Moonrise Kingdom con delitto

Uccidiamo lo zio di Rohan O’Grady è arrivato in libreria il 17 giugno per WoM Edizioni, nella traduzione di Matteo Pinna. Romanzo gotico cult del XX secolo, dato alle stampe per la prima volta nel 1963 ma presto messo in disparte da una critica moralizzatrice, il libro ha di recente conosciuto una fase di rinascita all’estero, ottenendo anche gli elogi di Donna Tartt e Martin Rowson. La giovane casa editrice WoM ha deciso di estendere questa rinascita anche alle librerie italiane, consegnandoci così insieme al volume una vera e propria dichiarazione d’intenti. WoM si propone infatti di scoprire o riportare in vita libri dimenticati che abbiano come denominatore comune un’ironia sardonica e dissacrante: Uccidiamo lo zio si inserisce a pieno titolo nella collana “i neri”, che vuole fare dello humor macabro la propria bandiera.

La storia segue le gesta di due bambini di dieci anni, Barnaby Gaunt e Christie McNab, che diventano litigiosissimi amici su un’immaginaria isola paradisiaca dove entrambi vengono spediti a trascorrere le vacanze estive. Quest’ambiente idilliaco e circoscritto viene stravolto dal turbine prima giocoso e poi sempre più inquietante che i bambini si lasciano dietro. A dare effettivo inizio all’azione – e anche titolo al libro – è la convinzione di Barnaby, orfano dei genitori e affidato alle cure dello zio, che quest’ultimo abbia intenzione di ucciderlo per impossessarsi della sua cospicua eredità. Una volta messa a parte dell’incresciosa questione, Christie propone al nuovo compagno di giochi quella che sembra la soluzione più logica: «Dobbiamo solamente ucciderlo per primi». Prende così il via una vicenda che oscilla tra un romanzo di formazione scollato dall’etica, un racconto d’avventura e un thriller brioso, puntellato da elementi macabri fulminanti e improvvisi.

Se bene e male sembrano concetti completamente ignoti ai due protagonisti, immersi in quella fase della vita in cui si è del tutto incapaci di discernere l’uno dall’altro, il loro antagonista appare invece l’incarnazione assoluta del secondo polo, volutamente caricaturale, quasi un cattivo dai gusti raffinati venuto fuori da un cartone animato o un vecchio film Hammer. Il libro, d’altronde, ebbe a soli tre anni dalla pubblicazione una trasposizione cinematografica del regista horror William Castle, la cui visione però è sconsigliata dalla stessa WoM. La casa editrice, infatti, allega paratesti individuali e curatissimi a ciascun volume che pubblica: Uccidiamo lo zio è accompagnato da un finto quotidiano – The WoM Times – che ricalca graficamente una pagina di cronaca nera, annunciando il ritorno in libreria di Rohan O’Grady e fornendo informazioni sulla sua storia, nonché sulle tematiche principali del libro, inclusi raffronti con altre opere, fra cui la filmografia di Tim Burton o Moonrise Kingdom di Wes Anderson.

Con i protagonisti di quest’ultimo, Barnaby e Christie condividono sia la giovane età che una sorta di infantile ferocia, un atteggiamento selvatico che si palesa inizialmente nei giochi irascibili e cresce quando cominciano a pianificare la loro versione del delitto perfetto.

La storia, soggetta a continui ribaltamenti e rivelazioni, è condotta con elegante umorismo dall’autrice, burattinaia che si diverte a disporre e muovere le proprie marionette. Intorno a Barnaby e Christie, infatti, O’Grady dissemina un contorno di figure sopra le righe, che a tratti ricordano, come sottolinea anche la quarta di copertina, gli improbabili abitanti di Twin Peaks, con le loro idiosincrasie e segreti strani quanto inconfessabili. Ci sono i coniugi Brooks, che hanno perso il figlio e dopo una seduta spiritica ne vedono in Barnaby una sorta di reincarnazione, c’è il sergente Coulter, un militare appassionato di archeologia che scrive lettere d’amore mai spedite alla moglie del reverendo, c’è Desmond, un ragazzo un po’ tardo che i bambini cercano di coinvolgere nel loro progetto omicida, e c’è persino Un-Orecchio, anziano puma annoiato rifugiatosi sull’isola in cerca di un luogo tranquillo per trascorrere la vecchiaia. In questo micromondo solido e ordinato nel suo disordine, la presenza dirompente dei due bambini innesca una serie di micce che metteranno in discussione la morale polarizzata del luogo, incarnata soprattutto dall’inflessibile e spesso frustrato sergente Coulter, per approdare a una concezione della giustizia molto meno limpida e bipartita di quanto l’idillio iniziale sembrava premettere.

In questo senso il romanzo si rivolge a un pubblico indefinibile: se le prime pagine hanno tutte le caratteristiche del libro per ragazzi, man mano che la narrazione procede si è sempre meno sicuri che siano davvero i più giovani i destinatari di questa storia. La prosa di O’Grady procede con gusto limpido, mantenendo intatto uno humor che non si interrompe nemmeno quando la tensione raggiunge il culmine e inizia a scorrere il sangue. Il dipanarsi degli eventi è avvolto da un’atmosfera fiabesca in cui si è infiltrato un vago elemento orrorifico, che può parimenti spaventare o diventare oggetto di gioco. O’Grady predilige decisamente la seconda opzione. In un’isola un tempo abitata dai nativi, dove «i guerrieri recitavano le storie della loro grandezza, delle loro vittorie e della loro gloria effimera», O’Grady prepara il campo di “monellerie” dei suoi protagonisti, «due bambini che gironzolavano, felici, abbronzati, occupati a tramare un omicidio con una spensieratezza che avrebbe fatto impallidire i loro feroci predecessori».

Il libro ruota tutto intorno a pensieri e atteggiamenti difficili da accostare ai bambini – soprattutto tra gli anni ’50 e ’60, mentre l’autrice confezionava la sua storia – e che invece, proprio nella loro assenza di morale, si confermano infantili per antonomasia. La perdita dell’innocenza è, sì, un tema cruciale della narrazione, «la foresta era piena di mele e serpenti», ma non avviene forse, o non del tutto, in chi ci si aspetterebbe. I due protagonisti attraversano un percorso di crescita, eppure dalla loro evoluzione emergono più trasformati i personaggi secondari che loro stessi. 

Rohan O’Grady riesce comunque, tra un sorriso beffardo e l’altro, a distillare anche una certa commovente poesia. Il libro cattura l’incanto di quelle estati lunghissime che possono esistere solo nell’infanzia e delle amicizie che solo in quelle estati sono così intense da farsi questione di sopravvivenza. Nel caso di Barnaby e Christie, metaforica e non.