Midnight Mass: il sonno della ragione genera mostri (e occasionalmente anche angeli)

Qualsiasi articolo o biografia su Alfred Hitchcock spende qualche riga sulla prima adolescenza del regista, in particolar modo sul periodo in cui, a undici anni, venne iscritto al Saint Ignatius College, diretto dai gesuiti. Hitchcock stesso lo racconta a François Truffaut in una delle più belle chiacchierate tra registi di sempre: ciò che lo colpì maggiormente di quella scuola all’epoca non furono tanto le punizioni corporali, quanto l’angoscia e il terrore suscitati dalle tirate dei sacerdoti sul senso di colpa e sulle sue conseguenze. Potrai anche farla franca con la legge degli uomini, ma da Dio non scapperai mai. Qualcuno ha detto Psycho (1960)? E Nodo alla Gola (1948) o La finestra sul cortile (1954)? La verità è che questo piccolo dettaglio biografico fornisce una lente diversa sotto la quale rivedere qualsiasi pellicola di questo colosso del cinema.

In Midnight Mass invece c’è molto di più. Non è qualcosa che vedi, è qualcosa che si percepisce dalle immagini, dai dialoghi, o forse dalla possibilità di osare, di avere meno vincoli nell’adattamento. Anche in questo caso si parte da un romanzo: Messa di Mezzanotte di F. Paul Wilson, autore non nuovo alla trasposizione delle proprie opere su pellicola; il capolavoro horror La fortezza (1983) di Micheal Mann nasce infatti da un altro dei suoi libri. La nuova serie di Mike Flanagan non c’entra granché con la storia del romanzo, ma il regista del Maine parte dalla stessa intuizione per elaborare la sua storia personale, mescolando il proprio vissuto traumatico, un corposo retaggio cattolico, l’isolamento e l’ottusità delle piccole comunità americane e un hitchcockiano senso di colpa. E così due autori molto diversi e lontani nel tempo, ma uniti da traumi simili, riescono elegantemente ad angosciare il proprio pubblico.  Cominciamo.

Flanagan nella sua ultima fatica ha finalmente tirato fuori qualcosa di personale, anzi, di viscerale. Finora ha realizzato film e serie tratti da maestri della letteratura gotica, tutti pezzi da novanta come Stephen King (Il gioco di Gerald e Doctor Sleep) o Shirley Jackson e Henry James (The Haunting of Hill House e The Haunting of Bly Manor per Netflix). I suoi ultimi lavori hanno fatto parecchio discutere, dividendo pubblico e critica: bisogna anche considerare che si trattava di scommesse audaci. Girare il seguito di Shining (1980), film celebre per essere uno dei più infelici matrimoni tra cartaceo e pellicola? Riadattare Giro di vite di James, con alle spalle l’ombra del capolavoro Suspence del 1961 diretto da Jack Clayton? In parole povere: un cetriolo dietro l’altro. Se si guarda ai prodotti finali sotto questa luce, allora bisogna riconoscergli un risultato più che onesto.

Ma torniamo nel merito della serie. Tutto inizia il giorno in cui la vita di Riley Flynn (Zach Gilford) finisce. Riley è un giovane e brillante imprenditore venuto da una piccola isola di pescatori, tra le mani ha una promettente startup che lo renderà ricco nel giro di pochi anni. Sta tornando da una festa, ubriaco perso, quando la sua macchina si schianta contro un’altra, causando in un’incidente. Lui sopravvive praticamente senza un graffio. Peccato che la ragazza nell’altra macchina muoia sul colpo. Riley, sconvolto e in stato confusionale, comincia a pregare. A questo punto l’operatore del trauma team ci mette il carico da novanta, si infila nella piaga con tutto il braccio, gli interrompe il Padre Nostro e gli lancia un commento («Già che ci sei, chiedigli perché porta via i ragazzini mentre gli ubriachi se la cavano con un graffio») che lo fa entrare per direttissima nella sindrome del sopravvissuto, Giuramento d’Ippocrate questo sconosciuto. Riley si becca otto anni. Ne sconta solo quattro ed esce prima per buona condotta. Ogni notte della sua detenzione, sdraiato sul proprio letto, vede di fronte a sé la ragazza che ha ucciso, spiattellata sull’asfalto con le schegge del parabrezza nel viso.

Appena uscito di prigione, non sapendo dove altro andare, Riley torna a casa dei suoi genitori su Crockett Island. L’isola è una cittadina fantasma di 127 anime, quasi tutti pescatori rimasti senza lavoro a causa dello sversamento di petrolio nelle acque circostanti. C’è una scuola, una chiesa e solo due traghetti per tornare sul continente. Si può dire che Riley venga trasferito da una prigione ad un’altra. Solo che in questa prigione deve fare i conti con il proprio passato, incarnato nel padre Ed (Henry Thomas) che non riesce a perdonarlo per ciò che ha fatto.

Come se non bastasse Riley ha perso la fede nel momento peggiore possibile: in città c’è un nuovo giovane monsignore, Padre Paul Hill (Hamish Linklater), venuto a sostituire l’anziano monsignore Pruitt, che pare debba trattenersi sulla terraferma. Paul è spigliato, gentile e sa mettere le persone a proprio agio. Ci viene presentato mentre trascina una cassa di legno pesantissima, ma su questo torneremo più avanti. Paul è seguito come un’ombra da Bev Keane (Samantha Sloyan), una sorta di perpetua che ha ingoiato una bibbia da piccola e cita versetti per screditare o ferire il proprio interlocutore; fra le altre cose, è anche indirettamente responsabile dello sversamento di petrolio, una persona amabile.

Il nostro figliol prodigo intanto cerca di sopravvivere alle proprie giornate: ha riallacciato i rapporti con Erin (Kate Siegel), la sua ragazza del liceo e con il fratello Warren (Igby Rigney) e prova anche ad aiutare il padre a pescare granchi. Il nuovo monsignore però lo ha preso di mira e continua a ronzargli intorno in ogni occasione. Riley deve tornare sul continente per partecipare agli incontri degli alcolisti anonimi e il monsignore coglie la palla al balzo, dicendo tipo: “Ma dai facciamoli da me, così ti risparmi il viaggio!”. Riley non può immaginare che gli incontri si svolgano nel gigantesco oratorio vuoto, solo lui e Padre Paul seduti uno di fronte all’altro. Dunque accetta. Nel corso di questi incontri i due sviluppano un rapporto intenso e profondo, inaspettatamente senza mai ricorrere alla violenza, neanche psicologica.

Intanto Padre Paul fa quello che farebbe qualsiasi buon parroco di quartiere: dà messa, rincuora i bisognosi, scassa l’anima ai dubbiosi. Quello che nessuno poteva immaginare, tra fedeli e miscredenti, è che la povera Leeza Scarborough (Annarah Cymone), la figlia del sindaco, rimasta in sedia a rotelle a causa di un tragico incidente di caccia, durante la messa si alzi e ricominci a camminare su esortazione del nuovo monsignore.

Con la storia fermiamoci qui, anche perché qualcuno potrebbe già aver storto la bocca pensando di essersi spoilerato gran parte della serie. Niente affatto e comunque gli spoiler saranno segnalati tramite opportuno disclaimer.

Torniamo a Flanagan. Midnight Mass è una serie di altissima qualità per quanto concerne produzione e regia. L’autore si concede diversi virtuosismi, che non stonano mai, ma anzi arricchiscono il clima.  L’isola e la sua atmosfera plumbea sono il risultato di un ottimo lavoro di squadra tra scenografia e fotografia; a questo si aggiunge anche la selezione musicale che oscilla tra musica gospel, folk e una sinistra sinfonia di archi nei momenti clou. La serie si sviluppa in sette episodi, ognuno con il nome di un libro del Vecchio e del Nuovo Testamento. Flanagan ci tiene a mettere in camera di Riley il poster di Seven (1995) di David Fincher così da farci un piccolo occhiolino (che, un po’ come tutti gli occhiolini, fa accapponare la pelle, ma glielo concediamo).

Molto buone sono poi anche la scrittura e l’interpretazione del parco attori. In particolare, la performance di Hamish Linklater nel ruolo di Padre Paul ha ricevuto diversi elogi di critica e pubblico, ma è merito anche del regista: i personaggi risultano infatti estremamente chiari nelle loro motivazioni e nel ruolo. In pieno stile Stephen King, è da subito evidente chi siano i misfits di questa comunità e quali gli eroi della serie: Riley ed Erin, che hanno provato a emanciparsi dalla provincia rimanendone irrimediabilmente scottati; la dottoressa Sarah Gunning, che non è mai riuscita a parlare della propria omosessualità con la madre né con il resto della comunità; lo sceriffo Hassan, che cerca disperatamente di integrarsi, nonostante il suo credo musulmano generi sospetto e ostilità. Bev Keane, invece, ricopre perfettamente il ruolo di antagonista, fortunatamente senza incappare in qualche posticcia redenzione.

Uno degli elementi più deboli della serie, invece, è costituito dai dialoghi . Partiamo con il dire che Midnight Mass ha un buon livello di scrittura: non è infatti il contenuto quello che si va a mettere in discussione, quanto l’esposizione. Nella serie si abusa dei monologhi. Troppe volte le interazioni tra i personaggi sfociano in lunghe esposizioni senza fine. Diverse tra queste, risultano particolarmente didascaliche (aka fatal flow). I personaggi ne abusano, portandosi via anche una decina di minuti di episodio. È un tassello debole ma al tempo stesso intrigante, che rende la serie un horror molto particolare. Insomma, in quale altro titolo di questo genere si ha il tempo di mettersi seduti uno di fronte all’altro e scivolare nei ricordi, riflettere sulla vita e la morte, il perdono, l’espiazione? A un certo punto dovrebbe pur entrare il mostro della nostra storia e fare una strage, no?

Ecco, a proposito: in Midnight Mass la creatura misteriosa, così come l’intero elemento horrorifico, rimane uno strumento per intavolare una riflessione sulla fede e sulla mancanza della stessa, sul fanatismo, sulla ragione e i suoi limiti, ma soprattutto sull’ancestrale paura della morte.

Fino al quarto episodio, nonostante sia accennato fin dalla prima puntata, non sentiamo il bisogno del mostro. Lui è là: lo vediamo volare sull’isola e mietere vittime innocenti, ma nonostante ciò non cattura la nostra attenzione, perché il vero orrore lo stiamo già vivendo attraverso gli occhi del protagonista. Il cadavere della ragazza che lo osserva ogni notte prima che vada a dormire inietta già una sufficiente dose di angoscia (leggi “senso di colpa”). Come se non bastasse, ci sono altri fantasmi che infestano Crockett Island: la lontananza dal continente, l’orrore della diversità, il giudizio che cala su chi torna, dopo essere scappato. Sì, c’è questa creatura inquietante che svolazza intorno all’isola, ma a noi spettatori importa relativamente. Poi, alla fine della quarta puntata, il mostro si infila prepotentemente nella storia, e tocca far quadrare i conti perché reggere a questo ritmo altri tre episodi è dura.

Da qui in poi ci saranno spoiler (ma niente di serio)

Si parlava del mostro giusto? Come anticipato, il nuovo monsignore ha portato con sé una cassa di legno di cui, più avanti, vedremo anche il contenuto: sabbia. Fin dalla prima puntata, una creatura dagli occhi luminosi appare per un istante facendo saltare dalla paura i personaggi e (forse) noi con loro.  Le prime vittime sono i gatti randagi di un’isoletta vicina, poi lo spacciatore dell’isola. Scopriamo in seguito che il vecchio monsignore Pruitt, durante il suo pellegrinaggio a Gerusalemme, si è staccato dal resto della comitiva e ha vagato nel deserto. Tipo. Si tratta probabilmente di un deserto figurativo, ma anche fosse è una sequenza affascinante, e a suo modo ricorda l’inizio de L’esorcista (1973) di William Friedkin, quando dallo scavo in Mesopotamia viene risvegliato il demone Pazuzu. Monsignor Pruitt scende nelle profondità della terra e incontra una creatura mostruosa che lo assale e comincia a nutrirsi del suo sangue. È qui che l’anziano sacerdote ha l’illuminazione: nelle profondità di una grotta nei pressi del deserto di Gerusalemme ha trovato un angelo! Dunque si nutre del sangue offerto dalla creatura e col tempo comincia a ringiovanire miracolosamente. Decide così di portare l’angelo a Crockett Island e, sotto lo pseudonimo di Paul (perché come Paolo sulla strada per Damasco ha incontrato Gesù Cristo), intende salvare la comunità e la donna che ha amato in gioventù. Ok, fermiamoci un istante.

Il regista ha voluto esplorare una sua giovanile suggestione: gli angeli, a suo dire inquietanti, potrebbero essere paragonati ai vampiri. Fil rouge curioso ma anche azzardato.  Pur ammettendo quindi che l’horror in Midnight Mass sia funzionale a qualcosa di più profondo, ciò non impedisce alla creatura e alla sua rappresentazione di non convincere del tutto. Anzi, fa sorgere dubbi del tipo: come fa un prete cattolico a pensare che una creatura trovata nelle profondità della terra, la quale stabilisce con le proprie vittime un rapporto simbiotico basato sulla fame, possa essere un angelo di Dio? Ma soprattutto: come fa un uomo, in particolar modo un uomo di Chiesa del XXI secolo, a non collegare il comportamento e l’aspetto della creatura a un vampiro? Posto anche che abbia schivato Dracula di Bram Stoker per tutta la vita, come può – di fronte a un mostro che ha ali di pipistrello, non esce alla luce del sole e si nutre di sangue (che, a sua volta, se ingerito ha capacità miracolose) – credere che sia un angelo? Senza contare che le due figure, angelo e vampiro, portano con loro un insieme di simbolismi e fantasie che difficilmente si allacciano tra loro (e non citate Angel di Buffy perché si trattava di tv anni ’90, e si chiudeva un occhio su molte cose). Fa parte dell’illusione il fatto che nessuno pronunci mai la parola “vampiro”, ma lo spettatore aggrotta le sopracciglia confuso.

In definitiva, Mike Flanagan non si distacca completamente dal Re dell’horror, ma ne impara la lezione per raccontare qualcosa di personale, intimo e a tratti straziante. Il mostro è uno strumento, un po’ come in Cujo (nel romanzo soprattutto, dove questo aspetto trova molto più spazio rispetto al film). Quello che a noi interessa, infatti, sono gli emarginati della società americana, di cui Crockett Island è una rappresentazione in scala ridotta. In questo la serie fa centro, e riesce a spiccare nel catalogo Netflix come un’opera interessante, anche (e soprattutto) perché al regista è costata una bella catarsi. Visti i risultati, tocca soffrire da buoni cattolici.