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Rick and Morty stagione 4: un disco rotto che nessuno vuole cambiare

È impensabile che una serie televisiva animata come Rick and Morty abbia bisogno di presentazioni. Justin Roiland e Dan Harmon, gli ideatori della serie, sono riusciti in quello che probabilmente è il sogno di chiunque operi nel settore dell’intrattenimento: ottenere un successo mondiale e fare milioni di dollari divertendosi da matti.

 

In un panorama ormai saturo di cartoni che fanno del politicamente scorretto con derive ostentatamente demenziali il loro tratto distintivo, Rick and Morty ha proposto qualcosa di diverso senza pretesa di essere originale: presentarsi come una caricatura di Doc Brown e Marty McFly (Ritorno al futuro) apre infatti la strada a una lunga serie di richiami e riferimenti alla cultura pop, nerd e fantascientifica, che producono un mix di divertimento assicurato. Insomma, si sta parlando di un pezzo da novanta, e si sa che i pezzi da novanta sono tanto semplici da incensare quanto da tirare giù. Ecco perché una stagione come questa, ovvero la quarta, uscita in due parti a distanza di quasi sette mesi l’una dall’altra, è difficile da valutare con obiettività.

 

Si intenda: mette in difficoltà un appassionato della serie, capace in altre occasioni di esercitare una buona capacità autocritica, anche verso i propri feticci.

 

 

Che qualcosa cominciasse a incepparsi in Rick and Morty si era già intuito nella scorsa stagione. L’argomentazione principale a difesa delle puntate più deboli da parte della community più fidelizzata è stata un sintetico “alla fine fa ridere!”. È risaputo che un prodotto che riscuote ampio successo crea intorno a sé, spesso inevitabilmente, una fetta più o meno grande e tossica di appassionati, simili a seguaci religiosi. È un peccato che alcune sfortunate scelte artistiche sembrano essere direttamente influenzate da questi ammiratori devoti.

 

Non è chiaro quanto Roiland e Harmon seguano pavidamente i desideri della fan base o quanto piuttosto abbiano trovato una sintesi che li soddisfi e non sentano il bisogno di sforzarsi. Appare però evidente che sono ormai coscienti che qualcosa è cambiato. I primi indizi si trovano nella terza stagione, già nel finale del primo episodio. In The Rickshank Rickdemption (in italiano Le ali della Rick-libertà) sembra tracciarsi un’impercettibile linea di confine. Impercettibile perché era una “puntata pesce d’aprile”: uno dei tanti episodi folli e geniali nei quali i creatori vogliono solo divertirsi, alle volte anche offrendo collaborazioni e visibilità ad autori più piccoli, come nel caso dell’episodio Bushworld’s adventures ad opera di Micheal Cusack. Nel delirio finale di questa puntata, Rick sembra quasi essere profetico sul futuro della serie: “Basta trama verticale, sono le avventure quelle che contano” sembra dire tra le righe. E in effetti sì, tutti amano le avventure di Rick and Morty, la presenza di continui riferimenti e citazioni e l’umorismo nonsense, ma è anche vero che ciò che dava sostanza a tutto era la profondità dei suoi personaggi. Nessuno può dimenticare il pugno allo stomaco del finale di Rick Potion #9 (Febbre d’amore n˚9) della prima stagione o il finale della seconda stagione sulle note di Hurt dei Nine Inch Nails. Ma alla fine era solo un pesce d’aprile, dopo i titoli di coda si vedono Tammy e Birdperson, ed è pur sempre una nuova stagione di Rick and Morty!

 

E poi arriva Pickle Rick (Cetriolo Rick). La terza puntata della terza stagione è la conferma della profezia di Rick.  È incredibile quanto questo episodio sia famoso di per sé rispetto a tantissimi altri, anche perché rappresenta un primo esempio di pigrizia autoriale dopo due stagioni di ottima scrittura: da una premessa del tutto demenziale (perfettamente in linea con la serie) non viene sviluppata nessuna storia effettiva, quanto piuttosto una raffica di gag. Può piacere come non piacere, ma di fatto tutti l’hanno avvertita come qualcosa di altro, come se non ci fosse più bisogno di mantenere alcuna coerenza interna né con la stagione né all’interno della puntata stessa.

 

E si arriva alla quarta stagione. La quarta stagione è il frutto del seme piantato nella terza. Archiviato il discorso di Beth e Jerry in alcune (anche brillanti) puntate nella scorsa stagione, sembra che gli autori sentano il bisogno fisiologico di dare sfogo alle loro idee più bizzarre lasciate chiuse in un cassetto, come se prima qualcosa glielo avesse impedito (ma la verità è che non è mai stato così). Ciò che contraddistingue questa stagione dalle altre è il fatto di non aggiunge nulla: nessuna della dieci puntate porta avanti la storia, nessuna di essa è brillante o offre momenti memorabili. E la cosa peggiore è che in questa stagione sono proprio i personaggi che sembrano appiattirsi sempre di più.

 

Rick Sanchez non ha limiti, ostacoli o un reale pericolo che lo minacci, ed è fondamentalmente un personaggio che si muove per inerzia all’interno di ogni singola puntata. La similitudine che viene più naturale è quella con il Dr. Manhattan di Watchmen, se solo non fosse che il Dr. Manhattan, presa coscienza della sua condizione di apatia e disinteresse, prende le distanze dalla Terra definitivamente; Rick Sanchez, nel corso di questa stagione, realizza quanto sia solo e arido ma, al contrario delle altre stagioni, nella puntata seguente questo non ha alcun impatto sul personaggio, e verrà soltanto citato en passant.

 

Il resto della famiglia Smith sembra soffrire dello stesso problema: Morty continua a essere il solito ragazzino immaturo e insicuro mosso da capricci e pulsioni sessuali; Summer ha ereditato tutto il cinismo del nonno e continua ad essere mossa da un desiderio di autodeterminazione; Beth, oltre a essere il personaggio meno presente nel corso della stagione, è stata privata del suo spessore drammatico esistenziale; e poi c’è Jerry. Jerry è un capitolo a parte e, per quanto possa sembrare assurdo, è l’unico che ne esce ogni volta (o quasi) vincitore.

 

 

Jerry Smith è il vero antagonista di Rick Sanchez: non importa quanto sia inutile, insipido, privo di qualsiasi talento o qualità: riuscirà comunque a fare il minimo e a risultare un personaggio più complesso di Rick. Questa è forse l’unica azzeccatissima scelta della quarta stagione: Jerry è stato talmente caricato nella propria nullità e pochezza, bombardato da tutto il disinteresse e il disappunto altrui, che basta un momento grottesco e imbarazzante ma risolutore per farlo brillare.

 

Detto ciò, questa quarta stagione di Rick and Morty continua a essere tempestata di momenti e trovate brillanti, un esempio evidente è One Crew over the Crewcoo’s Morty (Qualcuno volò sul nido di Morty), una riuscita parodia degli heist movies.

 

Forse è proprio questo che fa più rabbia di questa stagione: il potenziale sprecato. Sanno quanto valgono, ma per qualche ragione non reputano più necessario andare oltre l’avventura autoconclusiva. Il punto debole di questa stagione è la prevedibilità, una critica che non sarebbe mai stata pronunciata in passato sui numerosi episodi di Rick and Morty.

 

Ma forse è solo una fase, forse questa stagione è solo una ciambella senza buco. Bisogna sempre ricordarsi ciò che Rick and Morty è diventato in relativamente pochissimo tempo: non si tratta solo di una serie che ormai ha ospiti internazionali che prestano la loro voce (o la loro stessa immagine, come per Elon Musk) e di collaborazioni stellari, ma di un vero e proprio franchising che ha prodotto gadgets, fumetti, videogiochi, perfino una collaborazione con Dungeons & Dragons e la Wizard of the Coast

 

È possibile che questa sia una stagione nata sotto una cattiva stella, ma è giusto come pubblico pretendere qualità, e non lasciare che una delle serie migliori prodotte negli ultimi anni campi di rendita.

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