Mal di casa, la nostalgia del grande vuoto incompiuto

Secondo la definizione dell’Online Etymology Dictionary, la parola homesickness, nostalgia di casa, viene dal germanico Heimwhe, formato da Heim, casa, e Weh, che vuol dire dolore. In inglese, l’aggettivo homesick contiene il termine sick, che in italiano viene tradotto come “malato”; nella lingua anglosassone, la “nostalgia di casa” ha quindi un elemento di malessere, oltre che di mancanza. Catrina Davies, autrice e protagonista del memoir Mal di casa. Perché vivo in un capanno, conosce bene questa sensazione. Fin da quando era piccola, la sua vita è stata minacciata dall’instabilità economica e dagli sfratti. Ha abitato in molti luoghi diversi, senza mettere mai radici: un furgone Iveco giallo, una roulotte fissa, cottage e bungalow, tende piantate ovunque.  

 

Dopo aver passato i suoi primi vent’anni a fuggire dalla Cornovaglia e a fare l’artista di strada in giro per l’Europa, Catrina sogna di avere un posto tutto suo, dove costruirsi una vita grazie ai libri e alle canzoni, ma si rende presto conto che i prezzi degli affitti sono troppo alti per poter anche solo avvicinare la realtà alle proprie aspettative. Si trasferisce a Bristol, in un appartamento condiviso con quattro adulti e un bambino. La sua stanza è tecnicamente uno sgabuzzino, e il contratto d’affitto non prevede la sua presenza, per cui prende l’abitudine a vivere «costantemente annullata».

 

La vita si trasforma in una lotta per la sopravvivenza, in cui pagare l’affitto non vuol dire semplicemente corrispondere dei soldi in cambio dell’uso di una proprietà, ma assume un altro significato, quello che viene dall’antico inglese rendan: «lacerare o fare a pezzi». Avere abbastanza soldi diventa «un mal di testa, una pressione costante sul cranio», un’ossessione che assorbe tutto il suo tempo e le sue energie. Passano diversi anni, Catrina ha ormai superato i trenta e nessuno dei suoi sogni si è realizzato. Non è riuscita a scrivere il libro che ha in mente da sempre (il racconto dell’esperienza di busker dalla Norvegia al Portogallo), si mantiene facendo lavoretti saltuari – suonando per strada e «perfezionando vari e bizzarri talenti che andavano dalle orchestre circensi alle lezioni di violoncello». Tutto quello che guadagna è destinato a ripagare quei pochi metri quadrati in cui, di fatto, non riesce nemmeno ad abitare.

 

La protagonista si ritrova intrappolata in una società che la costringe a «far compere, guidare, parlare, bramare, lottare», senza sosta, minacciata dallo spettro dell’emarginazione sociale e dell’indigenza. Una sera, pensando a tutto questo, Catrina si ricorda del capanno: il vecchio ufficio di suo padre (prima che andasse in bancarotta), che le era già servito come rifugio una volta. Una rapida ricerca su Google Earth le rivela che quell’insieme di lamiere ondulate è ancora lì, abbandonato, devastato dal tempo, ma miracolosamente in piedi. Catrina mette le sue cose in valigia e torna a casa.

 

Da questo momento in poi, il lettore segue il percorso di rinascita dell’autrice, che coincide con le fasi di sistemazione del capanno. I capitoli sono brevi, e a ognuno corrisponde un diverso momento di questa ricostruzione (per esempio “Riparo”, “Costruire la casa”, “Pane”, “Architettura”). Le prime notti sono difficili – ci sono topi e ragni, sporco ovunque, nessun tipo di riscaldamento – ma in realtà Catrina si sente subito a proprio agio in quel posto malridotto. Qualcosa in lei comincia a cambiare: non ha acqua né elettricità, ma non deve più passare il tempo a lavorare per pagare qualcosa che non sarà mai suo.

 

Mentre è impegnata a occuparsi della nuova casa, Catrina trova l’occasione per guardare dentro se stessa, riuscendo così a individuare la radice dell’infelicità che ha caratterizzato la sua adolescenza e giovinezza. Si rende conto di essere rimasta intrappolata nello stesso destino dei suoi genitori, emigrati dal Galles alla Cornovaglia alla ricerca di un futuro più promettente per le loro figlie. Fuggendo dalla propria terra ha pensato di potersi salvare, ma la verità è che tutti finiamo per ripetere gli stessi schemi che impariamo da piccoli.

 

In questo senso, ritornare alle origini, ai luoghi in cui tutto è cominciato, diventa l’unico modo per conquistare la libertà, che per Catrina non è un’idea astratta, ma è proprio la libertà di «lavorare, e lavorare tanto, su cose che per me sono importanti. […] Libertà di rifiutare di fare cose brutte solo perché mi pagano bene».

 

A tutto però c’è un prezzo: vivere nel capanno significa anche rinunciare alla sicurezza, e accettare di essere al di fuori della società, in una situazione di esilio costante. Questo concetto ricorda l’idea di “esilio come grazia”, esposta da Clarissa Pinkola Estés nel libro Donne che corrono coi lupi:

 

«È peggio restare nel luogo in cui non si appartiene che vagare sperduti, alla ricerca dell’affinità psichica e spirituale di cui si ha bisogno. Non è mai un errore cercare ciò di cui si ha necessità. […] Se l’esilio non è auspicabile in sé, se ne può comunque trarre un inatteso vantaggio».

 

Ciò di cui Catrina ha necessità è una casa che non sia solo un luogo fisico, ma soprattutto un posto dove sentirsi al sicuro, anche se al suo interno mancano molte delle cose che di solito si ritengono essenziali.

 

Mal di casa non è solamente un memoir, e sarebbe riduttivo anche considerarlo come un saggio di critica sociale. Lo stile descrittivo, il modo in cui viene resa l’evoluzione del personaggio, la narrazione dilatata, mai noiosa, rendono Mal di casa un romanzo che cattura. La natura è una presenza costante nel libro, tanto da diventare quasi un vero e proprio personaggio: mentre leggiamo, siamo in grado di vedere le scogliere della Cornovaglia, le grandi onde su cui Catrina e i suoi amici fanno surf, le decine di animali e piante che costituiscono l’ecosistema delicato in cui si muove la protagonista. Tutto questo viene reso attraverso un linguaggio preciso e attento ai dettagli: ogni immagine è tratteggiata con attenzione, sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista sensoriale («Notai due tipi distinti di licheni: uno era verde chiaro e sottile come carta, l’altro più scuro e ruvido. Quando ci appoggiai sopra il viso, era ispido come la barba di un uomo»).

 

Ci sono poi diversi espedienti originali che aiutano il lettore a entrare nel mondo di Catrina, come i testi delle canzoni che intervallano la narrazione, o le spiegazioni etimologiche delle parole inglesi, che servono a svelare i significati nascosti delle cose. Tra questi, colpisce in particolare la ricostruzione della parola “dimorare”:

 

«dwell, dimorare, viene dall’inglese antico dwellan, che significa sviare o ingannare, dall’antico germanico dwelan, perdersi o traviare, dal norreno dvol, ritardare, o dvali, dormire, dall’olandese medio dwellen, sbalordire o sconcertare, e dall’antico danese dvale, trance o stupore. In sostanza viene dalla radice indoeuropea dheu, che significa polvere, nube, vapore o fumo».

 

Forse è proprio quest’ultimo significato quello che più rispecchia la sensazione di mal di casa che prova la protagonista, costretta a inseguire un fantasma – «il grande vuoto incompiuto» – di cui continua ad avere nostalgia. Alla fine, un evento inaspettato porterà Catrina a chiedersi perché abbia messo tutte quelle energie nel capanno. La risposta arriva semplice, lampante, ed è affidata alle parole della scrittrice e poetessa Barbara Kingsolver: «Solo se ami qualcosa ti prendi il disturbo di lavorare per suo conto».

 

In fondo, Mal di casa ci insegna proprio questo: essere homesick non significa soffrire di una privazione materiale, ma vuol dire essere alla ricerca di un posto dove essere al sicuro e per cui, soprattutto, valga la pena vivere e lavorare. 

 

«Ho nostalgia del grande vuoto incompiuto,

delle avventure immaginarie che non riesco a dimenticare.

Dissero che era troppo buio per andarsene in giro,

così provai a infilare la mia anima nella loro rete.

E io resisto, perché desidero essere al sicuro come te.

Ma se voglio essere al sicuro, non posso ancora spegnere la testa».

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