Quando è un sogno a dirci chi siamo

Elisabetta Pierini sceglie di utilizzare una frase di Pessoa come epigrafe per il suo romanzo d’esordio: «Ogni volta che qualcuno mi dice che ha sognato, mi chiedo se si rende conto che non ha mai fatto altro che sognare». La casa capovolta (vincitore della XXIX edizione del Premio Italo Calvino e pubblicato da Hacca edizioni) somiglia infatti a un lungo sogno, uno di quelli pieni di immagini vivide ed evocative.

Eva, la protagonista, è una bambina di quasi dieci anni che vive in un piccolo quartiere residenziale di un anonimo paese, il tipico luogo in cui tutti si conoscono ed è impossibile sfuggire al giudizio dei vicini. La sua situazione familiare è a dir poco disastrosa: Alma, sua madre, è una donna anaffettiva e violenta, che non sa prendersi cura della figlia; Aldo, il padre, è un mercante d’arte freddo e distante, che non si assume nessuna responsabilità rispetto alla moglie e a Eva, preferendo invece trovare rifugio in un’altra famiglia, in una vita parallela. Crescendo in questo ambiente difficile, Eva sviluppa una grande immaginazione, e utilizza i sogni a occhi aperti per sfuggire alla realtà in cui si trova.

Il suo universo è popolato da personaggi immaginari, ognuno con delle caratteristiche speciali. C’è La Signora, per esempio, la bambola più anziana, che osserva Eva con occhi severi («occhi che mandavano lampi taglienti») e assume il ruolo della coscienza della bambina, la voce che le dice cosa fare e la rimprovera per i suoi errori. C’è poi Loris, il fratello che non ha mai avuto, che invece è un compagno di giochi e di divertimento per la protagonista, e appare soprattutto quando Eva ha bisogno di sostegno e comprensione; infine c’è l’uomo con la valigia marrone, un vagabondo che ha sempre delle storie bizzarre da raccontare e che accompagna spesso Eva durante il tragitto per andare a scuola, o nei momenti in cui vaga da sola per il paese.

Oltre al mondo immaginario, Eva ha un altro appiglio che le permette di sopportare il peso della quotidianità, ovvero Laura, la sua unica amica reale. Al contrario della protagonista, Laura è molto pragmatica e «piena di buon senso», anche se si lascia facilmente coinvolgere nei giochi di Eva. La sua famiglia è piuttosto ordinaria e apparentemente felice (non a caso, il cognome è proprio “Felici”), anche se i loro rapporti non sono privi di conflitti e rancori. Nonostante battibecchi e piccole tragedie, quell’ambiente così semplice esercita un’inevitabile attrazione su Eva, tanto che si ritrova continuamente in casa loro per elemosinare un po’ di affetto.

La bambina è priva di buone maniere – nessuno le ha insegnato come ci si comporta in casa d’altri – ma Marta, la madre di Laura, accetta di buon grado quella presenza bizzarra, capace di animare l’atmosfera casalinga e di scuotere la sua monotona esistenza; Guido invece (il padre di Laura) mal sopporta queste intrusioni: è un uomo riservato e quadrato, privo di empatia.

Proprio grazie a queste incursioni nelle case dei vicini, Eva ci trasporta nel microcosmo del suo quartiere, e così La casa capovolta si trasformain un romanzo corale. Il narratore esterno è una voce che conosce bene i suoi personaggi, e che con sguardo preciso riesce ad analizzarli nel profondo, regalandoci evoluzioni psicologiche accurate. Anche l’ambientazione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione narrativa, perché il luogo in cui si svolge la vicenda – così anonimo ma al contempo così chiaro nella mente del lettore – diventa il teatro perfetto per mettere in scena le meschinità e le contraddizioni dei vicini di Eva. Il loro apparente ordine, i loro giardini perfetti – così diversi dalla «casa capovolta» di Eva, con il prato incolto e le crepe sui muri – sono in realtà solo una maschera dietro la quale si cela una violenza più sottile, ma forse per questo più subdola e pericolosa.

Una figura che ben rappresenta questa ipocrisia è Fabiola, una donna pettegola e arida, pronta a gioire delle disgrazie altrui e costantemente invidiosa dei successi dei suoi vicini. Frequenta spesso Marta, ma in fondo la disprezza («parlare con lei era come parlare con un divano»), perché la considera una donna priva di desideri a cui la vita ha regalato tutto. Nonostante questo – o forse proprio per questo – la sceglie come confidente e le racconta la sua vita, «una vita che sembrava morta, priva di slanci».

Tra i personaggi più interessanti c’è quello di Nicola Piccoli. Di lui sappiamo poco: la moglie lo ha lasciato diversi anni prima, e nel vicinato si è fatto la fama di persona mite e controllata. Questa reputazione cambia improvvisamente il giorno in cui litiga con Fabiola per un motivo futile. Da quel momento la sua presenza diventa interessante, Fabiola stessa comincia a invitarlo spesso a casa e a sfoggiarlo come ospite d’onore durante le cene tra vicini. Agli occhi degli adulti, Nicola è un uomo saccente e delicato («una delicatezza che non era necessariamente bontà, ma una specie di fredda raffinatezza»), mentre le due bambine sono inquietate dalla sua presenza (si sono convinte che abbia seppellito la moglie in giardino). Dal canto suo, Nicola è stranamente attratto da Eva, in un modo al limite dell’ambiguità. La gentilezza che sfodera con lei in diverse occasioni ha qualcosa di sbagliato, anche se è difficile capire perché. È più una sensazione sottile, che si manifesta maggiormente in alcuni passaggi, come accade quando Nicola scopre che Eva e Laura hanno dipinto con la vernice il salice nel giardino di Fabiola:

«Nicola Piccoli non se ne andava. Guardava le bambine con occhi brillanti che sprizzavano scintille maligne. A lui il salice piaceva molto».

Nel complesso, tutti i personaggi appaiono inizialmente intrappolati in alcuni schemi senza via d’uscita, eppure ognuno di loro alla fine svela la propria vera indole. Elisabetta Pierini riassume molto bene questa evoluzione, in una frase pronunciata da Fabiola (e riportata parzialmente anche nella quarta di copertina): «il cuore è come un seme, con il tempo se ne riconosce la natura. E la buccia è tutta apparenza, tutta scena. Solo il seme conta».

In questo senso, anche il romanzo stesso si evolve come un seme che ha una doppia natura: una più reale, concreta (la «buccia», per così dire), rappresentata dalla vita degli adulti, e l’altra onirica e magica (il «seme», appunto) incarnata da Eva e dalle sue fantasie.

Il tutto è tenuto insieme da uno stile al contempo vivido ed evanescente, composto di immagini che rimangono impresse nella mente del lettore. Questo aspetto viene fuori per esempio quando Eva ascolta una telefonata tra suo padre Aldo ed Ester, la donna con cui ha una relazione:

«Le parole le scavarono un buco dentro. Dal buco zampillava sangue nero, come veleno di serpente. […] Il veleno le scivolò sulle scarpe che diventarono nere».

Ma è la natura che regala le immagini migliori. La luna, per esempio, che con la sua «pupilla bianca» assomiglia a un occhio esterno che osserva tutto dall’alto («Eva si affacciò a guardare e vide il giardino zuppo d’ombre e la luna che sembrava una pupilla bianca e cieca di bambola»); oppure la gallina nera che Eva crede sia sua amica («quando l’abbracciava, Eva sentiva il cuore della gallina che batteva sotto le penne: poteva pensare con la sua testa era grande come un chicco d’uva e aveva un cuore vero di carne come un fagiolo»). Tutto ciò che circonda la bambina diventa una manifestazione esterna delle sue emozioni. È come se Eva si fosse costruita uno scudo per allontanare il dolore che la circonda («era riuscita a staccare le emozioni come si stacca la corrente di un elettrodomestico»), e così quel dolore viene riversato nella rappresentazione visiva dell’ambiente circostante («vedeva solo la strada nera come un tubo digerente vuoto»; «in alto luccicavano le ultime mele come fuochi accesi. […] anche lei era una mela rossa. Anche lei brillava nel grigiore della giornata invernale»; «le luci dei lampioni illuminavano la via come grandi zucche gialle: sbocciavano e si spegnevano e sbocciavano di nuovo»).

L’ultimo capitolo merita una nota a sé, non solamente perché chiude efficacemente il cerchio che era stato aperto già dall’epigrafe di Pessoa, ma anche per la scelta accurata dei simboli, che l’autrice ha disseminato durante tutto il romanzo e che in queste ultime pagine tornano prepotentemente, generando un’epifania nel lettore. Torna la «pupilla bianca di luna», torna il campo di zucche gialle dove Eva rincorreva la gallina nera, tornano le case dei vicini, scoperchiate e osservate dall’alto come piccole scatole. Tutto è coperto da un velo di magia, e noi ci ritroviamo a volare insieme a Eva, lasciandoci alle spalle la storia della casa capovolta.