Necropolis: il vivo, il morto e la macchina

Immaginare ciò che si cela dietro la morte è un compito arduo e stimolante per qualsiasi scrittore. La catabasi è infatti uno dei topoi letterari che ricorrono nella mitologia e nella letteratura antica. Basti pensare ai due viaggi nell’oltretomba più famosi della letteratura: la prima cantica della Divina Commedia di Dante e il Canto VI dell’Eneide di Virgilio. In Necropolis, opera dalle svariate sfaccettature di Giordano Tedoldi, pubblicata nel 2019 dalla casa editrice Chiarelettere, la catabasi svolge il ruolo di confronto tra il vivo e il morto.

 

I viaggi nell’aldilà, nel corso dei secoli, sono stati spesso utilizzati per mettere a confronto, tramite l’utilizzo del dialogo filosofico, la conoscenza empirica dei vivi con la saggezza dei morti. Il viaggio del Maresciallo Yarden, novello Dante, novello Enea, ricalca quello dei suoi predecessori, e presenta molte similitudini, riviste in una chiave più moderna, con le opere sopracitate. L’ambientazione descritta da Tedoldi è avvolta nella nebbia. All’inizio sappiamo solo che Yarden, accompagnato dal nipote «di tredici anni e mezzo quasi quattordici» Rama, dal segretario Pierre e dal negromante Max, in seguito a uno specifico sogno premonitore che ha iniziato a tormentarlo con sempre maggiore frequenza, il Maresciallo, comprendendo l’avvicinarsi della sua morte, decide di intraprendere un viaggio nelle due Necropoli, Ovest ed Est. Al di fuori di queste due Necropoli, i cui caratteri possono essere riassunti nei motti minimalistici e antitetici: «Vivi per la tua morte» per quella Ovest e «Muori per la vita degli altri» per quella Est, poco si sa del mondo esterno. Veniamo a conoscenza di un “Campo Terzo”, dove il Maresciallo ha trascorso la sua vita, ma, a eccezione di pochi altri nomi, non ci viene raccontato molto di più. La scelta non si presenta casuale, ed è da imputare alla volontà dell’autore di porre l’accento sulle fisionomie dei due aldilà, definite e descritte invece con minuzia di particolari. La Necropoli Ovest, la prima visitata dallo strano gruppo, presenta caratteristiche indiscutibilmente macabre, molto vicine all’idea più classica di “tomba”: ossari, lapidi e mausolei che si susseguono in maniera frenetica, ammassati secondo una geometria labirintica. La Necropoli Est, al contrario, è un luogo futuristico, elegante e ipertecnologico, in cui l’ordine e la pulizia regnano incontrastati.

 

Grazie alla guida di Pierre, che molto presto scopriremo essere un automa, il gruppo riesce a trovare i luoghi di sepoltura ricercati da Yarden, nascosti principalmente nella labirintica Necropoli Ovest. Qui, i morti saranno riportati, per breve tempo, alla “vita” tramite l’opera del moderno negromante Max, vestito griffato secondo le norme della “nuova scuola crematoria”. Il divario tra i vivi e i morti è subito tangibile: non si parla soltanto di un divario fisico, esistenziale, ma anche di un confronto intellettuale. La morte, per Tedoldi, rende infatti i dannati pienamente coscienti di sé, portatori di una conoscenza assoluta. Il più stupido degli uomini da morto diventa il più saggio tra i vivi.

 

Questo dono però, come nella Commedia e nell’Eneide, è concesso solo tramite una perdita del presente, e della capacità di scegliere. Il morto è prigioniero della sua stessa condizione. «Quando s’appressano, o son, tutto è vano nostro intelletto; e, s’altri non ci apporta, nulla sapem di vostro stato umano». Queste le parole che la penna di Dante fa proferire a Farinata degli Uberti, capo dei Ghibellini a Firenze agli inizi del Duecento, relegato dal Sommo Poeta nel VI Cerchio dell’Inferno, tra gli epicurei e gli eresiarchi. Con questi versi Farinata spiega a Dante che i morti sono in grado di vedere il lontano futuro (sarà proprio Farinata a profetizzargli l’esilio), ma incapaci di conoscere i fatti presenti o quelli prossimi a venire. L’interesse di Dante, Virgilio e Tedoldi risiede infatti nel delineare il dualismo che dilania i dannati, divisi tra il desiderio di ritrovare l’umanità andata perduta e l’onere di custodire una conoscenza assoluta che, spesso, pesa troppo.

 

Ciò che Yarden cerca dai suoi morti, figure che, direttamente o indirettamente, hanno avuto a che fare con la sua vita, è comprendere i vantaggi e svantaggi di entrambe le necropoli, in modo da scegliere in quale delle due sia preferibile essere seppellito. Le risposte che riceve non faranno altro che caricarlo di altre domande, anziché rassicurarlo con delle certezze. La lingua dei defunti risulta enigmatica, a tratti incomprensibile, e molti passi del romanzo dovranno essere letti più volte per afferrarne il significato. Lo stile variegato, ricco di termini ricercati e volutamente ostico, regala al lettore la stessa sensazione di spaesamento emotivo vissuta dal protagonista.

 

Oltre ai morti e ai vivi però, Tedoldi inserisce nel genere un nuovo archetipo: l’automa. Il fedele segretario Pierre, meccanico Virgilio, è infatti per sua natura a metà tra la morte e la vita, incastrato in un’esistenza artificiale. Pierre è la voce della ragione, puro raziocinio, saggio perché programmato per esserlo. Nel libro assisteremo a numerosi dialoghi tra Pierre e Yarden, che metteranno in luce interrogativi sulla “vitalità” di una macchina, il ruolo dell’automa all’interno della storia umana, la differenza tra essere progettati ed essere creati. La macchina viene vista come “l’anima” dell’individuo, pura, semplice, perfetta nella sua funzionalità, specchio lucido dell’uomo, tramutandosi quasi in paradosso, quando consideriamo l’anima come la parte più umana di una persona. Per secoli intellettuali e filosofi hanno cercato l’anima in un luogo fisico (la famosa ghiandola pineale che Cartesio riteneva esserne la dimora), ma nel romanzo di Tedoldi, sembra come se, non trovandola concretamente, gli uomini abbiano deciso di crearla.

 

«Ecco perché ci avete costruito».

«Dici, Pierre?»

«Avete risposto al nostro richiamo, è un’ipotesi da non scartare».

 

Ciò che sembra fare da divisore è il libero arbitrio, privilegio unico dei vivi. La possibilità di scegliere è ciò che il morto e la macchina invidiano all’uomo che ancora cammina sulla terra: la capacità di cambiare il proprio futuro, o di prendere la più innocua delle scelte, come decidere in quale necropoli venire sepolti. In questo caso, però, il dualismo tra le due necropoli è un’aporia che Yarden non è in grado di risolvere.

La sensazione che si ha, per tutta la durata del romanzo, fino al suo epilogo, è quella secondo cui i personaggi non sono altro che archetipi universali, in cui sono racchiusi i caratteri e i dubbi di un’umanità intera.

 

In conclusione, Giordano Tedoldi, con Necropolis, pone delle domande ma cerca di non dare troppe risposte, creando una rete fitta e intricata di punti di vista molto diversi tra loro, capaci di spiazzare i protagonisti tanto quanto il lettore. Figure tragiche e terribili, i morti hanno la capacità di demolire le fondamenta dell’uomo, ma è proprio grazie a questa caratteristica che Dante, Enea, e Yarden cresceranno, ognuno a modo loro, tramite il raggiungimento di un sapere prima celato.         

Marvin Dice su Spotify