Storia della nostra ossessione

Il narratore di Hagard ci mette in guardia fin dalle prime righe: nonostante i numerosi tentativi, non è riuscito a scoprire il mistero che si cela dietro la storia di Philip. I fatti gli sono perfettamente noti, saprebbe metterli in sequenza dal primo all’ultimo; conosce il giorno e le circostanze che hanno dato il via alla catena di azioni destinata a stravolgere la vita del protagonista – anche se «nessuno può stabilire con quale evento prenda avvio una storia» – e conosce il tragico epilogo, eppure non comprende nulla.

Ma andiamo con ordine. Philip è un uomo sulla quarantina e lavora nel campo immobiliare; lo incontriamo per la prima volta mentre sta aspettando un cliente in un bar. Siamo a Zurigo, una città in cui da qualche anno si respira un’aria diversa, di sfiducia e diffidenza («si trattava di un rivolgimento invisibile; esteriormente tutto appariva come prima, ma un dubbio si era insinuato nella coscienza delle persone»). Il giorno è l’11 marzo di un anno non ben precisato, anche se da alcune informazioni disseminate qua e là (come il riferimento all’aereo della Malaysia Airlines sparito nel nulla) capiamo essere il 2014. Il cliente non si presenta, così Philip lascia il tavolo. In strada si mette a osservare le persone che escono dai grandi magazzini e il suo sguardo rimane incagliato su un paio di ballerine color prugna ai piedi di una ragazza. Questo insignificante particolare è l’inizio di una caccia forsennata: da quel momento in poi vagherà per la città come un segugio dietro le tracce della sconosciuta, senza mai riuscire a scorgerne il volto.

La trama procede veloce, scandita dalle disavventure di Philip, spesso grottesche e tragicomiche. Il lettore viene risucchiato nella follia del protagonista, tanto più inquietante perché si manifesta in un uomo apparentemente normale. Gli eventi sono filtrati dallo sguardo di un misterioso narratore, una voce esterna che dà giudizi e fa ipotesi, e che forse è l’elemento più interessante del romanzo. È qualcuno che conosce bene i fatti, come se fosse lui stesso a esserne stato protagonista, eppure non prende mai parte all’azione («Sono testimone di quei giorni di marzo, e in quanto testimone li racconterò senza omettere né risparmiare nulla. Alcuni elementi mi porranno in cattiva luce, ma non mi importa»). La sua ossessione per la storia di Philip è dichiarata fin dalle prime righe; non vuole unicamente comprendere le motivazioni che hanno spinto una persona qualunque a infilarsi in un inseguimento pieno di peripezie, piuttosto si chiede quale sia il rapporto tra la sua esistenza e la vicenda che sta raccontando:

«Dopo numerosi tentativi andati a vuoto di trovare un filo conduttore tra le immagini, sono giunto alla conclusione che non sia tanto la storia in sé a sfuggirmi. Il punto è il mio coinvolgimento; voglio scoprire cosa abbiano da dirmi quelle visioni in grado di affascinarmi, incantarmi e a volte condurmi sull’orlo della follia. Mi sono convinto che da questa storia dipenda la mia esistenza, però, allo stesso tempo, sono consapevole di quanto sia ridicola questa idea; non ho nulla da temere: potrei accantonare gli eventi di quei giorni di marzo e non mi accadrebbe niente».

Man mano che si va avanti con la lettura ci si immedesima sempre di più con il narratore e con la sua frustrazione, perché anche noi cominciamo a porci le stesse domande. Il tutto è reso ancora più enigmatico dal fatto che la voce narrante sembra parlarci da un’epoca lontana, diversa da quella in cui si svolge la storia, quasi venisse dal futuro («Nelle prime decadi del ventunesimo secolo l’epoca antica non era ancora del tutto scomparsa»). Il presente narrativo è descritto come un momento di quiete apparente prima di un disastro, conferendo al romanzo  un sapore quasi distopico o apocalittico:

«Erano in pochi a parlarne, ma molti attendevano in segreto un crollo e, nelle officine, nelle aule universitarie e negli open space degli uffici, operai, professori e impiegati mormoravano della catastrofe incombente».

In quest’atmosfera, le persone sono dominate dalla tecnologia. Le loro vite sono dipendenti non dal cellulare – come ci ripetiamo di continuo – ma piuttosto dall’alimentatore con il suo cavetto, un oggetto quasi insignificante ma senza il quale è impossibile utilizzare «l’onnipotente congegno». In un momento importante della narrazione Philip si troverà a dover fare a meno del telefono, e questo problema contribuirà in larga misura alla sua disfatta.

Anche il modo in cui il romanzo è strutturato è originale, perché Lucas Bärfuss introduce alcuni cambi di prospettiva interessanti. Nelle prime pagine, il narratore abbandona per qualche paragrafo il suo personaggio, affermando di volersi dedicare a «questioni più importanti» e rassegnandosi «all’idea di aver presunto un mistero lì dove non vi era altro che qualche spicciolo di sentimentalismo piccolo borghese». In quel momento sorge il dubbio che a parlare sia l’autore stesso, e che tutta la storia di Hagard non sia altro che una metafora sul processo della scrittura («Devo ammettere, però, di aver provato anche la tentazione di abbandonare Philip al suo destino e di starmene a guardare mentre se ne andava in malora. Ma forse ero troppo pessimista. Perché quella storia non poteva avere un lieto fine?»). Il secondo cambio di prospettiva si trova invece verso la fine, quando il narratore ripercorrere la vita di un uomo (uno di «quegli spiriti che da tempo avrebbero dovuto essere morti, ma che non potevano ancora morire») che alla fine si rivelerà essere il tassista che soccorre Philip (il quale si è ritrovato senza macchina, senza portafoglio e col cellulare scarico). Tramite questo espediente Bärfuss fa emergere il tema della privazione economica e dell’emarginazione sociale: la vita del tassista è stata infatti piena di disgrazie, rispetto a quella del protagonista. Tutto ciò ha l’effetto di rendere ridicola l’ossessione per la ragazza con le ballerine color prugna, soprattutto se confrontata con le basilari logiche di sopravvivenza con cui alcune persone devono quotidianamente fare i conti. Lo stesso Philip sperimenta una situazione di privazione materiale quando perde una delle sue scarpe; continuando l’inseguimento sotto la pioggia battente e con un calzino zuppo d’acqua – senza la possibilità di comprarsi calzature nuove né cibo, visto che non ha soldi – capisce improvvisamente cosa significa essere un senza tetto.

Grazie a tutti questi elementi, Lukas Bärfuss scrive un romanzo ben congeniato, costruito su diverse ossessioni. La prima, la più evidente, è quella di Philip per la donna sconosciuta. In questo senso, Philip è come l’animale che dà il titolo al romanzo: “hagard” è infatti un termine usato nel mondo della caccia per designare quei falchi catturati in età adulta che non si lasciano addomesticare. C’è poi quella del narratore, che cerca di capire quali siano le ragioni che portano un uomo adulto, con un’esistenza apparentemente appagante, a uscire completamente fuori dai binari della morale così come la società la concepisce; e infine la terza ossessione, che in realtà le racchiude tutte, ovvero quella del lettore, che si sente proprio come «quel tipo che a furia di fissare gli alberi non vedeva più la foresta». A quale conclusione dobbiamo arrivare? Davvero basta un attimo di irrazionalità per impazzire? Potrebbe succedere anche a noi? Saremmo capaci di rinunciare a tutto per inseguire un’idea, un desiderio impossibile e soprattutto inspiegabile?  

Cercando una soluzione a questo dilemma ho pensato che in fondo la vicenda di Philip non è molto diversa da quella del protagonista di I baffi, di Emmanuel Carrère (e questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero trovare). Anche lì la pazzia si innesca a partire da un evento apparentemente insignificante: un uomo che ha sempre creduto di avere i baffi decide di tagliarli, ma nessuno se ne accorge, anzi, tutti sostengono che lui non li abbia mai avuti. Entrambi i libri sembrano suggerirci che la nostra normalità e le certezze sui cui abbiamo costruito tutta la vita possono essere ribaltate da un momento all’altro.

Oltre a questo, Hagard ci mette davanti alle nostre stesse contraddizioni, mostrandoci che per quanto ci sforziamo di agire razionalmente e di evitare comportamenti autodistruttivi alla fine ci ritroviamo a ripetere sempre gli stessi errori, proprio come afferma il filosofo Parmenide nel frammento posto a epigrafe del romanzo («Per me è lo stesso, da qualsiasi parte cominci: là infatti di nuovo farò ritorno»). E così, se non riusciamo a porre fine a certi schemi, tentiamo almeno di trovarne il senso, qualcosa che ci aiuti a giustificarli, ed è anche questo che cerchiamo a volte nei libri: qualcosa che ci aiuti a capire meglio noi stessi. Non troveremo nessuna risposta nel romanzo di Bärfuss, ma solo interrogativi. Forse però  il compito della letteratura è proprio questo, ritrarre la vita così com’è, contraddittoria e, a volte, senza senso.