sorelle macaluso


Le sorelle Macaluso e il rumore dei morti

Un’antica usanza impone di aprire la finestra non appena il defunto sfoga il suo ultimo bagliore di vita; l’anima altrimenti potrebbe rimanere intrappolata nelle mura dell’abitazione causando dolore e tormento ad ambo le parti: ai vivi e ai morti. Questo gesto ribadisce quella stessa circostanza non direttamente realizzata da noi stessi, ovvero il venire al mondo: la morte e la nascita ci accadono come un evento tra gli altri, ma per entrambe dobbiamo affidarci all’altro perché il passaggio al o dall’existentia possa avvenire. Nella poetica di Emma Dante i vivi e i morti convivono, si parlano, bisticciano, piangono e fanno la pace. Nel film Le sorelle Macaluso questo rapporto intimo con l’aldilà è vivido, naturale come il mutare delle stagioni, pregno di significati che solo un profondo attaccamento al culto degli antenati può spiegare.

 

Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella Macaluso vivono la loro età da orfane, ognuna con le proprie abitudini e difficoltà. Costrette a sostentarsi da sole, abili maestre di colombe, custodi di un tempio ricolmo di cimeli dove la carta da parati consunta resiste al susseguirsi di mode, urla, bisbigli e rimpianti. Tre atti per una tragedia palermitana in cui non c’è un’evoluzione del drammatico, che, anzi, resta sempre su un livello costante; negli spazi tra una scena e l’altra il dolore viene somministrato lentamente, con una certa coerenza emotiva e schiettezza malinconica. Il fondo triste ha qui il valore di verità come se la dimostrazione di sofferenza fosse un dono per chi guarda e cerca di afferrarlo. Di capitolo in capitolo, con l’avanzare dell’età diminuisce il ritmo, la freschezza delle sorelle sfiorisce insieme alla loro capacità di destreggiarsi tra le difficoltà. Il suono subisce una discesa netta verso il silenzio e il frastuono dello spasso di cinque ragazze del primo capitolo cede il passo al dolore bisbigliato del secondo, fino ad arrivare al lutto sordo dell’ultimo atto.

 

 

La relazione con la morte è il contesto necessario e intelligente per raccontare una disgrazia che non è rappresentata dall’atto (accidentale e non) del morire, ma, piuttosto, dalla rinuncia a un’esistenza propria, dall’abbandono delle ambizioni e della propria individualità come possibilità d’esistenza. Il tutto a favore di una preservazione di quel dolore che, impossibile da eliminare, si coltiva tentando di armonizzarlo all’interno della propria personalità, rendendolo ragione di vita e crescita. Le sorelle sono accompagnate sempre da un alone mortifero che le condanna alla miseria perenne, le rinchiude in uno spazio angusto da dove non c’è scampo. L’appartamento della palazzina suburbana è il proscenio ideale per far sì che questa disputa con la morte sia sempre visibile: i cari estinti fanno baccano esigendo ascolto e se fanno finta di volare via alla fine rincasano sempre con la stessa prepotenza. L’arredamento ha il suo posto preciso e resta fermo nonostante il fluire delle persone e degli eventi: piuttosto, se spostato lascia traccia di sé incancrenendo i muri con le sue sagome ammuffite. Il ricordo non è sufficiente, ciò che non esiste più vuole rivivere, lasciare i solchi della propria presenza; il desiderio di realizzazione in vita diventa da morti implacabile ostinazione nel rinnovarsi negli occhi dei vivi.

 

Emma Dante ha questa capacità di vedere oltre il visibile, di saper cogliere le tracce di ectoplasma sulle cose, nelle abitazioni, nelle famiglie; abilità che lascia intravedere l’intelligenza emotiva (e artistica) della regista e che ne Le sorelle Macaluso si esprime egregiamente. Già nell’omonima pièce avevamo avuto modo di godere di questa abilità; nella sua trasposizione cinematografica se molte cose si sono perse, molte altre si sono guadagnate: la cura per la scena non lascia rimpiangere poi molto la nudità della scenografia a teatro, mentre il sacrificio di due sorelle del dramma originale ha lasciato più spazio d’azione e d’espressione alle cinque superstiti al cinema. Pur trattandosi della stessa materia, la regista e gli sceneggiatori (Giorgio Vasta ed Elena Stancanelli) si cimentano nel distinguere le due forme espressive attraverso un risultato su pellicola che è sufficientemente differente, nuovo, alterato e pur sempre vincente.

 

Tra le trame di quest’epopea dell’assenza si intravedono i dettami della tragedia classica: cinque sorelle, figlie di un re e di una regina defunti, che devono difendere il regno dall’incursione degli usurpatori: i morti. Nel condurre questo scontro dimenticano sé stesse e le loro vite, procedendo verso una direzione nefasta: dai presagi di morte iniziali fino al lento estinguersi di ogni speranza per un degno avvenire. La morte stessa non è mai raffigurata, è sempre solo accennata; solo dopo il trapasso, i morti si presentano per reclamare lo spazio che non hanno avuto in vita. A fare da coro uno stormo enorme di colombe che frugano ovunque, che girano per casa quando questa è vuota, alla ricerca di torti e colpe da addossare.

 

 

Alcune scene che dovrebbero essere di una caotica velocità sono invece di una bellissima lentezza: le due sorelle che si accapigliano sputando veleno l’una sull’altra hanno la bellezza plastica e dinamica di un gruppo scultoreo di marmo. Il ritrarre in maniera decorosa il dolore e il lutto, la rabbia e il rimorso rivendica dignità per le protagoniste vittime degli eventi, chiede strillando pietà per le sorelle Macaluso che hanno la sola colpa di non aver aperto la finestra in tempo, quando l’anima del morto voleva uscire, mentre loro hanno preferito tenerla con sé, cercando nei rimproveri, nei sensi di colpa, nel sacrificio l’espiazione completa.

 

Il lutto è la narrazione della morte che facciamo a noi stessi, scegliendo i toni e i ritmi con cui giustificare l’impensabile: l’esistenza che si esaurisce.

 

Le sorelle Macaluso è uno di quei film per cui, a visione ultimata, si sente l’urgenza di correre fuori dal cinema e respirare forte, come a voler prendere quanta più aria possibile dopo esserci sforzati troppo nel dispendio di noi stessi. Entrare nella sofferenza degli altri non è mai un gesto privo di conseguenze e in tal senso la finestra di Emma Dante è sempre aperta.

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