Una storia contorta: "L'uomo del censimento" di China Miéville

L’uomo del censimento è un romanzo breve, o racconto lungo, scritto da China Miéville e pubblicato in Italia il 15 aprile 2019 da Zona 42 con la traduzione di Martina Testa. Finalista al premio Hugo e vincitore del Premio Italia 2020 per il miglior romanzo internazionale, quello di Mieville è un libro difficile, arduo da comprendere appieno, le cui vicende si susseguono in maniera volutamente confusa e i cui personaggi sembrano avere una storia dietro che riuscirebbe a fare chiarezza sulla trama, storia che però viene spesso lasciata al caso. Narra di un ragazzo che abita le colline sopra la città del ponte, e, dopo aver assistito a un fatto terribile, scende piangendo in città in cerca di aiuto.

 

L’incipit, molto semplice, dà il la a un susseguirsi di eventi che pian piano rivelano sempre meno contatto con la realtà. Uno dei motivi risiede nel modo in cui Miéville disegna i contorni di una realtà nebuloso, mai realmente approfondito, in cui i personaggi si muovono a tentoni come avessero una forte luce che sbatte sugli occhi o, al contrario, come se si trovassero nell’oscurità più assoluta. È un mondo abbozzato, sconosciuto, sospeso in un surreale limbo. Leggendo l’opera di Miéville si ha subito la sensazione che esistano unicamente le colline e la città sul ponte, descritta a tratti, per pennellate, nella sua vita quotidiana ma anche nelle piccole sfumature che vi si celano dietro. Dettagli, piccole usanze, che il lettore raccoglie durante il viaggio e su cui costruisce sottotrame, cerca spiegazioni, attratto proprio dall’idea di non poterne trovare completamente una.

 

Parti del libro sono incentrate sulla professione che il protagonista svolge al tempo in cui la storia viene raccontata. Sempre narrato in prima persona, ci viene spiegato che il suo lavoro, uno scrittore un po’ sui generis, è quello di scrivere sopra altri libri, una sorta di sovrascrittura. Ci viene fatto l’esempio di un’accozzaglia di frasi scritte da una signora tempo addietro, che sembrano completamente scollegate tra di loro. Il ragazzo non comprende i periodi, ma usa quegli stessi fogli di carta per scrivere la sua storia, quella narrata nel libro, con una sorta di cut-up.  

 

Ciononostante la sensazione è che nel mondo di Miéville le cose stiano così e basta. Di esso si sa poco, come poco si sa della gente che abita prima e dopo il ponte. Interessanti e affascinanti risultano sicuramente le descrizioni delle tradizioni e dei costumi della città, che dagli indizi offertici dall’autore sembra avvicinarsi di più a un paesino dell’Italia, in cui la gente si conosce e staziona fuori dalla propria abitazione a godersi la giornata. Un esempio è l’episodio in cui il ragazzo cammina insieme ai suoi amici per le vie inospitali della città, passando davanti a una signora anziana seduta fuori la porta di casa e intenta a masticare uno scarafaggio. Ci viene spiegato che quel tipo di scarafaggio, cucinato in un certo modo, rilascia un effetto narcotico. Una descrizione semplice, che in realtà non ha nulla a che fare con la trama, ma che va a definire un certo tipo di mondo sospeso a metà, come lo è la città del ponte. La stessa atmosfera si respira anche nell’iniziale “ostilità” che viene riservata al protagonista: il bambino vive isolato su per la collina, luogo che gli abitanti hanno popolato di mostri e superstizioni, come succede spesso in località sperdute che hanno poco contatto con ciò che avviene al di fuori; lo straniero è catturato nella rete tentacolare di una città che sembra uscita da un sogno, e come un sogno può celare diversi e inspiegabili incubi. 

 

La trama, al pari dell’oscura ambientazione, si dispiega in maniera quasi irreale attraverso personaggi enigmatici, i cui intenti sembrano poco chiari, perché così vengono descritti dal ragazzo anni dopo in prima persona. La verità è trattata in maniera quasi soggettiva, sofistica. Su pochissime cose si ha certezza e il lettore segue appassionato il filo del dubbio che tiene legato il romanzo. Oltre alla descrizione dell’anziana riportata poco sopra, pieno di dettagli e fascino è il passo sulla caccia al pipistrello perpetrata dal gruppo di orfani che “adotta” il ragazzo di campagna. Un passo anch’esso scollegato dalla trama, ma ricchissimo di particolari, che fanno aleggiare un alone da fiaba macabra sopra un luogo incantato.

 

Ma attorno a tutte queste vicende, qualcosa di misterioso, nascosto, permane sempre sullo sfondo: il grosso buco senza fondo dentro la grotta sulla collina, dove gli abitanti delle alture sono soliti buttare i rifiuti: fin da subitoci facciamo l’idea che quel buco possa nascondere ben altro oltre alla spazzatura. Più volte viene citato dal ragazzo, i cui ricordi in merito sono legati soprattutto a eventi traumatici e grovigli di dubbi.

 

Per concludere, quello confezionato da China Miéville è un libro che smuove la ragione del lettore, lasciato solo, senza punti di riferimento e obbligato a crearsi una strada che, molto probabilmente, non sarà quella giusta. È come se il libro non si volesse scomporre: non racconta mai troppo, anzi dice molto poco, come per paura che il lettore possa scoprire veramente ciò che si cela dietro la macabra storia che viene narrata.

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