Diario di tenebra dagli anni ’90

Basta scorrere tra le mani le pagine di La squilibrata di Juliet Escoria per rendersi conto della natura composita del testo. Pubblicato da Pidgin Edizioni a ottobre, il libro d’esordio della scrittrice australiano-statunitense è un romanzo ibridato di autofiction, o un’autofiction romanzata. Ancor prima di leggerlo è evidente lo sbilanciamento che intercorre tra i vari capitoli, alcuni di svariate pagine, altri di poche righe, dai titoli a loro volta criptici o didascalici, nonché l’inserimento dei più svariati elementi esterni (disegni, biglietti, referti medici), che lo rendono un mosaico eterogeneo. L’assenza di equilibrio della protagonista si specchia nella multiformità imposta al testo dalla scrittrice.

Juliet Escoria è nata in Australia nel 1982 ma ha trascorso la sua adolescenza a Santa Bonita, nella California del sud. Nel 1998, all’età di quindici anni, poco dopo aver scoperto di essere affetta da sindrome bipolare, tenta per la prima volta il suicidio, dando inizio a una frustrante serie di ricoveri in centri di recupero e istituti speciali. La narrazione è aperta da un prologo in cui l’autrice va ancora più a ritroso, alla ricerca della prima manifestazione di quella «cosa oscura», a cui non sarà mai in grado di dare un nome definitivo ma che già a dodici anni le faceva accarezzare l’idea di porre fine alla propria vita.

Il romanzo si dipana nell’arco di due anni, con svariate incursioni della Juliet trentenne a intrattenere un dialogo impossibile con la sé stessa più giovane, e segue le relazioni e le abitudini della protagonista, i suoi legami che si sfaldano e si intrecciano, i suoi tentativi (talvolta calcolati, talvolta accidentali) di consegnarsi alla morte. Escoria spalanca un varco temporale sulla propria crescita e intimità, esplorando il momento in cui l’ombra della malattia mentale si andava allungando su di lei e su una delle fasi più complesse e delicate della vita: l’adolescenza.

Di questa età crudele nulla viene escluso e la spietatezza della narrazione è alternata a lampi epifanici di bellezza, in cui Juliet rivela la propria profonda spiritualità e propensione artistica, intrecciata alle tendenze autodistruttive, al desiderio di sparire dal mondo. La lingua piana e immediata della protagonista a tratti si espande e si fa poetica:

«I rami si contorcevano in alto verso le stelle. Le foglie si distendevano e vorticavano, intrecciandosi in nodi e serpenti. I fiori si erano disintegrati in un tessuto di merletto e, come se fosse un velo di lutto, vi appoggiai sopra la mia testa. Ero pronta per la morte. Ero pronta per le persone che avrebbero pianto per me».

Juliet si trova appena quindicenne a fronteggiare la sindrome bipolare e le sue conseguenze che spaziano dall’autolesionismo all’insonnia, dalle allucinazioni alla paranoia, dagli attacchi di panico alla dipendenza da farmaci e sostanze di vario tipo. Ma a spiccare nel corso del racconto è anche l’insufficienza del sistema, sociale innanzitutto e sanitario nello specifico, che non è capace di accogliere e aiutare la protagonista né le figure che le gravitano intorno. I rimedi proposti sono dei più svariati: farmaci sperimentali, ascolto di gruppo, cura di animali, persino escursioni in odore di esperienza mistica. Con i ragazzi dei centri di recupero, intanto, Juliet imbastisce legami profondi e conflitti che sembrano senza soluzione, sviluppa relazioni totalizzanti, disperate ed estreme, che poi sono le amicizie giovani.

Merito della prosa di Escoria è il rifiuto netto di patinare la realtà: la sua protagonista è franca, plausibile e per questo non sempre simpatica, non viene idealizzata né romanticizzata; stare dalla sua parte non è una scelta scontata per chi legge. La Juliet quindicenne non è né eccezionalmente interessante o fascinosamente dannata, non possiede una cinica veggenza sul mondo. È una ragazzina comune con un disagio inconsueto e spaventoso. Le sue ribellioni sono “banali” e fisiologiche quanto quelle di qualsiasi adolescente, ma arricchite e problematizzate dall’insorgere autentico della patologia. La malattia viene smitizzata ma mai minimizzata.

Il procedere a tentoni delle case farmaceutiche e delle terapie è testimoniato dai documenti con cui Escoria arricchisce il testo, referti medici e prescrizioni, in cui le medicine vengono alternate o mescolate in modo inesperto da una branca oggi solida che tentava ancora di trovare stabilità, nonché dagli «interventi dal futuro» della scrittrice che inserisce articoli in cui l’FDA (Food and Drugs Administration, l’ente statunitense che cura la regolamentazione di prodotti alimentari e farmaceutici) sottoscrive l’inefficacia e pericolosità di alcuni farmaci somministrati all’epoca e assunti dalla stessa Escoria.

In questo senso il libro è un autentico puzzle di cimeli, una collezione di carte, disegni, biglietti, lettere, persino braccialetti dell’ospedale, posti a conferma e monito di un’intera esistenza, come se la Juliet adulta volesse ricordare a sé stessa di essere esistita anche così.

Un primo sguardo puramente estetico a La squilibrata rimanda ai Diari postumi di Kurt Cobain, anch’essi pubblicati con la medesima impostazione da collage, ricchi di testi a fronte e appunti autografi. D’altronde, l’intera narrazione di Juliet Escoria affonda proprio nel cuore più oscuro degli anni ’90, inquadrato con citazioni apparentemente accennate – i riferimenti al massacro della Columbine High School o al suicidio collettivo della Heaven’s Gate – che invece si fanno portatrici di un disagio sociale più profondo e perturbante di quanto si potesse (e si possa tuttora) comprendere.

La società di fine millennio era pervasa da un malessere strabordante impossibile da definire e nominare, una matrice buia in cui era possibile che due liceali aprissero il fuoco sui compagni e i professori, che trentanove persone si avvelenassero sulla scia del passaggio di una cometa, che una star all’apice del successo cercasse riposo o conforto in un colpo di fucile. Il vitalismo sfrenato degli anni ’80 si era definitivamente estinto e al suo posto serpeggiava un approccio alla vita meno ottimistico, più ripiegato sull’intimità e sulle insidie che può contenere. Iniziava a correre una scurissima scia di sangue, invadendo l’immaginario adolescenziale e profetando molto anche dell’era che sarebbe venuta dopo. La malattia mentale era qualcosa cui guardare con terrore, uno stigma da nascondere lontano e da vivisezionare alla cieca, mentre la sua stretta sui più giovani si trasformava da etichetta in cappio, da condizione in colpa.

«I fuochi d’artificio erano piccoli e lontani ma erano bellissimi, perché a quanto pare la società è una cosa che sembra più bella se osservata dalla distanza».

Il contesto emerge anche dai riferimenti più semplici: la passione della protagonista per un Marilyn Manson in ascesa, o l’intestazione di un capitolo dedicata a una delle battute più note del film cult The Craft (1996), «We are the weirdos, Mr.». In effetti per una giovane creativa, dotata di sensibilità spiccata ma flagellata da difficoltà psicologiche, il riconoscimento in personaggi fuori dall’ordinario, streghe, alieni, astronauti dispersi, è un passaggio difficile da eludere, l’unica – paradossale – forma di appartenenza possibile.

«E di nuovo mi sentii come qualcosa che fosse rinchiuso in una bolla spaziale, una pellicola di plastica che mi separava dal mondo. Un’astronauta. Un’estranea, semplicemente in visita». E ancora: «Non ero più una pazza. Ero stata promossa. Ero un mostro di Frankenstein».

Il romanzo di Juliet Escoria è stato accostato a voci importanti che hanno dato spazio al tema del disagio mentale nella gioventù, da Sylvia Plath (chiamata in causa direttamente nel testo come una delle letture della protagonista con La campana di vetro, ma forse ancor più vicina nei Diari – «Posso scegliere se essere costantemente attiva e felice o introspettivamente passiva e triste. Oppure diventare pazza rimbalzando da un’umore all’altro», annotava la poetessa americana nel 1950) a Ottessa Moshfegh. Con l’anonima protagonista di Moshfegh Juliet condivide una sofferenza che non sa definire pur essendone schiacciata, ma se ne distacca nella reazione: a differenza del letargo artificiale ricercato ne Il mio anno di riposo e oblio, in lei la spinta vitale è un motore fortissimo e il desiderio di sentire e di vivere le impedisce di cedere davvero al richiamo dell’ottundimento.

«E allora tutte le finestre erano rotte e noi sanguinavamo e respiravamo affannosamente, infuocati e distruttivi e vivi».

A discapito dei tentativi di suicidio, Juliet vuole a tutti i costi sopravvivere, perfino a sé stessa, per poter finalmente affermare di sentirsi «a casa, realmente nel mondo, occupandolo, non semplicemente infestandolo». La squilibrata è il racconto della sua vittoria.