i bellissimi di rete 4


Quanto dobbiamo a I Bellissimi di Rete 4

Per un tenero undicenne di una ridente cittadina di provincia, la fine dell’estate è l’ultimo slancio di libertà prima della mesta prigionia delle scuole medie (i tre annus horribilis istituiti dalla legge fascista Bottai nell’era dei ladri timidi e delle bevande arlecchine). Stare sveglio fino a che fuori non è buio per davvero, offriva un assaggio di adulta onnipotenza e gli occhi cerchiati di nero potevano testimoniare che eri stato l’unico signore del tuo tempo (almeno di notte). Questa temporanea autonomia non era testimoniata solo da ginocchia martoriate e rovesciate a pallone (nel mio caso trattavasi, invero, di reiterate messe in scena in cui Ken – di mia sorella – tradiva Barbie – di mia sorella – con l’altro Ken – di mia cugina), ma da vere e proprie maratone notturne a base di pellicole “proibite” per la maggior parte del palinsesto dabbene.

 

Dietro la tentazione c’è sempre un diavolo, rosso come il bollino del “vietato ai minori” e quasi onnipresente ne I bellissimi di Rete 4. La rassegna cinematografica trasmetteva (e trasmette ancora) una grande varietà di titoli: un cult del genere, uno fischiato a Cannes o quello che destò scandalo per una precisa scena. Complici erano la seconda serata, il superlativo (come resistere, infatti, al bellissimo) e il fascino del proibito; d’altronde è la stessa Sheryl Crow a cantare nella sigla «if it makes you happy it can’t be that bad», subito prima che un’affettata Emanuela Folliero annunci il film in programmazione, la parte più succosa dell’intera esperienza. L’intesa è presto stretta con l’ammaliatrice meneghina mentre il volume della televisione cala vertiginosamente man mano che l’ora si fa più tarda e la soddisfazione più grande.

 

L’aura di segretezza, l’esperienza della visione, l’appropriazione di una trama e l’accumulo di svariate inquadrature sono i primi assaggi di una delle più dolci e innocue delle dipendenze: la cinefilia. Questa coazione a ripetersi del piacere vivifica e corrode allo stesso tempo il nostro stupore, la nostra percezione, ci costringe a un vedere/vedersi che non è un semplice ri-vedere noi stessi nella raffigurazione di un personaggio. La mia prospettiva è difatti spostata in uno spazio singolare che è quello tra la mia soggettività e il mio sguardo che all’improvviso non mi appartiene più perché condizionato dal regista, dalla macchina da presa. 

 

Se poi questa esperienza è privata e solitaria risulta ancora più esemplificativa, rende l’esclusività dell’evento e la capacità introspettiva ancora più intensi. Per questo motivo, I Bellissimi di Rete 4 rappresentano nel mio immaginario l’esordio della -filia, anche per via del medium con cui ci vengono presentati, la televisione. Se da una parte lo streaming ha fatto in modo che con un click la pellicola smetta di proiettarsi e quindi quasi di esistere per noi, d’altra parte la televisione non cessa mai di irradiare la sua finzione; anche quando non la guardiamo, il suo artificio è continuo, costantemente attivo in attesa che il nostro occhio si posi (o si distolga) sul suo eterno videodrome.

 

I miei occhi si sono più e più volte posati sui titoli che ora fanno parte dei ricordi più dolci, che mi riportano proprio a quelle notti in cui il caldo fondeva la pelle con quella del divano (una tortura cambiare posizione), leggermente oppresso dal timore di svegliare qualcuno, con il telecomando sempre in mano pronto a modulare il volume in base alla scena. La mia personalissima rosa di Bellissimi prende le mosse dal lungometraggio colpevole di aver stimolato quel formicolio pubescente che mi avrebbe accompagnato per molti anni: un giovanissimo Giancarlo Giannini si contende con Mastroianni la stupenda Monica Vitti. Ora, della Vitti io mi innamorai perdutamente, ma per Giancarlo provai da subito un sentimento più mondano, più complesso che all’epoca facevo molta fatica a capire sotto il tumulto degli ormoni. Il film in questione è Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), pellicola del 1970 di Ettore Scola: esilarante commedia, degna rappresentante di quella all’italiana in cui l’attaccamento al partito (Mastroianni/Oreste e Vitti/Adelaide si conoscono a una festa de l’Unità) e la passione folgorante di Oreste per l’avvenente fioraia, vengono messi a dura prova dall’apparizione di Giannini/Nello e dal conseguente (fallimentare) tentativo di una relazione triangolare. L’ironia è di un certo spessore e il suo bersaglio è l’Italia del boom economico e del cemento armato, ma anche dei detriti, delle spiagge colme di spazzatura, delle illusioni di partito e delle gonne che si accorciano: si assiste a una riflessione composita ma efficacemente leggera su un’Italia rivoluzionaria e tuttavia sempre uguale a sé stessa.

 

 

Il ciclo di Rete 4 è stato spesso occasione di scoperta come per il mio primissimo appuntamento con Pedro Almodóvar che avvenne in un piccolo convento madrileno con L’indiscreto fascino del peccato (1983), dove fui iniziato alle delizie del trash e ai colori del regista spagnolo. Una flamenchera sprovveduta cerca rifugio dai malanni della sua vita nel convento delle Redentoras Humilladas, luogo in cui troverà di tutto tranne che redenzione. Le care suorine hanno votato ognuna la propria vita a uno specifico peccato: lussuria saffica, allucinogeni, porno; così da dare sfogo a ogni più peccaminosa fantasia per presentarsi poi agli occhi del creatore svuotate di qualsiasi tentazione. Il fascino dell’eccesso mi calò in questo turbine di scene grottesche producendo un effetto appagante, liberatorio, nonostante la rozzezza della critica nei confronti del clero. Con una pellicola semplice ma visivamente di impatto, Almodóvar riesce a estrarre mirabolanti tonalità di colore dal banalissimo bianco/nero dell’harem di Cristo. In Italia il film non pervenne illeso e anzi la censura ne fece banchetto.

 

 

A un certo punto della notte la sonnolenza faceva capolino e si mischiava al ronzio del televisore, gli occhi affaticati cominciavano a chiudersi producendo quel dormiveglia in cui si percepiscono i suoni e i dialoghi del film come parte del proprio viaggio onirico. Così mi ritrovai a sgambettare insieme alle ragazze di Picnic ad Hanging Rock (Peter Weir, 1975), vestito come una pudica collegiale a ingurgitare dolcetti ai piedi di un misterioso complesso roccioso. Il preambolo non lascia sperare per il meglio e tra sparizioni e ritrovamenti, iguane e trecce a spina di pesce la natura irrompe con forza per prendere ciò che vuole. Il rigore che si esperisce nel collegio post-vittoriano è lo stesso di uno spirito ancestrale che ingurgita donne dal colletto inamidato. A nulla serviranno le buone maniere, i libri sulla testa, il saper intrattenere una conversazione educata contro l’incedere dello spirito di Hanging Rock. Attorno al finale del film negli anni si sono sviluppate le congetture più fantasiose (vani sono stati i tentativi di inquadrarlo in una visione psicanalista piuttosto che distopica o fatalista); ma sconsiglio fortemente di cercare la soluzione su internet e invito a lasciarsi ammaliare solamente dai rumori della montagna irrequieta.

 

 

Dalla montagna si scende a valle e nello specifico ne La valle delle bambole di Mark Robson (1967) che prende le mosse dall’omonimo caso letterario di Jacqueline Susann. Due forme espressive diverse per lo stesso fiasco, ma con i suoi lati apprezzabili: è una chiara e banale critica al desiderio hollywoodiano per il successo di tre donne che non fanno altro che trascinarsi tra aborti, pellicole soft-porno e la dipendenza da tranquillanti. Non offre spunti particolarmente straordinari ma rimane pur sempre un emblema degli anni ‘60 (soprattutto per la cultura gay che ne apprezza il divismo e le reazioni esagerate). Anche se alla sua uscita provocò intollerabile turbamento, a ben vedere, è affetto da una certa sciatteria e superficialità; quello che forse doveva essere un “film tutto al femminile” (espressione odiosa), ha finito col rappresentare un ritratto osceno di tre fragili ragazze pronte a tutto per la fama, senza andare oltre un sentimentalismo esasperato. Stupenda però appare Sharon Tate, col suo charme senza tempo e dalla recitazione quasi accettabile. La valle delle piagnone piantò in me i semi della passione per le lacrime col mascara e per il cinema che non ce l’ha fatta.

 

 

Così passavano le notti estive, l’estate e l’adolescenza. La ricerca solitaria di un’identità non poteva essere meglio accompagnata: nella dimensione della propria visione privata e senza impegno si erge una certa ideologia, un sistema valoriale specifico, un preciso gusto e una sensibilità particolare. Ogni evento significativo di un divoratore di celluloide è segnato da un film e prenderne una certa distanza critica è difficile nella spirale dell’auto-riflessione. Il cinema mostra il mutamento come possibilità aperta e l’occasione di dislocare il proprio punto di vista per una concezione dell’insieme più completa. Ogni film finora citato è una narrazione corale, non c’è un solo protagonista a giocare con l’empatia e l’immedesimazione: tutti si riferiscono e si pongono come un atto creativo in sé senza che la recitazione prenda troppo spazio. È il processo creativo del fare cinema (piuttosto che la trama o l’interpretazione) a riflettere la costruzione di quello sguardo che motiverà sempre il nostro desiderio, come vediamo e come siamo.

 

In casa finii col diventare una guida tv umana: “Questo com’è?” “Dura molto?” “Che guardiamo stasera?” “Guardi troppi film”; e quella che era nata come un’affannosa operazione filatelica ha finito coll’essere uno dei più piacevoli ed esistenziali scaccia-tempo.

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