Quanto si guadagna nella valle oscura?

Le premesse de La valle oscura suonano tristemente familiari: Anna Wiener – autrice e narratrice di questo memoir – ha un lavoro insoddisfacente nel settore editoriale, mal pagato e con poche responsabilità. Come me e, presumo, molti altri dei suoi lettori, ha fatto delle scelte scellerate all’università, ed è ancorata al mondo analogico: vinili, polaroid, Foucault. Con una certa amarezza, ci ricorda che «la verità era un’altra: non eravamo indispensabili. C’erano molti più laureati in letteratura inglese con un sostegno economico indipendente e sfilze di stage non pagati che posti liberi nelle agenzie letterarie e nelle case editrici». Tutto così familiare. Ha già un nome, questo genere? Il romanzo del precariato millenial? Il personal essay della classe disagiata?

Anna Wiener però ha un lato ambizioso: «Volevo trovare il mio posto nel mondo, ed essere indipendente, utile e brava. Volevo guadagnare, perché volevo sentirmi affermata, apprezzata e sicura di me». Così coglie la prima opportunità, saltando in una startup di lettura digitale. Lì le cose non vanno, ma ormai si è in gioco e allora ecco che Wiener vola da New York a San Francisco, dove impazza la gold rush tecnologica. Qui trova lavoro in una compagnia di analisi dati, che fornisce ad altre aziende tutti gli strumenti necessari a tracciare il comportamento dei loro clienti. Il peggio del peggio: ma non se lo dicono, non sono loro a usare gli strumenti che producono. Parte di questo racconto sarà un progressivo distaccarsi dall’approccio analitico/performativo dentro-le-cose («così ci si sentiva a sfrecciare nel mondo in uno stato di totale fiducia in se stessi?, mi chiedevo premendomi le dita sulle tempie; così ci si sentiva a essere un uomo?») per recuperare, almeno in parte, una visione ampia, sistemica.

Nel suo nuovo ruolo di techie Wiener incontra maschi buoni, che conservano l’eccentricità e l’idealismo californiani, e maschi inquietanti, gli amministratori delegati delle start-up. L’autrice sembra affascinata da quest’ultima razza, ventenni tremendamente potenti e poco istruiti che si coltivano sugli articoli (tipicamente in stile “tutorial”, tipo: 5 modi per licenziare i tuoi dipendenti) di venture capitalist e guru vari dell’economia, ideologi dell’ottimizzazione, tutti rigorosamente provenienti dalla Silicon Valley – è una cultura fatta in casa.

Molte pagine sono dedicate a una descrizione ironica, cinica, sagace, della Bay Area, restituita attraverso l’uso estensivo di elenchi di immagini, che sembrano replicare lo scrollamento di una timeline («oh, pensavo voltando la pagina, anche questo autore è Internet-dipendente», è l’unica osservazione dell’autrice sulla letteratura contemporanea). Elenchi in cui Wiener mostra le stramberie e le frivolezze di una città dove i genitori non ci sono e i nerd hanno assunto il comando, cosicché gli uffici sembrano parchi giochi a tema, le magliette spiritose hanno sostituito l’abito blu e si mangia senza vergogna a tutte le ore. Wiener però ha anche un occhio per le diseguaglianze mostruose visibili per strada, e quelle ugualmente evidenti – anche se non di natura economica – negli uffici, dove domina un maschilismo endemico (ma non aspettatevi il racconto di alcun “episodio forte”, Wiener non ne ha, anche se, come ha ammesso in un’intervista, le case editrici avrebbero molto gradito). Fra tutti questi lunghi segmenti bozzettistici, non succede poi molto alla nostra autrice. Seguiamo di sfuggita i suoi avanzamenti di carriera e nell’offerta abitativa. Della sua relazione con Ian, l’ingegnere specializzato in robotica, ne sentiamo solo il riverbero. Le cose accadono in brevi episodi, anche molto belli, come quando Wiener è a cena con il suo amico CEO, che sembra ancora più indaffarato del solito: «Mentre percorrevamo Folsom Street, Patrick partecipò a una teleconferenza. Le strade erano buie, desolate. Prese un tablet dallo zaino, aprì l’e-mail, e con un dito scarabocchiò la sua firma su vari documenti. Mi colpirono la disinvoltura e la sicurezza con cui, letteralmente, si muoveva nel mondo». Più tardi l’autrice realizzerà che «quella sera, nella luce sotto la superstrada, era diventato uno dei più giovani miliardari che si erano fatti da sé».

Forse vorremmo che questo racconto assomigliasse più a una “discesa negli inferi”, nelle aziende che da dietro Internet stanno dominando e corrompendo il mondo. Vorremmo che si raccontassero i dubbi e le frustrazioni di una persona che coglie le contraddizioni di quello che sta facendo, o che cede allo stress di un ambiente spietatamente competitivo, ma non c’è molto di tutto questo. Se c’è una storia, è quella piuttosto normale e non eclatante dei soliti problemi a lavoro, niente che non si incontri in qualsiasi altro ufficio, se escludiamo tutte le esuberanze di un posto strano come la Silicon Valley. Veniamo coinvolti in alcuni problemi pratici, quanto si prende nell’altro posto che le viene offerto, cosa ci si guadagna in termini di benefit… cose così. Se ci sono problemi etici, riguardano solo gli svantaggi che fanno pendere la scelta del nuovo lavoro altrove: non è mai qualcosa che richieda un vero impegno politico – al massimo lo si registra con una battuta sarcastica stile Twitter. La valle oscura assomiglia al tipo di conversazioni che si sentono sempre più di frequente, fra conoscenti che non sono amici intimi, e che sembra non possano parlare d’altro che di lavoro: lo stipendio, quanto ci si mette la mattina ad arrivare in ufficio, quanto sono stronzi i colleghi… Viene da chiedersi quand’è che abbiamo cominciato a essere così fissati con la carriera, al punto da rendere un’esperienza lavorativa tutto sommato così normale (non è, per dire, la testimonianza di un burnout in un ufficio alienante) l’oggetto di un libro che in Italia è pubblicato da Adelphi e negli USA è diventato un caso editoriale, già segnalato nelle classifiche di fine anno.

La cosa che più di tutte mi fa arrabbiare è il finale del libro. Trump è stato eletto, out of the blue – prima non si era mai parlato di politica nazionale –, e nell’aria c’è una depressione diffusa. Wiener si accorge di non appartenere pienamente all’ambiente in cui si era calata. Intanto, senza che ce lo raccontasse, ha ricominciato a scrivere (l’articolo omonimo da cui è scaturito questo libro, uscito su n+1, è tutt’ora il più letto della rivista – ma questo lo scopriamo cercando su Google). Si licenzia ed esercita il suo diritto sulle quote della start-up, che le fruttano 200.000 dollari. Grazie a questa exit strategy può tornare alla letteratura, ma da vincente, ricca. Come a dire: ero povera e bistrattata, mi sono sporcata le mani fra i più cinici squali del tech, che con i loro giochi mandano a puttane l’attenzione, la privacy, l’immaginario di tutti, e ora torno nel mondo che mi piaceva – giusto, politicamente corretto (Wiener è diventata la corrispondente da San Francisco del New Yorker). Le case editrici in cui portavo il caffè ora pubblicheranno il mio memoir, e ho anche venduto i diritti per farne una serie.

Il punto è che il libro da scrivere era su questa schifezza, su questo marciume. Il punto è, come voleva Elias Canetti, che la letteratura è il luogo in cui si discute la possibilità di vivere una vita senza vincere, non, diremmo noi, quello dove si arriva dopo aver vinto, come altri si ritirano in campagna a fare il vino. Lo so, lo so, non c’entra niente.