Lunghi istanti d’amore

Mentre sto scrivendo questo articolo, la terza stagione di Master of None è arrivata su Netflix da poco più di ventiquattro ore. Di pezzi in italiano in giro ce ne sono ben pochi – ho cercato con attenzione, credetemi – e come attaccare questo mio ancora non mi è chiaro.

Sono una fan del programma, e sono (ero?) una fan di Aziz Ansari fin dall’esilarante esordio in Parks and Recreation

Gli eventi del 2018 sono noti a tutti: il sito babe.net (ora non più online) pubblica le accuse che una ventitreenne rivolge contro l’attore. Nel racconto si legge di come dopo un appuntamento Ansari abbia ignorato i chiari segnali di rifiuto della donna, facendola sentire a disagio e violata. L’attore, pur sostenendo di non aver percepito la difficoltà della ragazza quella sera, dichiara di aver preso a cuore le sue parole e ribadisce in un secondo momento, durante un suo spettacolo, che «there were times I felt really upset and humiliated and embarrassed, and ultimately I just felt terrible this person felt this way».

In questi tre anni Ansari ha mantenuto un basso profilo, e anche nei centonovantadue minuti dei nuovi cinque episodi di Master of none ha scelto di occupare poco spazio. Certo è che la quasi totale assenza di Ansari sullo schermo (che sia o meno frutto della volontà di sottrarsi alle critiche dietro la macchina da presa) permette di concentrare l’attenzione sulle personagge che ne hanno preso il posto.

Dev, il protagonista delle stagioni precedenti (interpretato dallo stesso Ansari), è relegato a uno sfondo: si mostra solo per poco, si lamenta della calvizie incipiente, si autodefinisce lontano dalla trama principale e lascia spazio alle protagoniste.

La voce nasale e acuta di Aziz è sostituita da quella più profonda e roca di Denise, interpretata da Lena Waithe, co-autrice dell’intera stagione e apparsa già nelle passate – nonché prima donna di colore a vincere un Emmy per la migliore sceneggiatura di una serie comedy. Con Dev sparisce anche New York, e il numero dei personaggi e di intrecci crolla vertiginosamente; la trama, reduce da questo cambio di location e atmosfera, racconta del matrimonio in declino di Denise e Alicia (interpretata da Naomi Ackie, già apparsa in The end of the f***ing world e Star Wars: L’ascesa di Skywalker) e della fatica solitaria di quest’ultima nel tentativo di rimanere incinta attraverso la fecondazione assistita. 

La durata degli episodi è singhiozzante, il primo e il quarto rompono la barriera dei cinquanta minuti mentre gli altri si rifugiano con timidezza all’interno dei più consoni venti (circa). Il termine tecnico per definirne questo incedere potrebbe essere lento; a volte, forse, estremamente lento. La telecamera è fissa, la regia curata – talvolta al limite dell’artificioso –, e tutto è impresso in una grana evidente e grossolana, tipica dei vecchi filmini su cassetta o dei filtri retrò di Instagram. 

moments del sottotitolo Moments in love sono scene di vita ordinaria, e come nella vita ordinaria gli istanti durano troppo per chi assiste e il giusto per chi li vive. Questa dilatazione del minutaggio dedicato alle faccende comuni – come nelle lunghe scene in cui osserviamo il personaggio fare il bucato o mangiare un hamburger, ed esperiamo tutta la nostra attenzione e pazienza – esprime la volontà di Ansari di includerci dentro l’intimità della vicenda. 

Le relazioni amorose (sbilanciate, non-monogame, confuse) e familiari (materne, distanti, rassicuranti) sono il primo fondamento del racconto, che si intreccia a un tema più circoscritto, quello della ricerca di maternità di una donna queer e single. A questo secondo argomento si deve l’episodio, forse, più riuscito della stagione, il quarto, in cui si raccontano i due cicli tortuosi di IVF che Alicia affronta. Il processo, già di per sé complesso, è reso a tratti insostenibile dalla solitudine e dall’onere economico – l’assicurazione non copre queste terapie per donne come lei (omosessuali e senza un partner). Le scene, interpretate da poche attrici, alternano un necessario distacco a una profonda emotività e ci offrono un’intensa interpretazione di Naomi Ackie, lasciata davanti alla telecamera ad ascoltare ciò che la sua persona dovrà sopportare, mentre la dottoressa nella stanza ci offre le spalle.

La quasi totalità delle riprese, anche a causa della pandemia, è stata realizzata all’interno di una singola casa, una dimora antica con travi a vista, in cui noi spettatori troviamo lo spazio per sostare impertinenti, mimetizzandoci con le opere d’arte appese alle pareti. Immobili osserviamo l’idillio presentato nei primi cinquanta minuti scricchiolare fino a crollare. Circa a metà del secondo episodio, l’esplosione disperde i pezzi così velocemente che il litigio che ne nasce è tanto furente quanto confuso: le battute si sovrappongono, le donne non hanno il tempo né la voglia di ascoltarsi. Un’incapacità comunicativa (voluta e non casuale) che, pur non avendo la drammaticità del crudele duello fra Adam Driver e Scarlett Johansson in Marriage story – che nella disperazione permetteva di afferrare ogni singola sillaba –, frastorna il fruitore con quelle scuse richieste e urlate. 

Questa terza stagione ha chiaramente deciso di percorrere una strada diversa dalle passate: ha cambiato persone, tempi e luoghi, cercando di lasciarsi alle spalle non solo la comicità.