L’epopea “cartonizzata”

Quest’anno Netflix ha festeggiato il Veterans Day (11 novembre) con il lancio della serie The Liberator, che racconta le battute conclusive della Seconda guerra mondiale. Il progetto, dopo aver perso il patrocinio di History Channel – a causa del costo smisurato di ogni episodio (15 milioni di dollari) – è stato recuperato dalla piattaforma e affidato alla regia del polacco Grzegorz Jonkajtys. Per ridurne le spese, si è provveduto prima al dimezzamento del numero complessivo di puntate (da otto a quattro), poi all’adozione del Trioscope (un’innovativa tecnica cinematografica che ibrida filmati d’azione, ambientazioni in CGI e animazioni in 2D), permettendo di realizzare le riprese più impegnative in meno tempo rispetto al necessario.

La trama segue le gesta del 157esimo reggimento del battaglione Thunderbirds e i suoi 500 giorni, dallo sbarco in Italia al drammatico ingresso nel campo di concentramento di Dachau. La memorabile sorte che sarebbe toccata a questo contingente non era prevedibile agli albori, quando nel campo di addestramento dilagavano sergenti iracondi e razzisti, la cui condotta metteva in difficoltà le minoranze texane, messicane e native. L’arrivo del capitano Felix Sparks (Bradley James) sembra promettere una rivalsa per tutti loro. Infatti, anche se a tratti rischia di scadere nel politically correct, il personaggio di Sparks è dotato di un differente set valoriale: anzitutto crede veramente nella possibilità di suscitare nei suoi uomini uno spirito comunitario; in secondo luogo, tenta di rinsaldarlo ricordando che hanno tutti lo stesso nemico. Un approccio simile era quello propinato dal monaco medievale Bernardo di Clairvaux che, nelle sue predicazioni, diffondeva l’ideale di malicidio, termine con cui si poteva colpire sia il “malvagio”, il nemico, sia la malvagità nel suo più ampio significato. A differenza degli altri soldati, gli uomini di Sparks confliggono con il male, avversano le declinazioni più disumane della guerra e, fatalità del caso, proprio questo è ciò che li attende a Dachau.

Tuttavia, la strada per il campo di concentramento è ancora lunga. La prima destinazione della compagnia è Salerno, dove le suddette minoranze dimostrano grande attaccamento al gruppo e al loro capitano. Ferito durante un attacco, Sparks è inviato in Nordafrica per essere curato. Ripresa conoscenza, scopre che sono stati i suoi uomini a salvarlo da morte certa e questo lascia in lui un incolmabile dovere nei loro confronti. Prende subito carta e penna e comunica a Mary, la moglie che lo aspetta in Oklahoma, che ha scelto di disobbedire all’ordine di rimpatrio e tornare al fronte. Quella di Sparks è una civiltà totalmente disillusa, in cui è stata smascherata «l’antica bugia», per citare il poeta inglese Owen che riprendeva il latino Orazio, un inno che ripete da secoli: «Dulce et decorum est pro patria mori». Il motto tirtaico, volto a spronare al sacrificio i giovani soldati, riecheggia all’inizio di ogni conflitto, ma non resiste a lungo e sicuramente non lo fa fino alla linea Gustav, al confine tra Lazio e Campania. Che cosa restava, allora, in quei giorni, in quei luoghi? Forse, e solo in alcuni individui, la riconoscenza, il saper guardare oltre il proprio orto, usando l’immagine che, sin da Voltaire, ha esaltato nell’uomo il suo interesse verso la comunità.

Dalla via Anziate, protetta a costo della perdita di molti componenti del gruppo, si passa con il terzo episodio all’Operazione Dragoon, in Francia meridionale; qui si consumerà una disfatta per Sparks e i suoi. Come premio per le imprese di Anzio, dove era infine riuscito a fermare il feldmaresciallo Kesselring, viene conferita al protagonista una Presidential Unit Citation (una delle più alte onorificenze militari, assegnata per «atti di straordinario eroismo contro il nemico») e gli vengono assegnati alcuni «panni sporchi da lavare», come l’ingeneroso compito di aprire un varco nei Vosgi. La missione avrebbe richiesto molti più uomini di quelli destinati e, come spiega Felix a inizio puntata, in un’eloquente lettera a Mary, «la guerra si vince con gli uomini, non con i mezzi». I tedeschi del tenente Voss sono in numero superiore e riescono ad accerchiare un contingente causando la perdita di molti soldati; ma in questo episodio – enigmaticamente intitolato Il nemico – anche un ufficiale di ghiaccio come Voss ha l’opportunità di esprimere la sua umanità: lascerà che Sparks recuperi i propri feriti senza alzargli il fuoco contro. Guardando il carrarmato americano tornare indietro, un sottoposto chiede al tenente «Perché non abbiamo sparato?». Voss risponde con una delle frasi più significative della serie: «Perché potevamo scegliere».

Il tedesco ci ricorda che si può decidere di non sparare su un ufficiale che recupera i propri feriti, come si può evacuare una città sotto attacco invece di obbligare tutti gli abitanti ad armarsi per la difesa. Nell’ultimo episodio – dal titolo Ritorno a casa – si sviluppa la resa dei conti, un giudizio universale che controbilancia le scelte prese da ciascuno. Emir Lamberth, che aveva imposto la resistenza ai cittadini di Aschaffenburg, con un elevato numero di perdite civili, subirà l’umiliazione di annunciare pubblicamente la resa. Il giorno della morte di Hitler, nel preciso momento in cui la guerra sta finendo, Sparks arriva a Dachau, il capolinea dove potrà saldare il debito con i suoi compagni, compiendo la sua ultima azione eroica, che qui non verrà anticipata.

In una delle scene conclusive della serie, il generale Patton gli confesserà: «Sono un soldato professionista da 37 anni. Messico, due guerre mondiali. Ho visto molti combattimenti e, come lei, sono stato ferito in servizio. Ma se sommasse tutto il tempo che ho passato tra gli spari arriverebbe a circa 50 settimane, 350 giorni. Lei, invece, a più di 500. Cinquecento giorni. Allora, mi dica, chi è l’eroe?», chi è – ci domandiamo noi – il liberatore?

Accettato il suo inserimento nel novero delle miniserie sul secondo conflitto mondiale, che ormai vantano una tradizione ventennale, a cominciare dalla pluripremiata Band of Brothers (Spielberg, 2001), The Liberator non può non esser giudicata in relazione al Trioscope, che ne condiziona univocamente la resa “cartonizzandone” la facies. Il risultato sembra assomigliare molto di più alla serie di fumetti che compongono La grande guerra, originale raccolta francese di vignette sul primo conflitto mondiale ideata da Eric Corbeyran e illustrata da Étienne Le Roux, uscita in Italia nella collana “Historica” di Mondadori Comics. L’esito dell’esperimento con il Trioscope è complessivamente positivo, se si pensa alle espressioni facciali e i movimenti che riescono a mantenere una certa fluidità – non è così, per esempio, in Undone, un’altra serie recente girata in Rotoscope (predecessore del Trioscope); è negativo, invece, se ci si sofferma sulla mancanza di prospettiva nei paesaggi urbani e naturali, come le vette innevate dei Vosgi.

Senza dubbio sventata, però, è l’accusa di banalizzazione che facilmente si sarebbe potuta imputare alla serie, e che viene esorcizzata non negligendo la crudezza e il realismo caratteristici del genere. The Liberator guadagna, quindi, proprio nel tenere a mente quanto sulla guerra è già stato detto, imprimendo nella trama citazioni eterogenee – dall’idealismo di Paths of Glory (Kubrick, 1957) all’etica di Saving Private Ryan (ancora Spielberg, 1998) – e non si esime dal ritrarre le molteplici sfaccettature dell’umanità provata dalla disumanità del conflitto.