Essere nudi quando la parola trema. Febbre, il «prologo al tremore» di Jonathan Bazzi

Mentre lo leggi, senti che qualcosa scorre dentro di te lungo tutte le trecentoventisette pagine. Sarà che hai messo in pausa il cellulare e non lo guardi compulsivamente ogni cinque minuti controllando le chat di Whatsapp, perché sai che è così, vuoi avere tutto sotto controllo, vuoi essere protagonista con una battuta o un meme pescato su Instagram che faccia ridere i tuoi amici; mettere in pausa il cellulare è difficile tanto quanto dare pausa a se stessi, eppure non è il cellulare, non sono i messaggi, visto che il libro lo stai leggendo, magari, di notte, mentre tutti dormono, dopo essere tornato dal lavoro o aver visto l’ultima serie su Netflix. Ti dai ancora una mezz’ora prima di addormentarti, anche se sono quasi le due del mattino. Ma no, non è neanche quello, perché il libro lo stai leggendo in un giorno di maggio caldissimo, la luce fuori è accecante e riflette il bianco sporco delle pagine.

 

Il libro in questione è Febbre e l’ha scritto Jonathan Bazzi, il cui nome, immagino, è sulla bocca di tutti,  al contrario di quella parola che ricorre spesso alla lettura: HIV. Fa  ancora paura, eh ? Forse è all’origine del  fastidio che sentivi all’inizio, quindi meglio pronunciarla fin da subito ad alta voce, buttando tutto fuori: accaivù. Bravo. L’hai detto un po’ troppo veloce, ma l’hai detto. Ma dirlo non è bastato: cominci a grattarti la testa, la pelle prude, il fastidio rimane.

 

È il 2016 l’anno della diagnosi che conferma a Jonathan che ha l’HIV. Bene, e adesso che fare? Per prima cosa, conoscere lo stadio a cui si trova l’infezione e il livello di CD4, un sottogruppo di linfociti che il virus aggredisce per primi; dopodiché, fare un test delle resistenze, per capire a quali antiretrovirali è possibile che il virus sia diventato insensibile. Ma ci vorrà tempo per le analisi complete.

 

È il 2020 l’anno in cui Febbre viene candidato prima alla dozzina e poi alla cinquina – quest’anno, sestina – del Premio Strega. Bazzi non ha paura a dire che è sieropositivo. «Lo sapranno anche i muri».

 

Continui a leggere il libro, la coscienza lavora molto più del solito, il triplo, la prima cosa che fa è mettere in rassegna tutti gli incontri che hai avuto, stilare una lista: scrivi davanti a te con una penna immaginaria i nomi dei ragazzi e degli uomini che hai incontrato al parco, in spiaggia, in un parcheggio, nei luoghi  dove non esistono altro che corpi.

 

Incontrare ragazzi è facile: scarichi l’app da Playstore, ti registri con un nickname e selezioni le tue caratteristiche: età, colore dei capelli e degli occhi, fisico, lunghezza del cazzo. Ci metti dentro anche che sei versatile, così hai un raggio di azione più ampio, sei attivo e passivo, sei interscambiabile, puoi accontentare chiunque. Accontentare. Il fastidio ritorna, questa volta allarghi il colletto della maglietta che inizia a starti stretto, e se stai a torso nudo non fa niente, ti stiri la pelle del collo.

 

Ricordi quando smettevi di studiare, di vedere amici, ti chiudevi in casa? Era sufficiente stare davanti allo schermo del telefono e scorrere senza sosta i profili che ti apparivano. Erano tutti, in un modo o nell’altro, fonte di angoscia.

 

Allora cominci a dare un’identità al tuo fastidio: il ragazzo ha una testa pelata con quattro capelli, occhi grandi da cerbiatto e due occhiaie così scure da chiederti: ma dorme, la notte? Poi ci ripensi, è una sua caratteristica. Probabilmente l’hai visto su un profilo Instagram assieme a due gatti brutti, ma proprio brutti, che danno più l’impressione di essere due polli spennati. Eppure sono gatti e vanno amati, a dispetto di chi dice che non sono affettuosi come i cani. Ma il prurito non passa e intuisci da dove potrebbe venire ; è la banalità di coloro che scaricano su quel viso una quantità  di insulti  il cui motore è la mediocrità: troia, te la sei cercata, scheletro, non ti tocco manco con un dito, sei malato e ti vanti pure, frocio, darai una festa quando passerai a AIDS?

 

Febbre è un libro semplice, alterna un capitolo dell’infanzia e dell’adolescenza del protagonista a un  altro che è il presente del suo racconto, il 2016. Bazzi racconta che per un mese ha sofferto di una febbre incessante: 37, 38, 37 e qualcosa, di nuovo 38. Vuole solo che la febbre gli passi e decide di fare delle analisi. Vive con Marius, il suo fidanzato, e due gatti-polli che si chiamano Mirtilla e Purè. Le recensioni al libro – un romanzo autobiografico – si sono sovrapposte in un rumoroso affastellamento di critica a tratti comprensiva o pietistica per il tema che affronta, a tratti insofferente per la forma, da molti definita insufficiente e vittimistica. Lo rammenta lo stesso Bazzi sul suo profilo Instagram, ma lui, nel dubbio, continua a scrivere.

 

Semplicità non è banalità. La semplicità, in questo caso, è una dote che riesce a districare l’aneducazione  intorno all’HIV. Nel passato si è creata una specie di bibbia della diffidenza che ha sviluppato due caratteri sostanziali: il primo è apotropaico, il secondo è ostile . Tra gli anni Ottanta e Novanta si è lentamente tramandata una mitologia del virus che, fu detto, era stato voluto da Dio per punire gli omosessuali e i drogati. Questa volta a pruderti è la nuca, quando scopri che il virus se lo beccano anche gli etero.

 

Se  il nemico non si vede, la fantasia fa il triplo del suo lavoro, un po’ come quando l’uomo vide per la prima volta i fulmini e disse che qualcosa voleva che fossero scagliati nel cielo. Quel qualcosa è stata chiamata punizione divina nonostante l’isolamento del virus e l’inizio di cure, per l’epoca, sperimentali, che a oggi hanno ridotto il consumo di farmaci da 29 al giorno a uno. Poi, il silenzio, l’isolamento verbale del prodigio stesso di cui  si deve tacere il nome, un atteggiamento tutto religioso di vedere ma non parlare, perché parlare è dare identità a un incantesimo che aspetta soltanto la sua formula. Apotropào: allontanare.

 

Bazzi, quel silenzio, l’ha vissuto crescendo. È nato a Milano il 13 giugno del 1985, ma è cresciuto a Rozzano. Rozzangeles, i milanesi lo chiamano così. Anche se città, Rozzano è maschio.

 

La prima volta che sono stato a Milano, Rozzano ha fatto la sua comparsa in una battuta di scherno  mentre passava il 15: quello va a Rozzangeles. Figlio del rumore, Jonathan si esprime col silenzio. Gli amici di Rozzano sono gli stessi che troveresti in una qualunque periferia, quelli che ti insegnano a diventare maschio, che qui ha sempre fatto rima con machismo, disinteresse culturale (perché chi legge è frocio), forza fisica. Tutto questo, Jonathan non ce l’ha, a lui piace leggere, così tanto che, quando da piccolo scopre che alla biblioteca di Rozzano può prendere in prestito quanti libri vuole, è il bambino più felice del mondo. Gli piacciono le bambole, ma il padre gli impedisce di giocarci, allora chiede che gli vengano regalate le action figure di Wonder Woman o She-Ra, una via di mezzo persuasiva. Il rumore in cui cresce è lo stesso che quotidianamente riempie anche le strade di Rozzano, la città con le vie dai nomi di fiori: via delle Dalie, via dei Rododendri, via dei Giacinti, la sua via. A Rozzano la delinquenza si misura col respiro che  manca anche soltanto uscendo di casa: se vai al parco non sai mai chi puoi incontrare, a volte la gente rimane ammazzata per strada, a volta viene trovata morta dopo giorni.

 

Il padre di Jonathan se ne va di casa, la madre prende le redini della famiglia, ma forse le aveva sempre tenute, e inizia a lavorare, si emancipa. Ma le attenzioni maggiori Jonathan le rivolge ai nonni, dai quali trascorre la maggior parte del tempo quando i suoi divorziano, mentre il padre c’è ma non c’è, presenza opportunistica che non riesce a voler bene per più di un fine settimana. Jonathan è balbuziente, ma è anche il più bravo della classe, soprattutto al liceo, gli anni dei primi amori, del coming out a madre e amici e dei primi incontri. La chat è una digitale dea dell’amore.

 

3 febbraio 2016, arriva il referto. È HIV. Eppure, qualcosa nel meccanismo della prevedibilità si inceppa. Si dovrebbe sentire perduto, invece Jonathan è sollevato, l’angoscia è terminata, finalmente ha una risposta; quando la malattia arriva, diventa tutto più facile perché il corpo ha giocato d’anticipo, ha conosciuto il virus prima della mente, si è acquisita conoscenza fisica.

 

«Vergognati, a Rozzano c’è gente perbene». Però c’è anche Milano. «Milano è un’altra cosa». Quando Jonathan inizia il liceo, cerca di trascorrere più tempo possibile a Milano, a casa ci sta lo stretto indispensabile, anche perché a casa non riesce a studiare e lui deve essere il migliore.

 

Aneducazione: assenza di educazione. Avete mai provato a dire ai vostri familiari che siete gay? Sì? Bene. La prima cosa che percepisci è un tremore alle gambe, è l’ansia che fa tremare anche la voce. Nessuno vi ha insegnato a comunicare un certo tipo di emotività, da bambini siete sempre stati abituati a essere duri, tra maschi è così; il maschio è inconsapevole vittima e carnefice, i maschi fanno paura e hanno paura di essere spodestati, è una perpetua gara a chi ce l’ha più lungo (intelligenti pauca). Tutti i ragazzi danno del frocio, del ricchione, della femmina a chi è diverso da loro e diversità è un vademecum di poche azioni eccentriche che legittimano la violenza: devi giocare a calcio, devi picchiare, devi fumare e simili. L’automatismo della definizione giace in un potere che si innesta fin da piccoli per tradizione, e il motivo è che, senza scomodare troppo Mario Mieli, l’eteronormatività sociale definisce i caratteri dell’uomo e della donna, e l’uomo non può leggere né disegnare né suonare né giocare con le bambole. Se sei maschio e gay, nessuno ti ha mai insegnato a dire chi ti piace e questa è stata la tua condanna, soprattutto quando giocavi a cercare l’amore.

 

I sieropositivi devono essere monitorati, tracciati, devono essere messi subito in terapia anche per evitare che diffondano il virus. È vero anche che non siamo più negli anni Ottanta, oggi non si muore più di HIV. Tuttavia, c’è qualcosa di subliminale che l’attenzione alle parole dei medici fa passare in secondo piano.

 

Sai qual è la verità? Che adesso ti senti sporco, hai una macchia che non passerà più, non sei più integro, non potrai avere una seconda possibilità. Ti sei sprecato, con tutto ciò che riserva l’angoscia a chi è disperatamente attaccato alla vita, eppure le hai riservato sempre il peggio. «Ho sempre avuto paura. Ho preferito la malattia alla paura, ho preferito il male alla paura del male». Ti dai agli uomini perché la fame dentro di te perdura, vuoi che sentano la tua giovinezza, la tua carne mentre scopate, tanto sei giovane e hai tempo da sprecare, ti senti eterno, sei eterno. Ma quando finite hai bisogno di lavarti, devi toglierti di dosso qualcosa che non sapresti definire.

 

Primavera 2016, letargo. Jonathan ha qualcos’altro. Sì, l’HIV c’è, non se ne va, ma non è questo. Qualcosa scivola nella ripetitività dei giorni a venire dopo una temporanea leggerezza acquisita con la diagnosi. Non c’è più motivo di alzarsi dal letto, non serve più a niente leggere, scrivere, studiare, anche se gli piaceva tantissimo. Non c’è più. «Ho l’HIV, ho iniziato la terapia ma so che non è solo questo. Lo so, lo sento, l’ho capito da un pezzo ma nessuno mi crede».

 

Il sesso gli serviva per boicottarsi. 

 

Ricordi il fastidio di prima? Lo senti ancora? Forse non lo sentivi quando uscivi con sconosciuti, per un’ora, mezz’ora, pochi minuti dopo aver staccato dal lavoro, il tempo di una sega e via, ma se ci scappa qualcos’altro…

 

Torni a casa ed è ancora lì, ti gratti ovunque. Hai saputo accontentare il tuo uomo, i tuoi uomini, quelli da cui, in fondo, speri qualcos’altro e ti chiedi pure: come fanno a fare tutto senza pensare alle conseguenze?

 

«Quando mi metto d’accordo per scopare con qualcuno, è sempre così, smania e paura insieme: ho delle crisi d’ansia, ma ancora non lo so, non me ne rendo conto. […] Penso sia normale sentire le gambe che cedono, la bocca senza saliva, la tachicardia – potrei svenire.

[…]

Ma perché ci vai se devi stare così?

Me contro me, desiderio e rifiuto insieme, nello stesso corpo. Voglio – e non voglio – essere umiliato, sopraffatto, violato.

Sei proprio una troia.

[…]

Comunque se uno ha qualcosa si vede – lo sento senza pensarlo mai esplicitamente -, i malati sono i più spudorati, quelli che vogliono farlo per forza senza preservativo. Non hanno niente da perdere. Anzi alcuni sono contenti di contagiare gli altri, occhio per occhio.

Ho paura di ammalarmi, ne ho così tanta che non faccio il test.

[…]

Lo stesso dolore, completamente fisico, materiale, lo sento se il ragazzo del momento non mi risponde subito, quando gli scrivo.

Non riesco più a fare niente se non mi dicono apertamente – didascalia – che non sono interessati.

Non studio più, mi chiudo in casa.

[…]

Li faccio scappare tutti: se uno mi piace, mi deve dire di sì nell’arco di un giorno, massimo due.

[…]

Marco, Antonio, Armando, Filippo, Andrea, Luigi: il mio cuore gonfio per niente, i ragazzi a cui non piaccio abbastanza. Usciamo, una, due volte, io cerco conferme, loro tentennano, io insisto, dall’idillio all’ira.

Oh, ci sei?

Figlio di puttana perché non rispondi?

Se chiamo, il loro telefono squilla a vuoto.

Spariscono, non mi scrivono più.

Ricomincio a scopare coi mostri.

Distrazione, frenesia e poi schifo.

[…]

Se ci fosse un farmaco per eliminare l’istinto sessuale io ora, a vent’anni, lo prenderei subito.

Una vita intatta, al sicuro.

Incontaminata.

Senza più agguati».

 

2016, ospedale Sacco. Quel qualcosa che Jonathan non riesce a comunicare – che, sì, l’HIV c’è, ma non è solo quello – lo racconta finalmente a una psichiatra, la dottoressa Nuvola. Il fastidio che ha dato origine alle preoccupazioni prende lentamente la forma di un discorso che dura due ore, un monologo, un racconto che dona identità alle paure che si erano affastellate conferendo sostanza all’angoscia: nel non senso delle cose sconosciute, l’ansia ha il sopravvento su tutto, alimenta l’odio-necessità del sesso occasionale, produce un coraggio mai sentito prima, che, però, resta solo una scarica di adrenalina. Il vero coraggio, al di là di ossequi più o meno profondi a un’etica di crescita personale, è quello che Jonathan ha in mano parlando a ruota libera davanti a sua madre e al suo fidanzato. È finalmente nudo, ha finalmente parlato e di ciò che era non rimane più niente.

 

È curioso che, anche se il corpo ha già reagito all’infezione, la mente si ostini a non collaborare. È solo questione di volontà?

 

Probabilmente non sarebbe raro trovare un libro che racconti di HIV in libreria. Una cultura è costruita su varie sfaccettature di un’etnia, di un popolo o di una comunità. Quelli che prima erano i paria di certa società borghese (e non solo), i gay, i trans, i travestiti, hanno costituito un’identità che fondata sulla possibilità all’apertura di un più, posto alla fine di una sigla, la propria filosofia dell’inclusività: LGBT+. Peculiarità di una cultura giovane, nata da una maledizione divina (sic!) che è diventata stigma, tracciabilità di persone esecrande, ma che, a ben vedere, si perde nella notte dei tempi, sia nella benedizione che nell’indifferenza; molti anni sono passati dalla prima epidemia di HIV, molte testimonianze sono state tramandate. Esistono film, musical, saggi, romanzi sull’HIV e l’AIDS e Febbre è di certo parte di un flusso maledetto, evitato, compatito, ammirato. Cosa cambia, oggi, è l’impossibilità di distinguere un sieropositivo da chi non lo è, perché, a ben vedere o anche solo a un’occhiata superficiale, una differenza non c’è. Jonathan è uno scrittore, non è uno scrittore sieropositivo: tutto scorre in un fiume comune senza distinzioni, all’interno del quale una sigla preposta all’addizione è destinata a scomparire, quando anche l’aneducazione sarà diventata educazione.

 

Autunno 2016. Jonathan non sente niente, nemmeno più quel fastidio. In realtà quel fastidio l’avevi sentito solo tu: tu che passi per strada, che vai al lavoro, che ti spacchi il sabato sera in discoteca, che aiuti i tuoi figli a studiare, che prendi l’autobus, tu che leggi. I tanti tu che si alimentano del preconcetto, più che di un reale timore. «Il virus dell’HIV appartiene al mondo, soprattutto. Riguarda più voi, che me». Ci sarà sempre qualcuno che criticherà una scelta così coraggiosa e caparbia: atteggiamento apotropaico. Non fa niente.

 

Una sera qualunque in ristorante, Jonathan è circondato dai suoi alleati, silenziosi sostenitori di un ragazzo oltre il virus. Allunga una mano nella tasca del giubbotto per recuperare la pillola, la ingerisce.

 

Non ci fa caso nessuno.

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