Giovanissimi: la scuola dell’assenza

«Fu così che pensai che nel primo ciao che si dice è compreso anche l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono».

 

Giovanissimi, pubblicato da NN Editore, è il secondo romanzo di Alessio Forgione che, con quest’opera, è entrato nei dodici candidati al Premio Strega 2020, guadagnandosi una posizione rilevante tra gli scrittori emergenti degli ultimi anni. Forgione torna nella sua terra natia, ma raccontandoci questa volta, al contrario di Napoli mon amour (NN Editore, 2018) – opera prima dove i panni del protagonista erano indossati dal trentenne Amoresano – le vicende di ragazzini che crescono nel quartiere napoletano di Soccavo, in una vita che viene palleggiata tra campi da calcio, piccole e grandi violenze, rapporti parentali silenziosi e grandi amori estivi. Giovanissimi è in particolare il racconto di un ragazzo che approccia alla vita, impattando con la ruvidezza di una realtà capace di plasmare, trasformare, mutare i suoi schemi relazionali, le abitudini, i suoi stessi pensieri.

 

Il protagonista di questo romanzo di formazione è Marocco, un ragazzino che gioca nei giovanissimi di una squadra di Napoli e che sogna di entrare presto negli allievi (per ricevere uno stipendio), magari approdando anche alla Serie A. Ad accompagnare Marocco, fuori e dentro il campo da calcio, c’è un parco di amicizie più o meno solide, più o meno sincere, con le quali il ragazzo condivide le giornate e, tra un paio di «petardi» (canne) e delusioni sempre più cocenti, vive.

 

Marocco abita in un appartamento con il padre, da quando la madre li ha abbandonati qualche anno prima, scappando di casa per non tornare mai più. Insieme, nonostante il fantasma della moglie/madre aleggi nelle loro vite, i due cercano di campare come possono: il padre fumando sigarette e tentando di indirizzare Marocco verso una vita possibile (lo iscrive al liceo scientifico, segue le sue partite di campionato), Marocco provando a comprendere cosa farsene della sua stessa esistenza.

 

Il personaggio della madre, nonostante l’assenza nel romanzo, è una presenza fondamentale, vibrante, fantasmatica. «Ci ragionai e capii che mi sarebbe piaciuto scattare foto ai fantasmi, ai dischi volanti e a mia madre. Mi chiesi se lei rientrasse nella categoria dei fantasmi ed era un brutto pensiero e riuscii ad ignorarlo e ad andare avanti».

 

Tra gli interessi che caratterizzano la vita di Marocco ci sono le letture di Dylan Dog e riviste sci-fi che, oltre a riempire le ore vuote del ragazzo tra la campanella e gli allenamenti, sono anche una scuola di sensibilità all’assenza, a ciò che si percepisce ma non si può toccare, al mondo che gravita al di sotto del mondo stesso.

 

L’irrompere della realtà, una goccia alla volta, provoca però uno sfaldamento sempre più consistente nell’universo di Marocco: alcuni compagni finiscono nei guai, i risultati delle partite peggiorano, l’amicizia con Lunno si consolida fino a condurre il protagonista dentro una spirale di annullamento della propria identità.

 

Così come il caleidoscopio di eventi, anche il tempo segue: i giorni si affastellano uno sull’altro, si bruciano, si consumano, e la narrazione è caratterizzata da contrazioni che segnano uno scorrere delle ore frenetico, anch’esso giovanissimo. «“I soldi che mancano ce li metto io” mi rispose e andò via. Lo rividi il giorno dopo. Mi citofonò. “Scendi” disse­».

 

Ma.

 

In questo romanzo c’è anche una consistente impronta teorica, ispirata al lavoro di Elisabeth Kübler-Ross, la celebre psichiatra svizzera del Novecento che, fondatrice della Psicotanatologia – ovvero del sostegno psicologico davanti alla morte – elaborò il famoso Modello a cinque fasi. Questo schema, strutturato secondo gli step percorsi dagli individui per accettare la malattia terminale (o il lutto) si compone di: Negazione, Rabbia, Patteggiamento, Depressione, Accettazione. Nonostante sia (spesso) uno strumento altamente abusato – utilizzato anche per superare il trauma di un tamponamento a 30 km/h – viene innestato dentro questo romanzo in maniera particolarmente efficace. La divisione in capitoli rispetta infatti il Modello a cinque fasi, e ognuno di essi è capace di rispecchiare appieno la natura dei diversi passaggi.

 

Qual è però il lutto che Marocco deve elaborare?

 

Innanzitutto, i lutti sono due, e nessuno dei due è un vero e proprio lutto. Il primo trauma da affrontare è infatti la scomparsa della madre, di una madre che non è morta ma che vive solo nei pensieri del figlio (come un fantasma), una madre di cui Marocco non sa più nulla, una madre per la quale farebbe qualsiasi cosa.

 

«Al buio, con gli occhi aperti, non mi concentrai davvero sul provino, ma sull’eventualità di diventare un calciatore famoso. Perché se lo fossi diventato mia madre avrebbe potuto ricevere mie notizie, guardarmi, e magari, nel vedermi, nel pensarmi, le sarebbe tornata la voglia di stare con me, come per quei pensieri che dimentichi di avere, ma che poi te ne ricordi e non puoi più ignorarli».

 

Il secondo “lutto” che colpisce Marocco riguarda invece la perdita di una condizione spensierata e giovanile, l’affacciarsi alla vita stessa, e la conseguente accettazione dolorosa della complessità, e dell’imprevedibilità, dell’esistenza.

 

Ma come si intersecano questi due percorsi all’interno del romanzo?

 

Per comprenderlo è utile anche per noi suddividere l’analisi in cinque parti.

 

Rifiuto. «In questa fase, il paziente usa come meccanismo di difesa il rigetto dell’esame di realtà, e ritiene impossibile avere quella data malattia». Questo primo stadio, che corrisponde all’inizio del romanzo, è caratterizzato dalla descrizione di un ambiente dove «Il rispetto è l’unica cosa che conta», nel quale si parla quasi esclusivamente di canne e di sogni rinchiusi nei giornaletti di fantascienza, e in cui la questione della madre di Marocco non compare, se non a sprazzi e sottoforma di sogno.

 

Rabbia. «È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente, e rappresenta un momento critico che può culminare nella massima richiesta di aiuto, ma anche nel rifiuto, nella chiusura e nel ritiro in sé». Questo step è caratterizzato da sentimenti molto forti che esplodono in ogni direzione, e che riverberano dentro (e fuori) l’animo di Marocco. La prima parte del capitolo è infatti una rincorsa nel passato, a riscoprire le ferite aperte dai frequenti litigi tra i genitori, dall’incomunicabilità che aleggiava tra moglie e marito, dalla tensione che tagliava in due la famiglia, e che sopravvive come una presenza scomoda dentro la casa che padre e figlio abitano. La rabbia di Marocco, pensando questo passato, si espande come un virus, e inizia a permeare le giornate del protagonista, a casa coma a scuola. «Riuscivo a pensare solo al Natale, che speravo non arrivasse mai e invece arrivò, presto, e mi venne incontro correndo, mentre la vita procedeva indifferente, e mentre andavo male a scuola e mi preparavo a diventare cattivo e mi tenevo tutto dentro, cercando di sembrare normale». Il rancore deflagra dunque al liceo così come nella vita violenta che inizia a infestare l’esistenza di Marocco, tra spaccio di fumo e pestaggi che subiscono gli amici. Questa rabbia è, dunque, un vero e proprio spartiacque, l’inizio che fa germinare la fine. «La strada che percorremmo, da quel punto in poi, fu solo un’interruzione tra quello che eravamo riusciti a fare e quello che avremmo fatto. Tra il passato, tra quello che sapevamo, e il futuro, ovvero le cose a cui saremmo andati incontro».

 

Patteggiamento. «La persona comincia a verificare cosa può fare e in quali progetti può investire la speranza». Marocco prende coscienza dei propri e altrui confini, tracciando una linea di separazione e identificazione: «Scoprii che mi piaceva vendere il fumo», dice; oppure, riflettendo sulle numerose discussioni con il padre riguardo il proprio andamento scolastico, afferma che: «La scuola era un suo problema, non mio». La madre di questo terzo step è una madre che Marocco rincorre nei sogni, ma alla quale non arriva mai. A fare da contraltare a questa catabasi c’è però Serena: con questa ragazza, il protagonista non solo riesce a provare un sentimento autentico, ma anche a placare la sua sete di vittoria, di combattimento, la frenesia da Giovanissimo. «Rimase in silenzio ed io mi feci delle domande, ma poi smisi, perché pensai che non era una sfida e che Serena non era un trofeo e che non volevo vincere, ma solo giocare. Non dovevo battere nessuno, nemmeno me stesso».

 

Depressione. «Il paziente comincia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o sta per subire». Non è un caso che questo capitolo inizi con un sogno, in cui Marocco insegue nuovamente la madre, questa volta però fino alle estreme conseguenze. «Sognai di vedere, sulla lapide, il volto di mia madre. Sognai che anche in quella foto indossava gli occhiali da sole». Questo approccio più autentico con la morte, innestato a inizio capitolo, prosegue per le pagine seguenti: Marocco, infatti, tramite una serie di episodi (diretti e indiretti) fa esperienza della finitezza della vita, smorzando quel senso di invincibilità caratteristico di un Giovanissimo, e ritirandosi dentro la stanchezza distintiva della depressione.  

 

Accettazione. «Quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva a un’accettazione della propria condizione e a una consapevolezza di quanto sta per accadere». In quest’ultima fase Marocco accetta ciò che è e ciò che non sarà mai, quello che è successo e che non si potrà modificare, arrivando al punto di piangere per la madre, rendendosi conto che «non c’era una parola o un mio gesto che l’avrebbe convinta a volermi bene». In questo modo il giovane protagonista cerca di archiviare la memoria materna, lasciando spazio alla propria vita. «Il giorno dopo mi svegliai e in me c’era solo calma, come se fossi nato in quel preciso istante». Una vita nella quale Marocco decide che non vuole «sbranare ma gioire», non desidera lasciare dietro di sé morti, «ma solo persone felici».

 

La prosa di Forgione riesce, con uno stile asciutto e tagliente, a rendere questa introspezione una narrazione, permettendo al linguaggio di percorrere lo stesso cammino del protagonista, prima granitico e privo di colore, poi indirizzato verso un’apertura sempre maggiore che, specialmente dopo l’incontro con Serena, culmina in una prosa distesa e disseminata di aggettivi.

 

La crescita di questi Giovanissimi è pregna, più che di senso, di esperienze. Per Marocco affacciarsi alla vita vuol dire provare, riconoscere i propri spazi ma anche i propri limiti, decidere di capire cos’è l’amore. Scegliere di vivere, anche se iniziare a vivere è anche iniziare a morire.

Marvin Dice su Spotify