto privo di paletti: si tratta di una concatenazione di accaduti piuttosto che di una successione di istanti. Questa sorta di consecutio a-temporum immerge i protagonisti nello spazio di una riflessione ermeneutica che non riesce però ancora a ritrovare il suo tempo; la contemplazione di Mont Saint-Michel come simbolo di sollievo per il pittore e di svolta per la donna-madre-scrittrice avviene in momenti (storici) distanti tra loro ma con il medesimo riferimento soggettivo, operazione che però ancora una volta è priva di parola, di una lingua.

Un altro elemento cardine del romanzo è costituito, appunto, dal linguaggio. Si evince infatti un particolare attaccamento di Fortier alla pratica della traduzione e dell’interpretazione come a voler ricercare una radice comune nel modo di esprimersi che non sia un semplice “patto tra umani”. L’autrice inserisce di tanto in tanto delle interpretazioni etimologiche (fede, Natale, romanzo) che toccano punti di lirismo e intensità emotiva molto alti: la rinuncia alla necessità della verosimiglianza tra parola e realtà è il seme della nascita (Natale) di una composizione fantasiosa scritta in una lingua “naturale” (romanzo) verso cui ci si pone con l’esigenza di credere (fede).

La stessa densità della scrittura sembra riproporre la cura minuziosa che il pittore mette nella copiatura dei codici della biblioteca abbaziale. Chiamato a ricoprire questa mansione nello scriptorium, il protagonista ammette però di non saper leggere e scrivere e gli si risponde sommariamente che in realtà sono abilità inutili per quel tipo di lavoro. La più profonda incomprensione dell’azione che si sta svolgendo custodisce il segreto di una buona riuscita.

Il dolore trova allora il suo posto nella impossibilità di definirsi, non c’è codifica che possa spiegarlo ma solo un “nulla” a cui può accostarsi. La scrittura deve allora conformarsi a questa operazione senza cadere nella tentazione di ingabbiare concetti nelle parole perché, come ci dimostra l’autrice, ogni lemma ha la sua deriva etimologica, un punto di approdo riduttivo che non lascia spazio a nessuna plasmabilità e rende schiavi della fissità di un significato pattuito. Questa la grande operazione compiuta da Fortier, ovvero quella di rinunciare ad una lingua che “viene da fuori” e utilizzare una che è innata, “adamitica” e cioè d’argilla (Adam in ebraico).

Una speculazione di questa portata non può che avvenire allargando le possibilità del linguaggio, spostando i suoi limiti all’inverosimile. Sperando che basti il tocco di un’entità ultraterrena ad aprire un buco nelle pareti del cervello che a un certo punto hanno smesso di avere finestre (cantava Battiato) intanto l’autrice sembra invitarci a esporci ai pericoli della non-definizione, a un salto di fede. Il titolo originale del romanzo è infatti Au péril de la mer.