Gusci da schiudere col bisturi: L’uovo di Barbablù di Atwood

Già solo con la sua confezione L’uovo di Barbablù di Margaret Atwood esercita un magnetismo irresistibile, guadagnandosi una posizione sul Post tra le migliori copertine di giugno 2020. Lo sfondo blu accoglie una donna seduta su un uovo azzurro con in mano una chiave, promettendo una dimensione di mistero da spiare attraverso la serratura che fora il guscio. Racconti Edizioni, dopo aver pubblicato Fantasie di stupro nel 2018, riporta in Italia la scrittrice canadese, affidando una seconda volta a Gaja Cenciarelli il compito di traghettare i testi nella nostra lingua. Non si tratta di una semplice ristampa, perché, oltre alla nuova traduzione, non tutti i racconti contenuti nel libro erano già editi nella precedente edizione italiana.

 

Com’è tipico della produzione di Margaret Atwood, queste storie fanno delle donne il loro fulcro, il nodo verso cui l’intera narrazione converge, con percorsi spesso inaspettati o trasversali. Siamo lontani da quella speculative fiction di cui la scrittrice è considerata madrina e che, con Il racconto dell’ancella e il recente seguito I testamenti, l’ha consacrata da tempo ad autentica istituzione, punto fermo di un femminismo che poggia sulla messa in discussione dei propri princìpi, senza dogmatismi di sorta. I racconti riuniti nella raccolta precedono la svolta “fantascientifica” dell’autrice: pur conservando intatta la loro contemporaneità sono infatti stati pubblicati per la prima volta nel 1983. Nonostante i frequenti riferimenti al secondo dopoguerra che si rintracciano disseminati nel testo, nulla lega queste storie a una determinata epoca e tutto, al contrario, dallo stile al modo di trattare le molteplici tematiche, ha un solido nucleo di attualità. Margaret Atwood non immagina qui alcun regime maschilista o futuro distopico ma preferisce piuttosto indugiare sulla dimensione del quotidiano, dell’intimità di case e famiglie, offrendo ritratti femminili peculiari e minuziosi. Dei romanzi che hanno reso l’autrice celeberrima sono in incubazione i germi e le questioni di fondo: come avveniva già in Fantasie di stupro, assistiamo al comporsi di un’analisi attenta e miratissima di rapporti di forze in lotta tra loro, del contrapporsi dualistico e doloroso maschio/femmina, ma anche dell’indagine del femminile che si specchia in se stesso – come accade ad esempio nel commovente racconto Betty –, e poi la maternità, l’adolescenza, i riti di passaggio che scandiscono e densificano la vita delle protagoniste. Quello che nei romanzi ambientati nella Galaad delle Ancelle è espresso sotto forma di affresco, nelle due raccolte proposte da Racconti Edizioni si riconfigurava già in mosaico.

 

Le storie de L’uovo di Barbablù sono come diorami, miniature cesellate – quei giardini di sale che battezzano il nono racconto – in cui ogni storia è un micromondo caricato a orologeria e pronto alla detonazione. Il boato a volte arriva, a volte resta sospeso, incombendo come un’intimidazione sia sui lettori che sui personaggi. Questo costante senso di allarme è palesato già nel primo racconto della raccolta, Momenti significativi della vita di mia madre, in cui la voce in prima persona di una figlia asserisce: «Mi colpiva, per la prima volta nella vita, che mia madre potesse avere paura di me. Non potevo nemmeno rassicurarla, perché non ero del tutto consapevole della natura del suo disagio, ma deve esserci stato qualcosa in me che trascendeva ogni suo controllo: in un qualsiasi momento, avrei potuto aprire bocca e usare una lingua che lei non aveva mai sentito. Ero diventata un’aliena, una viaggiatrice nel tempo di ritorno dal futuro, portavo la notizia di un tremendo disastro»; così come nell’ultimo: «Il trucco, mormoro, è di vedere le cose prima che loro vedano te. Non è la prima volta che penso che questo sia un posto infestato dai fantasmi di chi ancora non è morto, compreso il mio». C’è sempre un elemento di disturbo, qualcosa che impedisce la serenità dei protagonisti anche nei luoghi a loro noti e nelle persone più care. È forse proprio da questa prossimità che ne deriva la carica perturbante, nell’accezione più freudiana del termine. Non sembra possibile identificare questo fattore e nulla lascia presagire la necessità di tanta irrequietezza, cionondimeno in ogni frase perdura un indeterminato che non smette di esistere se semplicemente lo si ignora, ma si fa più ingombrante di pagina in pagina.

 

Non bisogna però pensare che il tono delle storie sia cupo: al contrario, Margaret Atwood disinnesca con grazia innata, ma senza mai minimizzarla, la narrazione del potere. Racconta abuso, conflitto di genere, relazioni disfunzionali, senza cedere ad alcun pietismo o disperazione. Le storie contenute nel volume sono un costante depistaggio: quando paiono vicende puramente ironiche ecco spalancarsi un abisso inquietante di riflessioni; quando sembra che i temi toccati non possano che avere un tono tragico ecco sopraggiungere il riso. Il merito è tutto di una scrittura ammaliante, che riesce a trattare eventi anche crudeli – come il sequestro di un animale domestico da parte di un’ex fidanzata vendicativa nel racconto Scorfana – con una leggerezza spiazzante, al limite del surreale. L’apparente cinismo dell’autrice non disumanizza mai i personaggi, ma li tratta con delicatezza, con autentica cura. Il suo non è sarcasmo spietato ma ironia liberatoria, necessaria alla sopravvivenza.

 

Sembra quasi una conseguenza naturale che Margaret Atwood non tralasci le questioni della lingua e della creazione, che passano in maniera esplicita dai racconti Loulou, o della vita domestica del linguaggio e Il sorgere del sole, ma che sono presenti in tutte le storie della raccolta. Le realtà domestiche si fanno il ricettacolo di una costante energia creatrice, in cui raccontare storie, dipingere, immaginare diventano azioni salvifiche. Una figlia che ricorda la madre, grande tessitrice di aneddoti, realizza: «Questo prima che mi rendessi conto che nei suoi racconti mancavano i lunghi periodi di monotonia che dovevano aver costituito la gran parte della sua esperienza: le storielle erano solo la punteggiatura». La fuga non sempre è resa necessaria da pericoli in senso stretto: si scappa anche dalla monotonia di una relazione priva di stimoli, da eccentriche forme di dipendenza affettiva e intellettuale, da rivelazioni su se stessi e su chi si ama che non si è pronti ad affrontare. «Questo la storia non lo diceva, pensa Sally: l’uovo è vivo, e un giorno si schiuderà. Ma cos’è che ne verrà fuori?».

 

Il titolo del libro suggerisce un’atmosfera fiabesca che, pur non sconfinando mai in elementi surreali o fantastici, riesce comunque a palesarsi proprio in virtù dell’intimità che viene offerta al lettore. Quest’ultimo si ritrova bambino ad ascoltare le liti dei genitori dalle pareti sottili di una casa d’infanzia, spia (in)volontaria di meccanismi dei quali presto entrerà a far parte. L’autrice esegue una biopsia di dinamiche privatissime e la porge su un vetrino a chi legge, svelando la meraviglia del microscopico che si rivela all’occhio umano.

 

Ancor prima che scrittrice e saggista, Margaret Atwood è una poetessa e L’uovo di Barbablù non manca di ricordarlo. Il libro è tutto pervaso da una profonda consapevolezza lirica, dall’esattezza di chi sa centellinare e dosare a perfezione le parole, senza che un briciolo di questo sforzo appaia come tale. Lo stile apparentemente asciutto viene illuminato da immagini, espedienti narrativi e accostamenti insoliti quanto efficaci: il peculiare spostamento di focus in Scorfana, che sembra concentrarsi sul protagonista maschile per poi proiettarsi nell’interiorità dell’“antagonista” femminile, i parallelismi reiterati con gli elementi naturali presenti in quasi tutti i racconti o ancora la profonda satira del mondo intellettuale del già citato Loulou o della vita domestica del linguaggio, che compie un’operazione quasi metaletteraria.

 

Siamo lontani dalle flashfiction che oggi vivono un momento di grande diffusione: i dodici racconti della scrittrice canadese hanno una loro corposità – oscillano sulla trentina di pagine – e ciascuno ricrea un’intera narrazione, non un semplice lampo ma un cosmo privato che aspetta soltanto di essere sgusciato. Che il contenuto ci diverta o ci disturbi, è un problema solo nostro. Un progetto simile richiede abilità chirurgica e strumenti di alta precisione: Margaret Atwood ne ha una borsa stracolma e non manca di utilizzarli tutti.

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