Gli spigoli dell’ultra-irrealismo: Pechino pieghevole

Il luglio di quest’anno a dir poco singolare ha visto, tra i suoi lanci estivi più interessanti, la raccolta di racconti Pechino pieghevole di Hao Jingfang, per i tipi di add editore. Composto da undici racconti, il volume è valso alla giovane autrice (classe 1984) il premio Hugo nel 2016, prima scrittrice cinese a vincere il titolo.

 

Le storie spaziano tra distopia, fantascienza e fantasy fiabesco, dando vita a un rimescolio fatto di avanzamento tecnologico e tradizione profonda. Per scrittura e tematiche Hao viene ascritta al chaohuan (letteralmente: “ultra-irrealismo”), un filone della fantascienza cinese che tende a esasperare le caratteristiche della propria società di riferimento, ponendosi “oltre la fantascienza stessa”. Le vicende sono ambientate in una nazione in cui l’irreale ha smesso di essere tale e permea invece ogni aspetto della vita: il manifesto del chaohuan sottintende dunque che la Cina sia di per sé, con tutte le sue contraddizioni e crescenti ipertecnologie, un luogo in cui la realtà è science fiction concretatasi. Per un approfondimento circa questa corrente rimando a un ampio articolo della mai abbastanza compianta Prismo.

 

Pechino pieghevole è il titolo del primo racconto, che battezza anche l’edizione italiana ed è senza dubbio una delle storie più rappresentative della raccolta. Vi si narra di una città multiforme e assemblata «come un cubo di Rubik» che ne permette la rotazione a zone, consentendo di volta in volta a una popolazione divisa in strati di godere di aria e luce, mentre le diverse aree sprofondano nel sottosuolo. Hao esplora contemporaneamente tematiche come sovrappopolazione, catastrofe ecologica e tecniche di sorveglianza, senza tralasciare una disuguaglianza sociale netta e paralizzante. La Pechino ipertecnologica del futuro è infatti suddivisa in tre Spazi, ciascuno preposto a una differente classe sociale: lo Spazio1 è occupato dall’élite politico-economica della città, lo Spazio2 dalla classe media e lo Spazio3 dai lavoratori più poveri che cercano di sopravvivere alla loro miseria. Lo Spazio1 è, naturalmente, quello a cui sono garantite più ore all’aperto nonché più area abitabile per singolo cittadino, mentre i due Spazi rimanenti condividono minore superficie e maggiore permanenza sottoterra. La vicenda è narrata dall’addetto alla discarica Lao Dao, residente nello Spazio3, che, per consegnare un messaggio clandestino allo Spazio1, sfida le leggi e i rischi di una capitale dal fascino insidioso e terrificante, allegoria esasperata di disumane riorganizzazioni urbane.

 

Il titolo originale della raccolta è però diverso e può essere tradotto come La profondità della solitudine, parole che non nominano nessun racconto in particolare ma attraversano ciascuna storia in modo diverso. Se la scrittrice non rinuncia a descrizioni vivide e strabilianti, di cui il primo racconto è l’esempio più fulgido – «A quel punto la terra ruotava. I singoli lotti giravano attorno al proprio asse di centottanta gradi, rivelando gli edifici sull’altro lato che si aprivano ergendosi nel cielo grigio azzurro come animali che escono dal letargo. L’isola della città si stagliava nella luce arancione, aprendosi e raddrizzandosi in mezzo alle nuvole grigie. I camionisti provati dalla fame e dal sonno ammmiravano lo spettacolo della metropoli che si rinnovava all’infinito» – è soprattutto l’interiorità dell’individuo a rappresentare il fulcro reale dell’opera, colui che, solo, si trova schiacciato (talvolta anche fisicamente) da ingranaggi complessi e impietosi, avulsi da ogni possibilità di scampo o comprensione.

 

È dunque soprattutto l’umano il protagonista delle storie di Hao, autrice che contrappone non di rado la dimensione della creazione artistica, una sorta di umanesimo ultra-irrealista, alle potenziali minacce dello spazio, come nel dittico di racconti L’arpa tra cielo e terra e Al centro della prosperità. Entrambi hanno al centro della vicenda una specie ostile giunta dalle stelle, i «metalieni», con lo scopo di sottomettere la Terra attraverso sanguinose rappresaglie, risparmiando solo artisti e studiosi, che pagano con la rinuncia all’indipendenza la possibilità di sopravvivere. L’unica possibile reazione agli intelletti freddi e chirurgici degli extraterrestri persiste nella più umana delle composizioni, quella musicale: «La sensazione di fluttuare insieme alla melodia, di vibrare in tutto il corpo, di avere voglia di piangere a dirotto, del qui e ora. Com’è bello e prezioso il mondo».

 

Attraverso l’espediente del futuro, com’è proprio della buona fantascienza, Hao esplora il contemporaneo e le sue derive possibili, con sensibilità e precisione, senza tralasciare un vivificante tratto ironico. I suoi personaggi sono spesso disorientati, incapaci di cogliere il disegno più ampio di cui sono parte e da ciò derivano toni a volte farseschi, a volte tragici.

 

«Era come se lo avessero condotto a qualche verità facendogli intravedere la parabola del destino, che pure per lui rimaneva distante, gelida, indecifrabile. Non capiva quale scopo avesse comprendere la realtà delle cose. Che senso aveva vederci chiaro se poi non potevi fare nulla per cambiare? E lui non ci vedeva nemmeno chiaro: vedeva una nuvola che prendeva forma e un attimo dopo si dissolveva».

 

Un simile senso di spaesamento non necessita di collocazioni spaziotemporali precise: investe sia gli abitanti di Pechino pieghevole che i suoi lettori.

 

Altra tematica cara ad Hao Jingfang è la sete di ignoto: racconti come Il teatro dell’universo o Cerere in volo narrano proprio dell’istante in cui l’umanità si rende conto di aver dimenticato il cosmo e avverte di nuovo il suo richiamo. «Ora c’è bisogno di riaprire i nostri occhi e tornare a guardare l’universo» o ancora «lei alzò lo sguardo verso il cielo. Come il primo uomo di una tribù primitiva decine di migliaia di anni prima». La necessità di oltrepassare limiti e confini è presente anche nei due racconti più “fiabeschi” della raccolta, Palazzo Epang e Tra vita e morte. In queste storie, più che nelle altre, è possibile intravedere lo splendore dell’antica Cina e la profondità della sua tradizione. Se il primo racconto esplora in modo ironico e attualizzato uno dei più noti monumenti cinesi, «un palazzo di fantasmagorie» e con esso «l’ultimo riverbero di un impero», il secondo è una sorta di parabola focalizzata sul samsara, il ciclo di vita, morte e rinascita al fondo delle grandi religioni orientali, mediante l’esperienza di un emblematico uomo qualsiasi, con i suoi peccati e debolezze.

 

Gli argomenti degli altri racconti sono molteplici, si passa dal valore della memoria in un’epoca di automazione e sostituibilità di L’ultimo eroe, all’interessante interpretazione dell’intelligenza artificiale in La clinica di montagna, fino alla ricerca costante di gratificazione virtuale di Le stanze della solitudine e l’ironica messa in scena del processo creativo in Il procrastinatore.

 

Quella di Hao Jingfang è una raccolta variamente assemblata e composita, come la città che descrive. È un complesso stratificato, che spazia attraverso i vari volti della narrativa di genere, tuffandocisi a piene mani e contaminandoli. Una profonda varietà intercorre tra i diversi racconti, che si distinguono per potenza, approccio (l’autrice soddisfa o frustra i lettori, a seconda del sottogenere sci-fi prediletto), lunghezza, intensità. Da questa costruzione in potenza traballante emerge invece un meccanismo solido, sostenuto da una lingua che non rinuncia alla poesia e a immagini contemplative di sfolgorante ricchezza. Dall’ultra-irrealismo della tecnologia che fagocita ogni cosa affiora un rinascimento pienamente umano, testimoniando ancora una volta come la fantascienza sia, prima di tutto, la perenne esplorazione della nostra strana specie.

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