Seppellire i fantasmi

«[…] per come sono fatta, tendo a vivere nel passato, e se da un lato questo può essere utile alla scrittura, dall’altro è una forma di intossicazione di cui farei volentieri a meno. […] Poiché intendevo liberarmi di tutte quelle presenze inquietanti, ho pensato che l’unico modo per farlo sarebbe stato scrivere un libro gotico».

Questo è un estratto del breve testo che Giulia Sara Miori, autrice esordiente della raccolta Neroconfetto (Racconti Edizioni), ha scritto per Cattedrale, in occasione dell’uscita del libro. Ho scelto di agganciarmi a questo passaggio perché mi è sembrato il modo più immediato – e forse anche più sensato, come vedremo dopo – per approcciarmi alla sua opera.

Intanto, qualche coordinata: Giulia Sara Miori è una scrittrice che, come accade sempre più spesso, ha fatto scuola tra litweb (Altri Animali, Narrandom, Nazione Indiana, L’indiscreto) e concorsi letterari come l’8×8 di Oblique (di cui è stata finalista nel 2020 e che è stato il punto di contatto tra lei ed Emanuele Giammarco, editore di Racconti e membro della giuria tecnica del concorso). Fatte le dovute esperienze, Miori ha dunque riunito questi 21 racconti – alcuni inediti, altri, come già detto, pubblicati online – in Neroconfetto.

Ora, questi testi, ancora prima delle tematiche trattate, hanno in comune due tratti abbastanza dirimenti per la buona riuscita di libro di racconti: lo stile (o voce dell’autrice) e il “colore”. Il rischio più grande delle raccolte è infatti quello della disomogeneità, di incorrere in uno scollamento – stilistico, tematico – che può rendere il libro una somma di parti e non un intero. Questo, fortunatamente, non accade a Miori. Lo stile dell’autrice si rifà infatti al mondo fiabesco, orientato però verso atmosfere cupe e sanguinolente: per capirci, quindi, non I Tre Porcellini ma le Scarpette Rosse di Hans Christian Andersen (in cui una ragazzina, dopo aver indossato le scarpe rosse al funerale della nonna e aver peccato di vanità, viene punita da Dio attraverso un angelo che le mozza i piedi con un’ascia, obbligandola poi a ballare sui moncherini fino alla fine dei suoi giorni). Questa scelta, a detta dell’autrice, serve a «rafforzare il potere simbolico delle storie, rendendole immediatamente universali nella mente del lettore»; a questa affermazione aggiungerei che il tono fiabesco, nei 21 macabri racconti gotici, rende la tragedia più scanzonata, disinnesca il rischio di una facile commiserazione o di una altrettanto semplice risoluzione morale, per riportare gli eventi per quelli che sono: terribili episodi della vita a cui, se non si è tra il conto delle vittime, si può sopravvivere.

In secondo luogo, il colore: il nero del confetto pervade l’intera raccolta e si estende come un’ombra sui personaggi che la popolano. Le protagoniste e i protagonisti sono imballati dentro piccole distorsioni della loro routine, impercettibili variazioni della quotidianità che montano fino a generare – o rivelare, a seconda che si tratti di un conflitto passato o presente all’azione – i fantasmi che abiteranno al loro fianco per tutta la vita. In un certo senso, Miori intercetta il luogo di nascita dei traumi – e dunque degli spettri – e in questo modo se ne libera.

Questo sisma gotico – che ha lasciato da parte le guglie e i mantelli per sostituirli con appartamenti spogli e giacche di montone – affonda le radici sia in precise influenze letterarie (Miori parla di E.A. Poe, Bram Stoker, Robert Louis Stevenson, Henry James, H.P. Lovecraft, Shirley Jackson e Joyce Carol Oates) sia, secondo me, in alcune eredità cinematografiche: una tra tutte, Rosemary’s Baby di Roman Polanski, la pellicola del 1968 in cui una donna partorisce il figlio del demonio. Di questo lungometraggio ho trovato tracce sia nel racconto La Culla – storia di una madre che non riesce a tenere in braccio il figlio perché ha «un lamento simile al rantolo di un moribondo» – sia, forse più lateralmente, in La padrona di casa – il racconto di una ragazza che, trasferitasi in un nuovo appartamento, deve fare i conti con una vecchia affittuaria particolarmente insistente (e che somiglia, per certi versi, a Minnie Castevet, la vicina di casa di Rosemary Woodhouse nell’omonimo film).

Ma ora veniamo, come promesso, alle nostre rimozioni.

Una delle definizioni più lucide sul tema – oltre a quella del mille volte citato (anche da me) Freud con il suo unheimliche – è quella di Mike Flanagan, regista della serie antologica The Haunting of Hill House e anche, purtroppo per lui e per noi, della meno riuscita The Haunting of Bly Manor:

«In ogni storia di fantasmi, gli spiriti non sono altro che l’impatto che il passato ha sulle vicende presenti. […] Un fantasma è semplicemente un elemento del passato che si rifiuta di vivere nel suo tempo, preferendo cercare di cambiare il presente».

Questo passaggio mi sembra esprimere in dettaglio l’idea di “intossicazione” di cui parlava Miori, così come quel bisogno di tornare a qualche forma di vissuto – distorta, certo, e mutuata in una forma letteraria – per rievocare e seppellire le presenze infestanti. La rimozione è infatti un lutto mancato, una tragedia che non ha seguito il suo naturale decorso, e che ritorna in una forma scorretta e assassina per “farsi risolvere”, domandare il conto della scelta di averla ignorata per non soffrire troppo.  

Questo bagaglio, però, non vuol dire solo dolore, ma anche, nei casi più fecondi, motore immaginifico, movimento narrativo per cui, come dice l’autrice, «se avessi avuto il coraggio di sbloccare certi ricordi allora il libro si sarebbe scritto quasi da sé». Queste memorie vengono così prelevate da quell’oblio sedativo dentro cui galleggiano agli angoli della nostra mente per essere rinchiuse dentro confini precisi, colate all’interno di margini che assumono la forma di luoghi, persone, pagine, racconti, libri. È così che, forse, la si può spuntare con certe presenze infestanti: inchiodandole a ciò che è accaduto.

Il sostrato di rimozioni assume, in Neroconfetto, tre declinazioni specifiche: il corpo, la rivalsa e la mancanza.

Il tema del corpo – forse il più manifesto della raccolta – è sviscerato nei racconti che trattano di bellezza e body shaming. Esempi ne sono La Giacca – testo che apre Neroconfetto e tratta di una ragazza che invidia il successo estetico dell’amica, diventando più bella di lei una volta indossata una particolare giacca – oppure La Clinica – una specie di super centro dimagrante in cui l’unico valore che conta è il rapporto tra massa grassa e massa magra. Un altro testo significativo da questo punto di vista è Alice, il racconto di una ragazza colpevolizzata per il suo peso, visto però dalla prospettiva della sua aguzzina.

«Chi non si prende cura del corpo è malato: su questo non ci sono tanti dubbi. È una questione di salute, nient’altro che una questione di salute. E Alice era grassa, e dunque non gliene importava niente della salute, e visto che non gliene importava niente della salute, era malata».  

Spostando il baricentro della narrazione, Miori riporta una delle principali frizioni in cui si incorre quando si tratta di disturbi alimentari: l’attribuzione di responsabilità alla persona che ne soffre, l’idea che se lei o lui lo desiderasse, in fondo, potrebbe guarirne (che poi, in maniera più ampia, è lo stesso sguardo orbo con cui vengono spesso interpretati quasi tutti i disturbi mentali).

Sarebbe interessante, tra l’altro, leggere questo testo in coppia con Smalto, uno dei racconti di Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, la raccolta di Francesca Mattei (Pidgin Edizioni) che, agli antipodi per sottogenere di disturbo e linguaggio utilizzato – riporta lo stesso identico schema:

«Le mie compagne di scuola hanno detto: è successo anche a me, stai esagerando, sei una pezzente, è tutta invidia, ci sono passata anche io, come fai a essere così magra?, se non mangi chiamo tua madre, troia».

Per chiudere con il tema corpo, Capelli – la storia di un parrucchiere che vuole omologare la propria cliente con un taglio che la possa farla sembrare «normale» – è uno di quei casi in cui una parte del fisico diventa sineddoche di un movimento umano più ampio, in questo caso la resistenza alla pressa sociale che tende a uniformare gli uni agli altri:

«Ci vuole ordine ordine ordine, io sono qui per ristabilire l’ordine, io sono qui per dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, è ora di darci un taglio, e poi ci vuole pazienza, pazienza e costanza, costanza e pazienza, bisogna rispettare le regole, fare tutto secondo le regole, e allora i capelli ricresceranno e saranno sani e saranno i capelli di una persona normale, di una persona come le altre, perché adesso non sei come le altre, sei diversa adesso, e guardati, con tutti questi colori, e guardati, con questo taglio sformato e le punte che si sdoppiano e si triplicano e vanno per conto loro, prendi una decisione, una volta tanto, una sola, la decisione giusta, io so qual è la decisione giusta, ce n’è solo una sola possibile, via le doppie triple punte, via tutto, tagliamo tagliamo tagliamo e finalmente andrà tutto bene, finalmente ti guarderai allo specchio e ti riconoscerai».

Poi c’è la rivalsa: in Occhiali, ad esempio – uno dei racconti che utilizza l’espediente fiabesco dell’oggetto magico – la protagonista esce da una relazione tossica con un uomo sessantenne e una sorella autoritaria indossando, per l’appunto, un paio di occhiali che le permettono di mettere a fuoco la realtà così com’è:

«Dora si mise gli occhiali e lo osservò attentamente: aveva la bocca aperta, ed emetteva piccoli grugniti sia col naso che con la bocca. Si avvicinò per annusarlo: l’odore del suo corpo, che tanto aveva amato, le ricordava quello di certi passeggeri di mezza età che ogni tanto si sedevano vicino a lei sui mezzi pubblici».

In Notturno, invece, Attilio, il protagonista, è così geloso della moglie Marilena da desiderarne e provocarne (qui la linea è sottile, e si resta in una leggera ambiguità) la morte. La donna verrà poi vendicata da un’altra persona, in un atto di emancipazione dalla gelosia e dal possesso maschile. Considero una storia di rivalsa, seppure in un senso più obliquo, anche Isabel, il racconto di un uomo che si innamora di una ragazza defunta, e tronca la relazione con la moglie per abbandonarsi a questo sentimento funebre che, però, lo rende felice (piccolo inciso: una delle battute finali – «A chi hai dato il cuore?» – e l’atmosfera che si respira per tutto il racconto ricordano le vibrazioni cimiteriali dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters). 

Infine, c’è la mancanza che, come in ogni libro gotico che si rispetti, è pervasiva. Citarne la rappresentazione vorrebbe dire enumerare praticamente tutti i racconti. Perciò, per un’indispensabile economia redazionale, ne riporterò due. Il primo è L’inquilina, la storia di una ragazza, Lara, che elabora la morte della madre un pezzo alla volta, tramite un susseguirsi di piccole ma dure rivelazioni:

«Lara pensava che non solo non l’avrebbe mai più rivista, non avrebbe mai più rivisto sua madre, ma non avrebbe neanche più sentito la sua voce né il rumore dei suoi passi né quel profumo di cui ancora la casa era impregnata».

Il viaggio di Lara all’interno della casa d’infanzia, e l’incontro con una particolare inquilina, diventerà la chiave di volta per permetterle di realizzare – anche brutalmente – la perdita.

Ma la mancanza è anche mancanza d’amore. E in Camilla, il racconto che, sempre secondo le parole dell’autrice, ha permesso la nascita di Neroconfetto, questo vuoto si percepisce in tutta la sua intensità. Camilla è infatti la storia di una breve infatuazione amorosa tra due adolescenti, che capitola in un allontanamento forzato. La protagonista, incredula, ricorderà all’altra la loro promessa, quella di mangiare insieme le albicocche – «E le albicocche, le ho detto, e le albicocche, Camilla?» – esprimendo uno slancio di desiderio, amore e malinconia che trattiene dentro di sé l’incapacità di arrendersi, razionalizzare e cedere di chi non riesce ad abbandonare il passato, e potrà farlo solo scrivendo un libro gotico.