La diversità che osa dire il suo nome

Latte arcobaleno è una delle ultime novità di Atlantide. L’autore del romanzo è Paul Mendez, inglese alla sua prima prova letteraria, mentre la traduzione è di Clara Nubile.

La storia è bipartita tra ieri e oggi. C’è un prima, raccontato in prima persona da Norman Alonso, giamaicano che, negli anni ’50, arriva nelle Midlands inglesi in cerca di fortuna, e un dopo, affidato alle vicende del giovane Jesse McCarthy che, agli inizi degli anni Duemila, si trasferisce in una Londra cinica e spietata.

Norman e sua moglie Claudette arrivano a Bilston, nelle Midlands, il 26 maggio del 1956. Mendez introduce la loro storia tre anni dopo l’arrivo in Inghilterra: adesso hanno una casa, due figli di nome Robert e Glorie, entrambi lavorano, ma al prezzo di sorbire malelingue e soprusi, come quelli di alcuni estremisti che scrivono «L’Inghilterra deve restare bianca» sulla loro porta di casa.

Norman comprende presto cosa questo significhi: stai in casa il più possibile, esci solo per andare al lavoro, evita di cucinare roba giamaicana, che ha un odore che i bianchi non riescono a sopportare, e cerca di non parlare col tuo accento, perché fa troppo colonia britannica.

I primi moti xenofobi delle Midlands risalgono agli anni ’50 del Novecento, e si sono sviluppati anche grazie a movimenti come la White Defence League, un gruppo di estrema destra, che ha usato i moti migratori dalle colonie britanniche come pretesto per le proprie manifestazioni.

Norman considera simili la Giamaica e l’Inghilterra: entrambe sono due isole, in entrambe la lingua più diffusa è l’inglese, entrambe sono governate dalla stessa monarchia. Ma i suoi pensieri non si adattano facilmente alla realtà dei fatti: ai neri sono richiesti sforzi maggiori per adattarsi alla cultura bianca e, secondariamente, per imparare a pensare da bianchi.

«Avevamo lasciato il Giardino dell’Eden per la Terra di Latte e Miele e avevamo trovato Sodoma e Gomorra. Invece delle colline ondulate, c’era una montagna di spazzatura. Un fiume di petrolio greggio. Al posto degli alberi, gli altiforni. Facevo boxe, e mi sono preso qualche pugno, però niente mi prendeva alla sprovvista come un ragazzino senza paura coi capelli come il sole, occhi azzurri d’angelo e una pistola al posto della lingua».

Il racconto di Norman incarna il topos dell’emigrazione, della ricerca di fortuna lontano da casa. Che sia il giamaicano del secondo Novecento che va in Inghilterra, il messicano che oltrepassa il confine con gli Stati Uniti o il meridionale che trova lavoro a Milano, l’agognata terra promessa adesca lo straniero e distorce la sua visione del futuro, soprattutto quando a giocare con la sua integrazione sociale è l’intolleranza di pochi.

La polarizzazione tra fascinazione della terra promessa e disillusione, tra vecchia generazione e nuova, tra XX e XXI secolo è tutta nelle parole e nei gesti di Norman e Jesse. Norman, comunque, mantiene un occhio distaccato dalla «realtà bianca» che lo circonda; il suo candore non trova un reale motivo per attaccare chi lo chiama negro o gorilla, nonostante ne subisca sempre il contraccolpo. La reazione alle reiterate e sordide provocazioni non trova sfogo in una reale ribellione: sarebbe semplicemente un’occasione in più, per i bianchi, di nutrire il proprio sentimento xenofobo gridando al pericolo nero; tra l’altro, come nota lo stesso Norman, chi gli si rivolge in modo offensivo è spesso un incolto.

«Quello che i colleghi non riescono a capire è che io sono un giamaicano. Io sono un uomo giamaicano, e quindi un uomo britannico. Io sono nato britannico, quindi sarò britannico tutta la mia vita. Noi serviamo la regina, e prima di lei il re, allo stesso modo. Ogni volta che passeggi per il viale principale nel centro di Kingston si sente la banda che suona “God Save the Queen”. Abbiamo combattuto per il nostro paese. Abbiamo dato le nostre mani per ricostruire questo paese. L’abbiamo fatto arricchire. Senza di noi, non potevano avere un esercito così grande, una marina militare così grande. Senza di noi, forse non erano capaci di conquistare il mondo. Forse perdevano pure la guerra contro Hitler».

Inghilterra, anni Duemila. Jesse McCarthy è un giovane nero di vent’anni che si trasferisce a Londra, dopo aver lasciato la sua famiglia originaria di Wordsley, nelle Midlands. Il suo recente passato è quello di un fervente testimone di Geova, membro di una comunità che, dopo aver scoperto la sua omosessualità, lo ha allontanato per sempre da casa. Jesse non ha mai conosciuto il padre biologico e sua madre, che soffre di una depressione cronica, non gliene ha mai voluto parlare; il vuoto, sostanziato da una presenza fittizia e assordante di ricordi fumosi, è colmato in parte da Graham, il bianco padre adottivo.

Mendez racconta la diversità di Jesse in maniera originale, attingendo in parte al proprio vissuto. Prende spunto dalla sua condizione di nero e omosessuale e la trasporta su carta senza censure, con un linguaggio che si avvale di una poetica erotizzante al massimo grado. Questo erotismo audace e indulgente gioca con le ossessioni di Jesse, il vero protagonista di Latte arcobaleno, demistifica le circostanze e le abitudini dell’ipocrisia borghese e le innalza a momenti di massima sensualità, che, tuttavia, non gli permettono di coltivare l’etica di un affetto duraturo. Jesse, infatti, si mantiene facendo marchette a perfetti sconosciuti, tutti bianchi, ma non può nascondere il senso di vuoto riempito da un sesso occasionale e sfrenato, realizzato per il piacere del piacere stesso.

Nella scrittura di Mendez non esiste la più lontana ombra di biasimo. Il sesso è percettività, è un piacere che può anche nascere all’improvviso e va goduto quando se ne ha l’occasione (almeno secondo la visione iniziale di Jesse). La vita vissuta fino al suo arrivo a Londra gli si presenta ora come un falso sermone durato diciannove anni e, per quanto la metropoli gli si mostri in tutta la sua brutalità, la voracità del sesso occasionale è quanto di più veritiero abbia mai provato.

Londra è una miniera d’oro per Jesse, ossessionato dal corpo maschile in tutte le sue sfumature. Godere delle forme virili è un’attitudine anche mentale. I numerosi riferimenti sessuali celano, però, una verità doppia: se Londra è la città della libido sfrenata e ogni atto è permesso, l’assoluta libertà non gli permette comunque di dimenticare il suo passato.

«Jesse McCarthy. Non fratello Jesse McCarthy. Nemmeno il giovane fratello Jesse McCarthy. Soltanto Jesse McCarthy. Jesse, che era stato chiamato così come il fuorilegge Jesse James, e non come il re Jesse, il padre senza peccato di Davide, e nemmeno come Jesse Owens, che con la sua risata aveva creato scompiglio nel suprematismo bianco. Informiamo la congregazione. A nessuno era consentito di sapere perché era stato disassociato. Poteva essere un ladro impenitente, un tossicodipendente, poteva aver commesso reati sessuali o frodi; o magari era stato vittima di un incidente o gli avevano diagnosticato una brutta malattia e aveva scelto di accettare una trasfusione di sangue.
Disassociato. I testimoni di Geova evitavano i disassociati come se avessero la lebbra e l’AIDS. Diverse teste si sarebbero girate per vedere se lui era seduto sul retro, accanto alla porta, poi il loro sguardo si sarebbe spostato alla sua famiglia, in particolare a sua madre. All’improvviso, lei era diventata la madre patetica di un adolescente nero incorreggibile, ora smarrito; e loro avrebbero capito l’origine delle depressioni di cui la donna soffriva da lungo tempo. Non si poteva fare niente riguardo agli adolescenti neri incorreggibili, a parte dare loro la punizione che si meritano».

Latte arcobaleno è anche un libro sulla “dipendenza dai bianchi”, una condizione che in modo diretto interessa Jesse fin dall’infanzia. Poco dopo essere stato disassociato, Jesse realizza di aver sempre desiderato essere un ragazzo bianco e biondo perché le cose sarebbero state più semplici. Mendez riflette su quanto possa risultare paradossale che essere «nero e gay» venga considerato una condizione biasimevole e svantaggiata rispetto a essere «soltanto gay».

«Sei un nero nel corpo di un bianco, dicevano i colleghi di Graham alla discarica. I ragazzi bianchi da McDonald’s facevano lo stesso. Jesse si rese conto che aveva passato gran parte della sua vita a imparare dai bianchi cosa significasse essere un ragazzo di colore. Sei come un ragazzo nero che cerca di essere un ragazzo bianco che cerca di essere un ragazzo nero».

Mendez rivisita lo status quo con uno stile impudico, che non teme l’evidenza dei particolari sessuali e, più in generale, dell’ipocrisia borghese. Il tema di fondo cui si è abituati è disarmante: più si rimane in silenzio e si cede al pudore (di qualsiasi tipo), più si accontenta il quieto vivere altrui. Mendez ribalta ogni cosa: più sicurezza si dimostra, meno attacchi si subiranno e questo vale anche per la schiettezza delle avventure sessuali di Jesse, che il lettore non ha ragione di criticare.

Un giorno, le cose cambiano. Jesse riesce a trovare alloggio in un appartamento condiviso, dove si è appena trasferito un uomo di nome Owen. È il Natale del 2002. Jesse ha sempre avuto paura del Natale, che i testimoni di Geova non festeggiano; è un giorno per sentire i fantasmi del passato più vicini del solito. Owen è un poeta e insegna scrittura creativa all’University College di Londra, ha undici anni più di Jesse e si è da poco separato dalla moglie. Owen incontra spesso uomini su Gaydar e Jesse non l’ha mai visto senza un sorriso sulle labbra. Jesse capisce subito che Owen è l’antitesi di tutti gli uomini che ha conosciuto in chat: è amabile, colto, di bell’aspetto, sembra quasi irreale.

«In vita sua non era mai andato a un vero appuntamento: sentiva che nessuno l’avrebbe preso sul serio come oggetto di una storia d’amore. Nessun uomo l’aveva mai portato a cena al ristorante. I clienti gli chiedevano di andare in albergo, ma non erano mai disposti a farsi vedere con lui in pubblico, perché quale reazione sociale avrebbe suscitato un uomo ricco che lo portava fuori a cena? Come avrebbero giustificato che si conoscevano? Di sicuro questo non era un pensiero che preoccupava troppo gli escort bianchi, s’immaginò Jesse: potevano sempre essere spacciati come parenti o colleghi più giovani. Nessuno voleva fare l’amore con lui. Era un ragazzo nero di vent’anni, magro, con un cazzo grosso, che tutti sembravano volere brevemente, e volevano solo quello: era solo una macchina per scopate a pagamento, di cui poi sbarazzarsi. Era stato scopato, sì, ma esclusivamente da uomini bianchi che volevano dimostrare il loro potere, la loro forza e supremazia, o da uomini neri che cambiavano strada se lo incontravano il giorno dopo».

Ma il Natale che Jesse passa con Owen è diverso: oltre a essere il primo vero Natale della sua vita, si trova insieme a un uomo (bianco) che non desidera fare sesso con lui. Jesse comprende che il genere di società in cui le circostanze l’hanno trascinato può rivelare piccole ma preziose sorprese. Jesse e Owen condividono un presente sfocato impreziosito dalla scoperta della poesia e dal racconto reciproco di un passato recente. Jesse pensa che, anche se dovessero soltanto fare sesso, con Owen sarebbe diverso rispetto agli incontri cui si è assuefatto.

«Desiderò che si fosse preservato per questo momento, che non fosse mai stato toccato da un uomo in vita sua».

2016. Jesse e Owen hanno consolidato la loro relazione. Jesse è cambiato e, da quando si è fidanzato con Owen, ha abbandonato in modo definitivo il sesso occasionale. Ma quell’anno rappresenta anche un’altra svolta per la sua vita. Durante un picnic con alcuni amici, Conroy, un ragazzo conosciuto da poco, nota che Jesse somiglia molto a un certo Robert Alonso, pittore scomparso negli anni ’90, di cui Conroy frequentava la sorella, Glorie. Il nome non gli è nuovo, ma non riesce a ricordare dove l’abbia sentito prima; ad ogni modo, è sufficiente per instillargli un atroce dubbio: e se Robert Alonso fosse il padre biologico di Jesse?

Latte arcobaleno celebra la diversità a dispetto delle costrizioni mentali, sociali e familiari; con un livello di schiettezza che può raramente essere equiparato, Mendez espone i meccanismi di un retaggio coloniale ancora persistente, che si riflette sia nella generazione di Norman che in quella, più recente, di Jesse.

Jesse scoprirà presto che il primo passo per un’effettiva emancipazione dalla maggioranza bianca inizia da una personale autocritica, diventando consapevole «di come i bianchi influenzino i neri riguardo alla percezione di sé stessi, come le qualità attribuite rispettivamente ai bianchi e ai neri vengano interiorizzate dai neri e poi usate come armi suicide contro la neritudine».