Le civette impossibili, o l’arte del reportage secondo Brian Phillips

Nonostante il 2020 venga già ricordato come l’annus horribilis per antonomasia a neanche un mese dalla sua fine e abbia superato, in termini di catastrofe, anche il 1346 – anno della peste nera in Europa -, si è concluso, per quanto mi riguarda, con una lettura sopraffina che appartiene alla penna di Brian Phillips e al suo Le civette impossibili, edito per Adelphi nella traduzione di Francesco Pacifico.

Le civette impossibili è suddiviso in otto capitoli, a ognuno dei quali appartiene perlopiù un viaggio fatto dall’autore, anche se vi si inseriscono, in senso lato, esperienze vissute sia in territori stranieri che negli Stati Uniti, suo Paese di origine. Otto testi in cui il reportage si fa ibrido e passa al saggio, includendo fatti personali che, in qualche modo, amalgamano il tutto in un genere difficile da etichettare.

La scrittura di Phillips è quella del reporter che sottopone la realtà a un’osservazione acuta e non lascia spazio all’illusione; è colui che con un occhio quasi filosofico indaga sul perché il Regno Unito abbia ancora una monarchia, oppure assiste con fascinazione all’antichissima disciplina del sumo, forse l’unica tradizione nipponica a non aver accolto del tutto lo straniero occidentale.

Qualche curiosità a proposito delle civette. Storicamente, la civetta è l’animale sacro ad Atena ed è usata da Hegel come metafora della filosofia, nella formula della “Nottola di Minerva, ossia: non è possibile speculare se non dopo che il fatto sia accaduto, così come la civetta vola di notte, quando la luce sul mondo è scivolata verso l’oscurità che asseconda il ragionamento e la riflessione. Le civette sono come delle mediatrici tra cielo e terra, vivono guardando ripetersi i soliti rituali umani, che scandiscono le stagioni e le credenze. Phillips raccoglie i dati e li valuta come un romanziere verista di metà Ottocento, accantona le valutazioni frettolose di chi è venuto prima di lui. Per esempio: molti americani sostengono di aver visto gli alieni almeno una volta nella vita, ne danno per scontata l’esistenza, ma non hanno mai veramente indagato i motivi di tali presunti avvistamenti né compreso l’animosità che ha guidato i loro giudizi. 

Secondo Phillips, le storie sono state raccontate spesso in modo inaccurato; spetta al reporter premurarsi di raccogliere tutti i dati necessari preparandoli a un’analisi fondata sulla scientificità o semplicemente sull’osservazione empirica dei fatti.

Il mondo moderno prosegue nella celebrazione di riti antichissimi e nella perseveranza di credenze paranormali, che avvolgono soltanto in apparenza la realtà nel mistero, per il quale, secondo l’autore, esiste sempre un fondo di razionalità. La professionalità con cui affronta i fenomeni non manca di unirsi a una buona dose di autoanalisi, che accompagna lo svolgimento della narrazione rendendo il confine tra autore e lettore estremamente sottile.

«Che cos’è che non andava? Non c’era niente che non andasse; semplicemente ero in crisi. Ero in crisi e scappavo. Avevo un problema e, invece di affrontarlo, tiravo le tende su quella parte della mente che voleva chiamarlo col suo nome. Chiamare qualunque cosa col suo nome avrebbe significato fare scelte, avere certezze; se una frase sembrava arrivare a un qualche punto, trovavo più facile interrompermi a metà. Trovavo più facile restare nei margini di un sicuro semioblio, intorno ai cui confini le cose continuavano a cancellarsi».

Il semioblio è la naturale inclinazione dell’animo a perdersi e non è detto che ciò sia un problema. Esiste una ricca letteratura sull’attitudine consapevole dell’uomo a inoltrarsi in ciò che è ignoto (come Solaris di Lem, ad esempio, o The Terror di Simmons, per citarne alcuni), a dispetto delle facilitazioni tecnologiche che l’evoluzione ha apportato, una caratteristica tutta umana che non sacrifica la propria testarda volontà all’esplorazione sull’altare di un gps qualunque.

Naturale inclinazione dell’animo a perdersi, si diceva, che per Phillips non può che avvenire in una città come Tokyo a cui è dedicato il secondo capitolo, Mare delle crisi. Quando l’uomo pensa di aver visto e conosciuto tutto della vita, ecco spuntare Tokyo, dove non esistono confini reali, ma solo punti sfumati dove la vista non può arrivare. In Giappone, Phillips assiste all’antichissima disciplina del sumo nella titanica prestanza di Hakuhō, il più grande sumōtori di tutti i tempi.

Il sumo è quella disciplina per cui, alla fine di un incontro, il vincitore non esulta, perché a lui come al perdente non è permesso esprimere alcuna emozione. Ma il Giappone è emotivo, e lo è in modo violentemente ponderato.

«Alcune storie giapponesi hanno un finale violento. Altre non finiscono affatto, vengono troncate al momento di crisi estrema per descrivere una farfalla, o il vento, o la luna».

Tokyo è anche la città di Yukio Mishima, emblema della sacralità giapponese che non scende a patti con l’umanità fallace. Mishima era bello, ricco e innamorato di un giovane militare. La resa del suo Paese in seguito al Trattato di San Francisco, che prevedeva la progressiva smilitarizzazione giapponese, significò per Mishima l’intollerabile decadenza del Giappone e l’abbandono dei valori marziali e samurai, gli stessi che venerava quasi alla follia. Nel 1970 parlò ai suoi connazionali dal balcone del quartier generale delle Forze di autodifesa, incitando le stesse a formare un esercito al comando dell’imperatore, poi, sentendo le sirene e gli elicotteri del governo, si chiuse nell’ufficio del generale e praticò il seppuku, l’antico rito riservato ai samurai che, per non consegnarsi al nemico, evitare la pena capitale o in seguito alla morte del proprio signore, affondavano una lama dentro lo stomaco (sede dell’anima, secondo gli antichi giapponesi).

Phillips, tuttavia, non pensava tanto a Mishima, durante il suo viaggio a Tokyo, ma a Hiroyasu Koga, l’ufficiale che uccise Mishima dopo che questi si perforò lo stomaco, assumendo il ruolo del kaishakunin, che nel seppuku è colui che decapita il moribondo e gli risparmia, così, un’atroce agonia. Cosa abbia significato per Koga, allora ventenne, decapitare il suo maestro sfugge a una risposta univoca, rimane una storia in penombra; d’altro canto, non smette di esercitare un fascino estremo. Cosa c’è tra l’omicidio e la salvazione di un’anima in pena?

«Com’era stato seguire Mishima sin lì e poi, inaspettatamente, vedersi chiamato a metter fine alla sua vita? Aver continuato a vivere con quel ricordo? Anche Koga era stato pronto al seppuku, ma Mishima aveva ordinato loro di vivere e spiegare al mondo le sue azioni. Al processo, dove venne condannato a quattro anni di carcere, Koga disse che vivere da giapponese significa vivere la storia del Giappone. Che storia deve aver concepito, lui, pensavo, per aver detto quella cosa, per aver fatto quello che ha fatto».

Phillips indaga sul confine tra ciò che si crede di vedere e ciò che si è effettivamente visto, per compiere l’atto più naturale e meno incoraggiato dalla maggioranza: disvelare, soprattutto quella realtà pervertita da un’immaginazione insana, da recondite paure che non sfuggono a un occhio attento. In Autostrada perduta parla proprio di questo.

Gli Stati Uniti sono il Paese del sogno americano, del capitalismo, del razzismo congenito e degli UFO. Gli anni ’50, tra una pubblicità e l’altra di lavastoviglie per casalinghe felici, hanno visto diffondersi la febbre ufologica come un’epidemia, a partire da un avvistamento occorso nella celebre Area 51, nello Stato del Nevada.

All’ingresso dell’Area 51, un cartello recita, con l’ironia di chi ingrassa la credulità del cittadino (più che) medio, «Come on in and see the crazy stuff we found in a crashed spaceship»; la leggenda diventa folclore e il folclore lascia spazio al turismo. Orde di curiosi da decenni si riversano in Nevada, spinti dalla necessità di scoprire una ragione che vada al di là della ragione stessa e sfoci nel mistico, stimolati da un marketing e una comunicazione speculativi: motel con faccette di alieni verdi, cartelli con faccette di alieni verdi, sculture di alieni verdi.

Ricordate certamente la naturale predisposizione dell’animo umano alla curiosità, di cui sopra. Ebbene, dietro l’apparente desiderio di scoprire la vera origine dei presunti dischi volanti del Nevada, Phillips adduce una teoria suadente e con tutti i crismi per essere la più attendibile:

«Questo fatto ha iniziato a condizionare il mio modo di pensare al fenomeno degli UFO. Ho cominciato a vederlo, più che come un problema di esperienza individuale, come un fatto di psicologia culturale. Come punto di riferimento, pensate alla valenza peculiare che ha nel Sudovest la parola alien, a quale altro gruppo è applicata di frequente al di là dei visitatori provenienti da altri pianeti. Notate qualcosa di sinistro? È tanto folle immaginarsi la narrazione sugli UFO come una specie di resa dei conti psichica, camuffata, con il terrore – senso di colpa della xenofobia bianca? Il tipo di cosa di cui tu – milioni di tu, di noi – non puoi parlare, e che allora riformuli come mito? Tutte quelle persone, quelle storie, cancellate: dove vanno a finire? Cosa succede alla tua coscienza di loro, quando quasi ogni aspetto della realtà in cui vivi ti dice di nasconderli alla tua coscienza? Forse, ho pensato, ciò che succede è che tornano come sogni, come incubi, figure surreali di punizione e mutamento. Come esseri che vengono a cercarti nel buio».

Il senso del titolo dell’opera di Phillips sta nel fenotipo dei sedicenti avvistatori di alieni, i quali, all’indomani del racconto delle loro esperienze paranormali, citano le civette come l’animale onnipresente del caso. «Forse, più una civetta sembra reale, meno sarà quel che pare». L’iperrealismo sensoriale risulta, paradossalmente, fittizio, atipico e impossibile, accavallato a un mondo di sogni irrealizzabili. Come per le presunte apparizioni divine, tuttavia, bisogna comunque discernere tra ciò che la persona crede di aver visto e ciò che effettivamente ha visto. Se il dubbio è la sfumatura, il bisogno della verità è la tinta ben definita, al di là delle miriadi di speculazioni personali.

Ma il bisogno, di qualunque tipo sia – non per forza esplorativo –, può essere soddisfatto anche a pochi passi da casa. Il bisogno di calmare un dolore, ad esempio.

Al buio: la fantascienza nella città di provincia racconta di quando Phillips andò al cinema a vedere La furia dei titani, un modo per distrarsi da una brutta caduta dalle scale, dopo la quale dovette fasciarsi un braccio. Si trovava a Carlisle, una cittadina della Pennsylvania, dove da poco si era trasferito con la moglie, professoressa al Dickinson College. Quella sera, Phillips era l’unico in sala.

«Come la realtà, La furia dei titani si limita per lo più a scagliare gente contro oggetti durissimi. Al tempo stesso, però… nessuno sente dolore. Gli eroi sono quasi tutti semidei, che è quanto meno come farsi di Percocet. Sono anestetizzati dal loro stesso splendore».

Lo spunto per una riflessione può venire persino da una serie tv, se la si guarda dalla giusta prospettiva. Il sesto capitolo, che inizia con un film visto al cinema, passa a ricordare la passione di Phillips per Star Trek: The Next Generation, rivissuta da un adulto che guarda al proprio passato con maturità. «The Next Generation risveglia un anelito profondo, quasi travolgente, quel soffocante desiderio infantile di fuga che è il risveglio di un certo tipo di fantasia. La sensazione che in un mondo diverso saresti te stesso».

Una serie come Star Trek, uscita poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica, è ancorata a una politica assolutamente calzante con l’epoca della sua diffusione; l’ottimismo quasi soporifero della serie ammicca a un presente facilmente riparabile, invita lo spettatore a non cedere alle difficoltà di un improvviso malfunzionamento, come nei numerosi casi in cui l’Enterprise si guasta, ma viene subito aggiustata. L’obiettivo dell’equipaggio, in fondo, al di là dei suoi viaggi (non proprio programmati) nello spazio, è mantenere le cose come stanno. Star Trek è una delle prime serie tv che rispecchia l’ossessione americana per la famiglia, non una famiglia in senso stretto, ma una centralità che rispecchia i caratteri familiari americani e i suoi meccanismi. Attorno all’equipaggio dell’Enterprise, nascono spesso famiglie improvvisate che ruotano sulla necessità di nutrire carenze emotive. In quanto specchio cosmico degli Stati Uniti, Star Trek è il perfetto riflesso della contemporanea polarizzazione ideologica dell’America: da un lato i conservatori, dall’altro i liberali.

«The Next Generation ritrae una rigida gerarchia militare che agisce con grande chiarezza morale nel nome della civiltà, ma i valori in base a cui agisce con chiarezza tanto conservatrice sono cose come la pace e l’apertura mentale e l’interesse per le prospettive di altre culture. I valori “liberali”, in altre parole. Potremmo dire, semplificando, che l’equipaggio dell’Enterprise è conservatore quanto al metodo e liberale quanto all’obiettivo. Navigano per l’universo con sicumera colonialista battendosi per princìpi postcoloniali».

Anche se tutto ciò risulta contraddittorio, lo spettatore non ci fa proprio caso. La tv e i suoi “valori” si rivolgono a un’umanità (o una parte di essa) che chiede inconsciamente la tranquillità mondiale e extra-mondiale, come a dire: tranquillo, non corri alcun pericolo, se sai che canale guardare. Star Trek è il perfetto esempio di individualismo che guarda fuori dalla finestra solo se qualcosa mette in pericolo l’individualismo medesimo, solo se qualcosa interrompe il fluire degli episodi che scandiscono le ore e i giorni.

«È una roba da matti, ma è anche una visione della psiche americana che, se riesci a entrarci, fa di colpo sembrare possibili molte cose bellissime, e fa semplicemente svanire certe ansie debilitanti».

Phillips si rivolge a quel tipo di lettore che possa fare del dubbio un pretesto per scoprire qualcosa in più, per non fermarsi nemmeno davanti alla stabilità della carta stampata, nei molteplici modi in cui esso si insinua nel suo animo; non importa tanto che ciò avvenga in un paese straniero, durante la visione di una serie tv o al cinema dietro casa. La bellezza della sua opera sta in una discreta assenza di moralismo, che ucciderebbe l’insicurezza e, di contro, farebbe del dubbio un dogma; è una sfida, certo, riuscire a non assuefarsi alle logiche della modernità. Anche se ciò può risultare a volte impossibile, è raccomandabile, ad ogni modo, essere sempre vigile come una civetta.