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Ai tempi del terrorismo nel paese dal nome di fiaba

Se ancora oggi valesse l’accezione letteraria del vinto, la staffetta sarebbe sicuramente affidata a La mischia di Valentina Maini (Bollati Boringhieri, 2020). Non si parla di verismo verghiano né di una nostalgica ripresa di certa letteratura ottocentesca, dato che La mischia è freschissimo e peculiare per ambientazione, personaggi e narrazione. Il libro fa un salto al 2007. Tutto inizia a Bilbao, Paesi Baschi, nella cui lingua – impossibile a ricostruirsi nella sua storia remota e non indoeuropea – sono detti Euskadi, il paese che si autosostenta di un orgoglioso quanto mai del tutto spiegato isolamento linguistico e una nutrita autonomia regionale, autonomia che potrebbe richiamare, per campanilismo extra-castigliano, quella catalana. Euskadi è il paese che, nel romanzo, dà i natali a due gemelli, Jokin e Gorane, i cui genitori sono, più che un nucleo affettivo, un semplice mezzo che li porta alla vita e che presto si dissolve in una pallida idea di genitorialità, se mai prima fosse esistita. Il padre e la madre, due militanti dell’ETA, inducono i figli a un amore violento per il proprio paese che questi ultimi finiscono per assimilare in due forme distinte; Jokin accetta acriticamente l’educazione a una lotta perpetua, mentre Gorane ha difficoltà a far suo lo status quo in cui si trova a vivere suo malgrado.

 

È una narrazione lontana nel tempo, dai confini quasi fiabeschi, instabili perché forte è l’assenza di una identità culturale che non sia spaccata da un terrorismo sfrenato e da chi, invece, non ne riconosce l’utilità, una spaccatura che riguarda anche i due gemelli. Gemelli quasi maledetti per nascita, la cui volontà è una diretta appendice di un padre e una madre che, quando intervengono nella storia, parlano fusi in un io che si sottrae alle leggi convenzionali dell’interpunzione: mancano le virgole nel fiume verbale che investe, dando ambiguità di significato, si etichettano come padre e madre, senza articoli, senza personalità, automi di un terrorismo che ambisce al sacrificio, proprio e altrui; l’idiosincrasia alle leggi e a uno Stato che non riconoscono è data per diritto e su di essa non ci si interroga.

 

Pur complementari per nascita, Jokin e Gorane si differenziano in tutto. L’avvio della storia è dato dall’arrendevolezza di Gorane all’ennesimo attentato perpetrato dai genitori, i suoi ricordi sono parole ripescate da un inconscio che agisce più dell’io, bombardato dalla presenza-assenza dei genitori che non chiedono più del fratello, sfuggito all’ETA dopo avervi militato per diverso tempo; Gorane, invece, non ha mai accettato l’indottrinamento privato e pubblico, e il prezzo da pagare, alla fine, è stato la dissociazione dai suoi famigliari e da se stessa: il romanzo inizia con immagini e impressioni di una Gorane in attesa di qualcosa che la scuota dal torpore, sostenuta da uno psichiatra che la ripesca dal fumo di sensazioni anonime. Nel frattempo, Jokin si è spostato a Parigi senza dire niente a nessuno; da un’esistenza trascorsa a soddisfare il suo branco, è passato a una libertà senza condizionamenti, che trascina comunque dentro la sua dedizione alla dea eroina, nutrimento di una coscienza spaccata. Il consumo di droga suonerebbe come la risposta a un disagio condito dei soliti perbenismi sociali, se non si scoprisse che l’eroina, per Jokin, è ricostruzione tramite disfacimento. Il suo essere vinto è uno stato di fatto sul quale non chiede alcun diritto a essere diverso e l’eroina è un condimento di cui godere senza giudizio. Parigi è una catapulta e lui si contenta di esserne il proiettile, non curandosi di dove potrebbe finire.

 

In questa mischia ci finiscono tutti e tutti sono quasi finiti: borghesi, terroristi, spacciatori, pazienti psichiatrici accettano la vita per come viene, annullando l’istinto a cambiare finché qualcosa non giunga dall’esterno della propria volontà.

 

E tale volontà procede, per Gorane, con la morte dei genitori. Gorane ha accesso alla strada che potrebbe condurla a ritrovare il fratello. Lei e Jokin, però, non si sono mai davvero corrisposti; negli anni dell’infanzia, hanno alimentato, come i migliori fratelli, una frattura che ha contraddistinto il loro rapporto, all’interno del quale, ad ogni modo, si è sempre creata una disponibilità al dialogo, seppur temporanea. Da qui inizia la ricerca del sé mancante, di un ritaglio sfuggito alla sigla che ha formato il cuore violento di un paese, non il suo: Euskadi Ta Askatasuna, Paesi Baschi e libertà.

 

Parigi e l’arte, Parigi e la musica, Parigi e l’eroina, tre caratteri di una sintesi che Jokin accetta perché vi cade dentro, non perché li sceglie. La sua attività di batterista continua anche a Parigi, dove conosce Germana, che stravolge lo stilema della donna salvifica, poiché, nel suo sfuggente incedere e nel superficiale modo di scrollarsi di dosso responsabilità e doveri, rimane a galla una ragazza infranta tanto quanto lo è Jokin, che di questa antieroina fa lo specchio di sé e di quello che riecheggia ancora nelle strade di Bilbao, dove Gorane ha deciso di non aspettare più.

 

Un libro è la chiave del ricongiungimento tra i gemelli, scritto dal padre di Germana, Dominique Luque. Galeotto fu il best seller. Nell’indistinta cornice del romanzo in cui tutto viene gettato in una mischia e niente si identifica o assume autonomia, i personaggi si scoprono attraverso un effetto domino di nostalgia e inseguimento di impressioni, il percorso che Gorane decide di seguire dopo aver letto il romanzo che parla di Jokin e Germana. Da qui, ha inizio una ricerca ardua, che non è detto porti all’agnizione finale.

 

Sullo sfondo di un disaccordo amaro ed epocale tra Spagna e ciò che non si ritiene Spagna, il disamore e la dimenticanza di un’origine comune fanno vacillare Jokin, stanco di farsi e di non riuscire a fare altrimenti. Gorane, in principio frammentata e abbandonata a visioni dettate da un’astenia che sembra non permetterle il completo recupero psichico, ha nelle mani il libro che le farà conoscere i movimenti compiuti dal fratello quando nessuno sapeva niente di lui.

 

«Io non sopporto le mescolanze perché ci sono cresciuta, nella mischia, perché nessuno mi ha insegnato come separare il sogno dalla veglia, l’infanzia dall’adolescenza dall’età adulta e dalla vecchiaia, l’essere figlio dall’essere genitore, la giustizia dalla brutalità, la libertà dall’incoscienza, la maleducazione dalla sfrontatezza, la fratellanza dall’amore, la follia dall’intelligenza, il sogno dalla fuga, la fuga dal coraggio, il coraggio dalla bellezza, la bellezza dalla maledizione».

 

Tutti sono vinti alla nascita, chi milita nell’ETA, chi lotta contro i propri genitori o la dipendenza da droga, chi espatria o rimane. La mischia muta il proprio spessore narrativo assottigliandosi nella concitazione dell’apatia di Jokin e irrobustendosi di nuovo nella caparbia volontà di Gorane di rintracciare il fratello e, forse, se stessa; questi i due fuochi primari del romanzo, due rette parallele che non si incrociano e attorno alle quali fluiscono periodicamente risentimenti e nostalgia, che legano i gemelli lungo tutta una narrazione a distanza. Il resto è mescolanza, è discordia, è volontà di distruzione, dalla quale un fiore che germoglia è da considerarsi un miracolo più che una resistenza alla brutalità.

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