La fame è femmina

Lara Williams al suo esordio letterario stila un codice comportamentale contro la timidezza, un escamotage per riappropriarsi di uno spazio, della densità del proprio corpo e della possibilità di disporre a piacimento dei propri istinti. Ne viene fuori Le divoratrici (Blackie Edizioni, traduzione di Dafne Calgaro e Marina Calvaresi), una commistione tra biografia della protagonista e aneddotica del Supper Club: circolo segreto di sole donne che si riuniscono nei luoghi più disparati, dove si trovano pietanze e stupefacenti in abbondanza, che vengono ingurgitati con costanza e perizia marziale.

Le storie delle partecipanti sono intervallate dalla vita di Roberta che alla soglia dei trent’anni decide di combinare qualcosa di significativo: dare vita ad un club come spazio vitale in cui il desiderio di consumare si mantiene puro e dove può ufficializzare la sua «fantasia di cucinare per qualcuno». Fin dai tempi dell’università ha dato al cibo e alla sua preparazione un valore particolare: non si tratta di banale sostentamento ma di una realtà ricca di significato, una presenza fattiva che si sostanzia della sublime e alchemica capacità trasformativa. Il piacere delle preparazioni lunghe, delle pietanze «pesanti» con una «consistenza melmosa e limacciosa» che riempiono, colmano e soddisfano, assume un intento sovversivo che comincia a essere perseguito a partire dalla stessa scelta dei cibi.

Roberta descrive in maniera puntuale ogni singola preparazione, fornendone diverse versioni con la diligenza di un naturalista. Ogni preparazione coinvolge aneddoti del passato e del presente della protagonista, costituendone insieme lo spunto e la chiosa; si ha la percezione che la fonte principale del suo pensiero sia proprio nel cibo e nei suoi componenti; ogni ricetta è sempre ben riuscita esibendo per contrasto quella capacità di controllo sulla materia che le manca sulla sua vita. Qualsiasi tipo di vigilanza, su di sé e sul proprio corpo, è vietata durante il Supper Club, le ospiti possono ingurgitare quanto più possibile, riempirsi fino all’orlo e infiammarsi in questo sabba dell’abbondanza fino a perdere i sensi.

Lungo la narrazione si presenta un concetto ricorrente e rilevante: il corpo. La capacità di divorare quanto più cibo è fortemente legata a quella che il corpo ha di espandersi, di riempire i contorni di uno spazio ristretto fino farlo esplodere. Il suo corredo di “femminilità” è dissolto a favore di un rovesciamento radicale del “sapersi comportare”, del piluccare piuttosto che del rimpinzarsi. All’avvenenza di un corpo sottile si preferisce la verità di uno che desidera e non che vuole essere desiderato; qui il passo è radicale «perché niente fa più paura di una donna che mangia e scopa con abbandono». 

Il rapporto tra corpo e desiderio – da sempre inglobato in un’ottica normativa patriarcale per cui la femminilità è definita per discredito e il suo sesso viene esteso alla totalità del suo essere – è il fulcro di questa rivoluzione che mira a rovesciare il mondo delle rappresentazioni delle identità. Lo scarto è maggiore se si inserisce questa considerazione in un sistema di consumo capitalistico pronto a trasformare la femmina in madre. Ne Le divoratrici a guidare l’atto rivoluzionario non è il desiderio di un altro corpo (soprattutto di uno maschile), ma del cibo, la materia inerte verso cui dirigere la propria rivalsa, rinnegando l’abnegazione totale che viene richiesta alle donne. Non c’è frustrazione nel raggiungere questo scopo (il Supper club non è mai momento di sfogo di problematiche amorose tra amiche o occasione di commiserazione) ma un indovinato processo di sottrazione del proprio corpo alla norma etero-patriarcale, che lo vorrebbe normalizzare in una “femminilità” timida e sommessa.

L’intento principale del Supper Club è l’affermazione della propria identità in uno spazio – «in diversi spazi, il punto è rivendicarne di più». L’ambientazione scelta di volta in volta è sempre un luogo popolato nella sua normale attività ma che si fa scena di banchetti strabordanti nel momento in cui la normalità si “spegne”: un ristorante chiuso, il dipartimento di un’università, una casa da cui il proprio compagno ha levato le tende. Tutto si svolge nell’intercapedine dell’ordinario proprio per affermare la volontà di sovversione che guida queste lamie insaziabili. Ad ogni appuntamento il luogo prescelto finisce per essere devastato e poi rimesso in sesto, architettando questo spazio di devianza che si crea e si distrugge da sè. Anomalie nell’esistenza spazio-temporale delle commensali che continueranno a produrre un riverbero all’interno delle loro vite. Tutto il resto del mondo diventa allora «spazio di facile normalità» in cui gli eventi si succedono e accadono nella loro sterile datità, in cui le cose si fanno secondo un certo modo a seconda del genere. 

Williams ha la portentosa capacità di mettere in gioco una molteplicità di concetti e osservazioni con disinvoltura, ma è come se non compisse lo slancio fino in fondo. Ogni tentativo di riflessione più ampia è interrotto da una sfumatura banale e ripetitiva. Gli intermezzi del Club sono i passi più interessanti del libro ma quando si ritorna alla realtà è come se nulla fosse realmente mutato; ogni momento di “sfogo” finisce per essere naturalizzato a vantaggio del sistema, e l’anomalia risulta solo un’eccezione perversa che conferma la regolarità della “natura”. La vita quotidiana di Roberta è la cartina tornasole di ciò che succede durante le sue riunioni clandestine: ci si aspetterebbe una vera rivoluzione (almeno per sé stessa), ma ciò avviene solo in parte e con dei risvolti un po’ sbiaditi. Rimane geniale lo spunto del cibo come veicolo di affermazione identitaria e di stravolgimento della norma, ma entrambi si risolvono in sparuti tentativi di trasformazione. 

Il romanzo abbonda di riflessioni e pensieri molto originali che, a volte, però non bastano a far fronte a una narrazione fragile. Lo si potrebbe considerare come un piatto non portato a termine, una ricetta da perfezionare; un sempiterno stufato del cacciatore (ricetta del libro) una pietanza perennemente nel paiolo sul fuoco, infinita perché va sempre rabboccata ogni volta che ce ne si serve.