Soffia sempre sul fuoco della ribellione

Michele Vaccari è uno scrittore che non scende a compromessi con la banalità. L’ha dimostrato con il suo ultimo romanzo edito per NNE, Urla sempre, primavera, in cui disegna l’intreccio di una contemporaneità che sembra distante anni luce dal presente, ma che dà l’impressione di poter diventare tangibile da un momento all’altro (e tanto vorremmo non si realizzasse).

Ci troviamo a Genova ed è il 2022. Questo presente appartiene a Zelinda, l’unica donna di cui è certa la gravidanza; la democrazia parlamentare non esiste più, il governo è ora rappresentato dalla Venerata Gherusia, un’oligarchia di anziani che ha condotto Metropoli, il nuovo nome dato all’Italia, a un’arretratezza totalizzante, stabilendo l’estinzione del genere umano. Procreare è diventato un crimine e l’unica alternativa alla ciclicità della vita è invecchiare.

Il nuovo governo ha scelto Genova come nuova capitale in quanto città più vecchia d’Europa, e non è un caso che sia stato chiamato Gherusia, che in greco antico indicava un consiglio di anziani; tuttavia, la remota eco ellenica rivive in un senso antitetico alla saggezza che questo gruppo rivestiva all’epoca, trascinando nel presente un’ideologia contraria al progresso. I Venerati impongono una dittatura che preclude qualsiasi forma di ribellione e Zelinda è colei che custodisce in grembo un pericoloso atto sovversivo: una bambina sfuggita all’estinzione che porta in sé il dono del sogno.

Si può riscontrare un richiamo a Margaret Atwood, che sostiene come, non appena si accende la scintilla di un regime, la prima cosa che il governo impone è il controllo sul corpo delle donne. Controllare le donne vuol dire controllare la vita e, di conseguenza, il popolo che compone una nazione. Ma Vaccari segue un procedimento inverso a quello de Il racconto dell’ancella: la Venerata Gherusia non è più interessata alla procreazione, il suo è un controllo in negativo delle nascite.

I bambini sopravvissuti al diktat sono gli Orfani, vivono nei boschi in un perenne stato pre-culturale, incapaci di leggere e scrivere, parlanti la Lingua Nuda: un inquietante e illogico idioma misto a un uso storpio e immoderato di anglicismi che supera in assurdità la Neolingua di Orwell.

Nessuna città sarebbe stata più adatta di Genova per l’anti-governo dei Venerati. Genova è stata la prima città partigiana a combattere il regime nazifascista e conserva dentro di sé il DNA di quella ribellione che, come un’infezione salvifica, si sparse in Italia e aiutò a tenere testa al nemico. Ora, memori di una lotta che ha reso grande la città durante la liberazione, il neonato «populismo geriatrico» accoglie le proverbiali insoddisfazioni del cittadino italiano medio in una primavera simbolicamente ribaltata: non è più la stagione della rinascita, ma una guerra di sfiancamento indotta da un pugno di vecchi, adoratori della regressione e del sonno della ribellione.

Genova è anche la città del G8, di quel luglio del 2001 che ha reso celebre la violenza ingiustificata perpetrata dalla polizia nei confronti dei manifestanti. Il mondo fu messo davanti all’autocompiacimento della brutalità, a un moderno rastrellamento che radicò una memoria indelebile di sopruso all’interno di una democrazia liberale. Ricorda Zelinda:

«Nel 2001 non è iniziato il millennio, è finito il nostro Paese, gli hanno ammazzato il futuro.
Per questo, abbiamo così paura.
Abbiamo già visto cosa sono in grado di fare quando gli tocchi il potere».

Zelinda era ancora una bambina nel 2001, ma il DNA del martirio era già dentro di lei e in tutti i genovesi che sarebbero nati. Oggi, nella Genova del 2022, le Milizie sono i sicari autorizzati dei Venerati, cani da caccia addestrati alla carneficina. In un mondo in cui essere madre è proibito, Zelinda è una preda ambita come il più succoso degli ossi.

Uno dei nodi narrativi del romanzo è il disvelamento della brutalità maschile in un ampio spettro di atteggiamenti, da una più prosaica violenza fisica a un uso sottile del linguaggio che punta a ferire la dignità della donna. Essere un certo tipo di maschio significa spesso riconoscere un portato ideologico personale contrario alla liberalità dei costumi o alla vivacità della parola, vuol dire scegliere il sopruso perché congeniale alla sottomissione. La violenza maschile è verbale ancora prima che fisica, è una robusta impalcatura di offese che ha come primo obiettivo la mortificazione del corpo femminile, coacervo di un controllo ossessivo incancrenitosi nei secoli.

Controllare le donne vuol dire controllare l’imprevedibilità della natura, che, nella sua controparte sterile e misogina, assume sempre l’aspetto di un tirannico Dio Padre; la Venerata Gherusia è l’ennesimo prodotto di una parodia millenaria tutta maschile, vecchia e recalcitrante, che si fa portatrice di una superiorità esistenziale per innescare un processo di annichilimento della femminilità, sovversiva e ribelle. Femminilità come natura: dunque, abolizione della primavera, a cui viene impedito, così, di urlare.

L’unico mezzo che Zelinda ha per suscitare la ribellione è trasmettere alla figlia un dono, il potere del sogno, che le permetterà di ricreare un mondo ormai disincantato e abituatosi all’autoinganno.

In questa abbrutita e geriatrica primavera 2022, Zelinda e Guido, il suo compagno, vivono come fuggiaschi autoesiliati, finché trovano riparo da Carlo e Nadia, marito e moglie che, assieme al figlio, vivono su una collina intorno a Genova.

Zelinda ha iniziato a registrare alcuni ricordi e istruzioni in cilindri fonografici perché la figlia possa un giorno seguire le sue parole e innescare la rivoluzione contro l’ultima fase della Legge Progressiva, il referendum che deciderà l’estinzione dell’umanità.

La distopia è un genere che gioca con un ambiguo sentimento di tensione-repulsione; la nostra coscienza ha sviluppato una gamma di principi che governano la società e la convivenza al suo interno, e a questi l’uomo si aggrappa in nome dell’etica, che garantisce un’ideale di armonia; quando, però, si rende conto che anche il principio più nobile può essere soggetto a un’imprevedibile alterazione della verità, ecco che una parola, un motto o uno slogan diventano vessilli di una sottomissione che non conosce dialogo e crea dittatura.

Se si isolasse la distopia da un contesto meramente fittizio e letterario e la si adoperasse come cartina tornasole alla prima avvisaglia di alterazione della politica liberale, si arriverebbe alla non così sorprendente conclusione che essa non esiste soltanto sui libri; una società distopica è spesso la testimonianza di molti passati realmente verificatisi e tramandati dalla memoria collettiva e individuale, come il fascismo in Italia, che ha avuto la sua controparte utopistica nella Resistenza; il futuro ideale è quello in cui, come sostiene Vaccari, non si perde la voglia di combattere.

La polifonia spazio-temporale del romanzo torna indietro nel tempo al 1943. Nei boschi intorno a Genova, i partigiani sono in lotta contro i nazifascisti e a partecipare alla Resistenza c’è anche un ragazzo di tredici anni di nome Spartaco. Sa di essere diversa, preferisce guardare i ragazzi piuttosto che le ragazze.

Spartaco pensa di sé al femminile, talvolta al maschile, è l’imprevisto che sfugge al machismo fallico e imperialista di Mussolini, è colui che lo frega custodendo dentro di sé il polimorfismo del genere umano. Nomen omen: Spartaco scopre la potenza della ribellione e della guida nonostante sia circondato da uomini che guardano a lui come a un ambiguo, a qualcuno che si sottrae a un generico binarismo esistenziale, persino all’interno della sua brigata: o si è maschi o femmine, o fascisti o comunisti, o neri o rossi. Spartaco è una parte di umanità storicamente annichilita dall’arroganza fascista, un invertito, un deviato, quello che oggi chiameremmo queer.

Quando giunge la notizia della liberazione, è il 23 aprile 1945.

«Per noi, fino ad allora, era stata una fantasticheria da giovani sognatori che la primavera un giorno sarebbe stata capace di urlare».

A combattere sono le minoranze inascoltate della storia, alle quali Vaccari dà un’appartenenza a dispetto di antologie che le hanno trattate superficialmente o rimosse dal panorama storico-culturale. Come riporta Spartaco:

«Quella era l’Italia che ci voleva gasare in massa, o linciarci nelle sale da pranzo delle mense operaie, coi bastoni per rimestare le olive, l’Italia che avrebbe pagato per l’avvento di un Mussolini qualsiasi che ci rinchiudesse nei manicomi al primo manifestare una qualche tensione poco cis».

Sono quelle comunità, messe da parte da uomini eterosessuali bianchi, che vogliono sfuggire all’etichetta, per questo l’autore inveisce anche contro quei partiti, come il PCI, che hanno ignorato sovversivi come Mario Mieli, antesignano della liberazione dallo stigma binario di genere, nel cui ideale Spartaco si identifica.

La natura torna a urlare più volte durante la giovinezza di Spartaco, nonostante sia “contronatura”. Gli sembra di essere invincibile, finché non si innamora di Fabio, che lo condurrà a compiere un attentato che cambierà le loro vite per sempre.

L’ultima narrazione è affidata a Egle, la figlia di Zelinda, che ha iniziato a usare il potere di cambiare il corso degli eventi tramite i sogni. Il presente, adesso, è il 2043, il referendum è alle porte e l’umanità è sull’orlo del collasso volontario. A Egle non resta che entrare nei sogni del Presidente Venerato e cambiare le sorti del paese.

Cento anni dopo la primavera del 1943, la razza umana sta per volgere al termine senza più alcuna voglia di urlare; ciò che le rimane è il ritmo di una vita stanca e consapevole di non avere nulla all’infuori della certezza di invecchiare.

Egle ha sempre vissuto nella natura, mai contaminata dalla propaganda dei Venerati. Grazie a un’aura primordiale, ma ben consapevole delle dinamiche di Metropoli, la ragazza può ancora diffondere la ribellione nei sogni di chi ha smesso di lottare. A poco più di vent’anni, Egle si appresta a muovere con gli Orfani una guerra contro la Venerata Gherusia.

Metropoli sta per giungere alla sua fine, ma non importa. Come scritto da Beppe Fenoglio ne Il partigiano Johnny, l’importante è che a combattere ci sia anche soltanto un partigiano.

Il racconto in prima persona di Egle è il resoconto di una vita passata in esilio, la cui eco era già stata incarnata da Zelinda e Guido; è una ragazza che ha vissuto in una primavera dilatata nel tempo, alla quale non rimane che richiamare a gran voce gli esiliati come lei.

Ascolta i cilindri di Zelinda per formarsi alla rivoluzione senza costringersi a farlo, perché, come le rammenta la madre, la rivoluzione è una scelta.

In quanto unico essere umano venuto alla luce dal rifiuto di una donna di sottostare al potere, la Gherusia non ha il controllo su di lei, ma, a ben vedere, non lo ha per una ragione più sottile. In vent’anni di dittatura, il dominio del governo sulle nascite, l’amministrazione totalitaria sui cittadini e le Milizie squadriste non hanno considerato due aspetti fondamentali; il primo è che la natura dominerà sempre sulla burocrazia, il secondo è che i sogni non sono governabili da un sistema.