Le monde est à nous

Esiste una differenza sottile eppure decisiva tra una concessione e un’appropriazione. Nonostante il risultato sia lo stesso – ottenere qualcosa che non si possiede – il mezzo per arrivarci, e dunque il senso che se ne trae, divergono.

Ne L’odio, il film iconico di Mathieu Kassovitz, questo concetto è riassunto in un gesto: Saïd, uno dei tre ragazzi delle banlieue di Parigi protagonisti del lungometraggio, incrocia un cartello con scritto: Le monde est à vous (Il mondo è vostro). Quindi si ferma, prende la bomboletta e mette in chiaro: Le monde est à nous (Il mondo è nostro). In questo breve atto impulsivo è racchiuso un significato profondo. La concessione è infatti una grazia calata dall’alto, un atto che non rimuove il beneficiario dalla condizione di subalternità o dipendenza, ma anzi la rimarca, la ricrea. L’appropriazione – legittima o meno, violenta o no – rimescola invece i rapporti di potere, genera fratture e sismi, scarica tuoni sull’asfalto. Il nuovo romanzo di Tommaso Giagni, I tuoni per l’appunto, recentemente uscito per Ponte alle Grazie, prova a comprendere anche questo: a chi (e se a qualcuno) appartenga il mondo.

Il libro racconta la storia di tre ragazzi – Manuel, Abdoulaye (abbreviato Abdou) e Flaviano, rispettivamente egiziano, ivoriano e italiano, che vivono e crescono nel Quartiere, un imprecisato luogo periferico dell’Urbe, ai margini del Grande Raccordo Anulare. Condividono abitudini, esperienze e un’amicizia d’acciaio, nonostante siano, come singoli, tre unità dissimili. Flaviano è un coatto romano che abita in un palazzo squadrato, il Rettangolo, e suona il pianoforte in locali scadenti. Manuel vive lungo la Spina – una fila di negozi dove i genitori hanno una frutteria (e in cui, chiusa la saracinesca, dormono) – e cova sogni ambiziosi (prendere il mare, diventare informatico) che si scontrano con il volere paterno (gestire un bancone di frutta al mercato, parlare bene «perché mai nessuno possa dirgli che non è italiano»). Abdou è un immigrato ivoriano che, laureato nel proprio paese, vive con la madre e la nonna negli scantinati del Quartiere, La Grotta, e sopravvive spacciando pillole e praticando urbex (ovvero urban exploration, la pratica di perlustrare strutture abbandonate del tessuto urbano). Sul loro percorso di crescita si piazzano il Verde Respiro – una nuova area residenziale costruita vicino al Quartiere, popolata da un ceto medio fuggito dalla gentrificazione – e Donatella, figlia di questo ceto arricchito, che aiuterà Manuel e gli amici a riconoscere le strutture che regolano le loro vite. L’incontro tra queste due realtà – il Verde Respiro e il Quartiere – diventerà presto scontro, e condurrà i personaggi verso un finale a imbuto dai risvolti imprevedibili. Di questo e altro ho parlato con Tommaso Giagni.

I tuoni è un romanzo di formazione, ma allo stesso tempo un’opera che racconta un’eterogeneità in grado di convivere (come tra Manuel, Abdou e Flaviano) o confliggere. I ragazzi sono accomunati da una tensione verso il riscatto, da una forza propulsiva generata dal desiderio di un destino diverso. Quale ruolo, secondo te, giocano il conflitto, i “tuoni”, in questo percorso? Come ti domandi a inizio romanzo: «L’identità si forma in modo fluido oppure si guadagna con la violenza delle separazioni – col dolore?»

La mia idea è che il conflitto sia non solo inevitabile – e quindi non abbia senso rimuoverlo – ma anche necessario. Mi sono convinto che serva per costruirsi un’identità, diversa prima di tutto da quella dei propri genitori, e poi dal contesto in cui si cresce e dalla società in cui si abita. Per capire davvero cosa si desideri e dove si voglia andare c’è bisogno di allontanarsi in modo brusco, di uno strappo. E questo strappo è conflittuale. Viviamo in una società dove il conflitto scorre troppo sottotraccia, mentre sarebbe bene farlo emergere di più. Questi tre ragazzi sono molto diversi – l’eterogeneità di cui parlavi – ma cercano di costruirsi a modo proprio una strada differente da quella che il mondo si aspetta da loro. E il conflitto in questo ha una parte.

Sempre parlando di conflitto, nel tuo romanzo scrivi che, «a un passo dall’università e dalla stazione Tiburtina modernissima», appare una scritta sul muro: IL MONDO È NOSTRO. Questo passaggio, oltre a essere un richiamo a L’odio, mi sembra utile per decifrare il conflitto interno che abita i personaggi. Prendo come esempio Manuel: lui è una «intelligenza inquieta» che si carica di energie «in attesa di sfogarle su una via libera». Sogna di prendere il mare: poi, una volta in barca sull’Aniene di notte, dice che è tutto «troppo aperto», e rivela una forma di agorafobia inaspettata. Quando visita il centro di Roma con Abdou e Flaviano non si sente a proprio agio. È come se non fosse solo il fiume a essere “troppo aperto”, ma tutto ciò che non è Quartiere. Il mondo è dunque suo – e loro – ma solo in teoria?

Secondo me il mondo è loro, ma intanto devono capirlo. Poi devono trovare gli strumenti per appropriarsene. Quel viaggio, quella gita in centro è fatta quasi in punta di piedi. A un certo punto c’è uno scambio, mentre si trovano a Fontana di Trevi, uno dice: «Guarda che semo turisti pure noi», e l’altro: «È vero, però di notte – come i ladri». C’è questa sensazione di non potersi appropriare del centro se non in modo non riconosciuto, fuori legge.

Un percorso di questo tipo parte però dai bisogni, di cui i ragazzi non sono ancora consapevoli. C’è bisogno dell’intervento di Donatella: lei apre loro gli occhi, e dà anche quella lettura politica delle cose che i tre non hanno, o che detengono solo in uno stato molto grezzo. Questa appropriazione del mondo, della città, del potere – perché se sei lontano dal centro sei lontano da ciò che stabilisce la tua vita – passa attraverso Donatella, e anche attraverso quella gita a Roma. I ragazzi si aspettano di trovare una città diversa da quella che incontrano: vedono una metropoli spettrale, come se i palazzi del potere su cui tanto avevano fantasticato in realtà si rivelassero vuoti. Si dicono dunque che “tanto vale prenderceli noi, questi palazzi, tanto vale provarci”.

Il riferimento a L’odio è importante: uno dei motori da cui sono partito per la scrittura è stato proprio voler raccontare L’odio a Roma venticinque anni dopo. Nel film c’erano tre personaggi, che sono quelli che in Francia si chiamano blonde, beur e noir, ovvero il bianco ebreo, il nordafricano e il nero subsahariano. Qui è la stessa dinamica: c’è un bianco povero, un nordafricano arrivato da bambino in Italia e un nero come Abdou. Ci tenevo molto a giocare sul film, a dialogare con quella narrazione, che è stata secondo me importante.

Concordo, e queste traiettorie mi sembrano resistere anche quando Manuel, Flaviano e Abdou crescono. Il loro presente è una versione moderata, più spenta, dei loro sogni da bambini. Manuel non è diventato informatico, ma monta sistemi di allarme nei quartieri residenziali. Flaviano suona sempre nei piano bar di basso bordo. Abdou spaccia antidepressivi ai ragazzi. Sembra che l’unico collante che sostanzi e preservi la loro vita sia l’amicizia. Che funzione ha questa coesione nel loro percorso di crescita e nella vita da Quartiere?

I ragazzi sono tre anime che conservano notevoli differenze tra loro, ma è anche il Quartiere stesso a essere tripartito, ad avere una stratificazione interna. Tra l’altro, si tratta davvero dell’organizzazione territoriale di un quartiere di Roma – di cui non ho voluto specificare il nome perché mi sembrava assolutamente riduttivo. Però esiste: c’è un rettangolo di case popolari, una spina commerciale abbandonata pochi anni dopo la costruzione, garage e cantine dove abitano gli ultimi della catena alimentare urbana. In questo contesto, l’amicizia è qualcosa che protegge. Me ne esco con un aforisma un po’ forte: l’amicizia protegge e l’amore salva. Questa amicizia mette insieme tre caratteri eterogenei ma compatti. Nonostante le differenze, loro sono dalla stessa parte della barricata. Questo mi sembrava importante dire: che la marginalità ha molte facce. Ero un po’ stanco di sentire raccontare la periferia solo dal punto di vista della criminalità o del riscatto privo di sfumature. Mi interessava descrivere quanta differenza ci fosse in un luogo ai margini della città, quanta complessità esistesse. Ad esempio, poter dire che un personaggio come Flaviano può essere estremamente tenero e dolce, nonostante sia il classico coatto romano (a lui non piacerebbe la definizione), oppure scrivere che Abdou è sì un migrante, ma è anche uno che viene da una condizione, nel proprio paese, non disperata. Ha scelto consapevolmente e legittimamente di cercare un posto dove vivere meglio. Insomma, mi interessava raccontare i chiaroscuri, la gamma di colori che può ritrovarsi in un territorio. La vita in un quartiere come questo parla della nostra società più di quanto non facciano le quinte del centro storico, abbandonate e spopolate.

A proposito di spopolamento e fuga, un luogo centrale nel romanzo è il Verde Respiro, complesso residenziale che nasce vicino al Quartiere. Si tratta di una specie di suburbia all’italiana, abitata da individui arricchiti e scappati dalla gentrificazione (molto simile, per certi versi, a Casal Palocco, un quartiere di Roma che conosco bene). Il Verde Respiro è un luogo disfunzionale: per andare a prendere il latte bisogna entrare nel centro commerciale, al posto del lago artificiale con le carpe sono rimaste le ruspe per costruirlo, il Comune lascia inascoltate le richieste dei residenti. Gli abitanti del Verde Respiro sono individui il cui sogno di una vita serena, un po’ americana, non ha avuto un lieto fine. Quali personaggi, letterari e non, popolano questi sobborghi?

Secondo me possono uscir fuori i genitori di Donatella, un ceto medio completamente smarrito nell’isolamento e pericolosamente vicino alla marginalità (condizione che non avrebbero mai immaginato di ritrovarsi a vivere). Il padre e la madre di Donatella rappresentano – come tutti gli altri abitanti del Verde Respiro – una classe di commercianti e impiegati che si trovano in situazioni sempre pericolanti. È chiaro che questo romanzo esce dopo dodici anni di crisi economica grave, e a un anno dallo scoppio di una pandemia che non farà che aggravare la situazione. Ma da questi luoghi possono uscire anche persone come Donatella, che non hanno niente a che spartire con il desiderio di quel tipo di esistenza, l’ambizione verso quella vita americana. È interessante che mi citi Casal Palocco, che è il primo esperimento a Roma (e forse in Italia) di sobborgo all’americana. È sicuramente lontano a livello temporale dal Verde Respiro, o rispetto ai quartieri che sono nati negli ultimi quindici anni intorno ai centri commerciali. Però quello è il prototipo. In America questo modello abitativo prendeva piede già nel secondo dopoguerra, fine anni ’40. Sono le Levittown, che si rifanno anche al modello dei sobborghi londinesi, dove ai margini del verde abitano i ricchi. In America è una cosa più per la middle class.

Cosa ti ha spinto a raccontare questi luoghi?

Intanto ho fatto un reportage per L’Espresso, che nasceva proprio intorno all’idea di descrivere le nuove forme dell’abitare intorno ai centri commerciali delle città. Frequentando quei posti per un po’ di tempo mi è sembrato ci fosse un potenziale narrativo che non era stato ancora abbastanza esplorato. Questo accadeva qualche anno fa. Poi, ho notato che l’incontro tra questi quartieri (e residenti) e gli abitanti di una marginalità classica, di periferie storiche, stesse dando vita a qualcosa di nuovo e interessante, non solo narrativamente, ma proprio per i gangli della nostra società. Così ci sono arrivato.

Roma, infatti, nel tuo libro è lontanissima: si instaura un rapporto tra centro e margini in cui scompare la tensione attrattiva verso il primo, e le realtà urbane smettono di esistere l’una per l’altra (non solo a livello geografico, ma nella mente dei personaggi: i ragazzi non lo sentono il centro, non lo pensano). Nei margini si formano così zone d’influenza autonome e contrastanti. Mentre nel passato il movimento era tra periferia e centro, ora sembra periferia contro periferia. Quali sono le ragioni per cui è avvenuto questo cambio di prospettiva?

Perché il centro si è svuotato, e svuotandosi è venuta meno la sua centralità. Nella vita sociale della città il centro è sempre più un parco a tema, preda della “turistificazione”. Ti basti pensare che quando si rompe la metropolitana a Roma il primo pensiero è: come faranno i turisti a muoversi? È incredibile: la metropolitana dovrebbe servire agli abitanti. Nel momento in cui viene meno la centralità del centro, secondo me lo sguardo viene rivolto dove effettivamente le persone abitano. Nel 2017, più di un individuo su quattro a Roma risiedeva fuori dal Grande Raccordo Anulare. Non fuori dalle mura, ma fuori dal GRA. Il margine che, nelle intenzioni, doveva contenere tutta la città.

Passiamo a Donatella, che accende la miccia della carica inesplosa di Manuel. Quando loro due escono insieme, lui si domanda quanto debba sembrare vuota, agli occhi di lei, la sua vita. Quante esperienze non solo manchino a Manuel, ma di quante lui non abbia sentito la mancanza nel corso di questi anni. Come hai già ricordato, Donatella rende evidente i bisogni che lui nasconde a sé stesso. In quale modo?

Lei gli mostra ciò che lui stesso sente ma non riesce a dirsi. È quella mediazione tra il sentire e il pensare. Donatella è una diciassettenne atipica, ma non rara. Secondo me ci sono degli adolescenti con questo livello di consapevolezza. Ha un’idea molto classica di emancipazione, che si raggiunge attraverso lo studio e un’ossessione per l’università. Vuole togliersi di dosso la sua famiglia, il luogo in cui è finita a vivere. È molto determinata e un po’ pedante in questa sua ideologia rigida. Ogni tanto dice delle cose quasi buffe per la sua età, perché si vede che ha letto e studiato tanto, però ha un modo ingenuo di tirare fuori quello che sa. È un personaggio centrale: per me ha lo stesso peso dei tre protagonisti, che conosciamo da subito. La sua irruzione nella storia è decisiva per tutti loro, e per il romanzo stesso.

Chiudiamo con la lingua: asciutta, essenziale e nitida. Alcune descrizioni affiorano come oggetti da toccare: la notte è «l’ora blu», Donatella ha «un modo di gesticolare che lui non ha mai visto: pare stia sgombrando un tavolo o schiaffeggiando qualcuno che ostacola il percorso». Mi hanno colpito le parentesi che inserisci nel testo, brevi considerazioni in corsivo che sembrano la voce di un narratore esterno. Ho provato a racchiuderle in una definizione univoca, ma non ci sono riuscito. Ho deciso quindi di riportarti le impressioni che mi hanno suscitato di volta in volta (sono poche). Le parentesi mi sono sembrate: discorsi privati, puntualizzazioni, una voce guida, un sussurro destinato ai personaggi, una specie di contrappunto, un consiglio, degli aggregatori di senso. Qual è la funzione di questa scelta stilistica?

Secondo me sono tutte queste cose insieme, mi sembrano rientrare in quello che volevo fare. Come risposta basica ti direi che si tratta della voce della strada, la sapienza popolare. Però mi interessava dare una bussola ai personaggi – che sono senza bussola, che stanno costruendo la propria – attraverso sussurri, consigli, e consigli in forma di sussurro. Queste voci sono conoscenze stratificate nel tempo che arrivano a loro. Ti faccio un esempio: c’è un momento in cui Abdou si confida finalmente con la madre. Lei gli sta facendo le treccine e dice una frase: «L’uomo ha inventato l’orologio ma Dio ha inventato il tempo». Dopo un po’, quando lui è da solo davanti al mare, quelle parole gli ritornano sotto forma di parentesi. Come se quell’insegnamento fosse diventato un po’ di tutti, come se da gassoso fosse mutato in uno stato solido, a cui richiamarsi nel corso della vita. Se ripensi alle definizioni che mi hai detto, in realtà rientrano tutte in questo concetto. Forse nella nota a piè di pagina inserita nel libro[1] sono stato un po’ criptico, un po’ aereo e potevo essere più chiaro, perché mi rendo conto che le parentesi hanno sbalestrato. È un punto di vista più autoriale rispetto al resto del romanzo, dove invece sono stato sempre un passo indietro per far parlare la storia. Si sente la mia voce, ma resto dell’idea che sia una guida.


[1] Questa: «Soffia il vento, in cerca di una via d’uscita che Roma non concede – per il coperchio d’inquinamento che preme dall’alto o per il peso più diffuso della Storia; il vento trasporta sentenze di saggi e suggerimenti di avi, che risuonano nel presente annullando il tempo – messaggi nella bottiglia che annullano lo spazio».