città sommersa


Città sommersa

È sempre difficile capire cosa spinga un lettore a scegliere un libro. Di solito ci si affida al risvolto di copertina, oppure ci si fa ispirare dal titolo; o ancora, si apre una pagina a caso e si legge qualche riga, alla ricerca di un particolare che colpisca. Per me, nel caso di Città sommersa (Bompiani, 2020), romanzo di Marta Barone candidato al premio Strega 2020, è stato un insieme di tutto questo. Il titolo prometteva mistero, mi parlava di una città sfuggevole eppure in qualche modo familiare; il risvolto tratteggiava una storia a metà tra il thriller e il romanzo di ricerca esistenziale; nelle righe che ho scorso ho trovato uno stile asciutto e attento ai dettagli.

 

Le prime pagine hanno confermato queste impressioni. Città sommersa inizia con uno stato di calma irrequieta. Marta – la voce narrante che coincide con l’autrice del libro – ha ventisei anni e si è appena trasferita da Torino a Milano. Nella nuova città cammina a lungo, osserva con sguardo lucido e pieno di sconcerto tutto ciò che la circonda; il suo passato è una distesa piatta, una «superficie liscia» su cui «far scorrere una mano impassibile e non sentire già più increspature di alcun genere». Non si chiede mai chi sia, attraversa la vita ma non ne afferra il significato; per lavoro legge e valuta romanzi. Questo senso di sospensione termina improvvisamente grazie alla scoperta di alcuni documenti dimenticati: negli anni ‘80 Leonardo Barone – padre di Marta, chiamato L.B. nel corso di tutto il romanzo – è stato accusato di partecipazione in banda armata, per aver prestato soccorso medico ad alcuni membri dell’organizzazione terroristica Prima Linea. La scoperta di quelle carte, che riguardano una storia a lei già nota ma di cui non si è mai interessata, scatenano molte domande: chi era veramente suo padre? Come è possibile che quegli eventi misteriosi riguardino qualcuno che si pensava di conoscere alla perfezione?

 

Non c’è più nessuno che possa darle una risposta, perché L.B. è morto prima che lei si interessasse alla sua storia. Marta decide allora di guardarsi indietro e provare a ricostruire l’immagine di quel padre distante. Da qui in poi, la narrazione procede su due piani differenti: da una parte ci sono i ricordi che l’autrice ha di suo padre – un uomo difficile, con cui si è scontrata spesso nel corso degli anni – dall’altra ci sono i racconti delle persone che hanno conosciuto L.B. tra gli anni ‘70 e ‘80.

 

Procedendo con la lettura, il libro sembra trasformarsi in qualcosa di diverso rispetto a quello che prometteva all’inizio. Davanti al lettore si dispiegano le agitazioni del ‘68, le rivolte nelle fabbriche, le lotte per le case popolari, la vita dei militanti di Servire il popolo, gli attentati e le stragi. Per un attimo ci si dimentica della promessa iniziale, ma è appunto solo un attimo: basta tornare a leggere qualche pagina in più per capire che il vero soggetto di Città sommersa è l’impossibilità di ricostruire l’identità di una persona che non c’è più. Marta si sforza, studia le carte del processo contro suo padre, interroga i vecchi compagni di partito e l’ex moglie di L.B., scruta le fotografie sbiadite con occhio avido, ma nessuna di queste azioni le restituisce la verità. Suo padre lì non c’è.

 

Il riassunto perfetto di questa conclusione è nell’esergo che la Barone sceglie per il suo romanzo: «Di tutto l’uomo non resta che una parte del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso». La citazione è di Iosif Brodskij, ma si sarebbe potuto scegliere anche Javier Marías, che in Domani nella battaglia pensa a me scriveva: «Quanto poco rimane di ogni individuo nel tempo inutile […], di quanto poco rimane traccia, e di quel poco tanto si tace». Accanto a questa idea, troviamo anche un altro parallelismo con i temi cari a Marías: la re-interpretazione del passato alla luce della scoperta di fatti nuovi. Quando Marta scopre la vecchia vita di suo padre, è infatti costretta a guardare con occhi diversi anche la sua stessa esistenza, che smette di essere una distesa uniforme, e diventa qualcosa di mutevole e complesso.

 

Questa consapevolezza non giunge senza complicazioni: per Marta è impossibile conciliare l’immagine che ha sempre avuto di suo padre – quell’uomo vanitoso, posticcio, artefatto – con quella del ragazzo impegnato politicamente, votato al sacrificio, ma con un’incredibile capacità di illuminare la vita di chi gli stava attorno. La ricerca di una totalità impossibile da ricostruire è il motore dell’intero romanzo; un desiderio che non può trovare soddisfazione, perché manca sempre la parte centrale del discorso, e probabilmente nemmeno quella consentirebbe di ricostruire il vero volto di Leonardo Barone.

 

Il lettore si ritrova così in un labirinto di storie in cui ogni immagine sembra il riflesso di qualcos’altro, le maschere si confondono con la verità e le interpretazioni si moltiplicano. I fatti storici non vengono raccontati in maniera ordinata, cronologicamente, ma ci vengono presentati nella stessa successione in cui l’autrice ne viene a conoscenza. Così, il tempo va avanti e indietro, e i salti tra il presente e il passato costringono il lettore a una concentrazione costante.

 

A volte si soffre di questo andamento della narrazione – si vorrebbe sapere di più sul rapporto tra Marta e L.B., si vorrebbe conoscere immediatamente cosa è successo in via degli Artisti –, e la scoperta della verità è sempre parziale, frustrante. Altre volte, però, ci sono rivelazioni che risollevano il morale, connessioni inaspettate che fanno sperare che in tutta questa storia ci sia un senso. Ma il senso si intravede solo per un attimo, perché la verità è sommersa, come la città che dà il nome al titolo, la favolosa Kitež, a nord del Volga, che si inabissò nel lago per sfuggire ai tartari venuti a conquistarla. La stessa identità di L.B. è come la cupola dorata della chiesa di Kitež: a volte se ne intravede la superficie, ma per la maggior parte del tempo rimane nascosta.

 

Città sommersa è un romanzo evanescente, molto più complesso di quanto sembri all’inizio, ma anche apparentemente sospeso. L’impressione è che, girata l’ultima pagina, ci sia ancora qualcosa di irrisolto, come se tutto ciò che abbiamo letto non ci abbia permesso di svelare il mistero di L.B.. Ma c’è forse qualcosa di più profondo che questa lettura ci restituisce. Prima di ritrovare i documenti sul processo del padre, Marta pensava al suo passato come «una distesa compatta» e a sé stessa come «un essere simultaneo che tutto era in grado di ricordare e che non considerava degno di attenzione nessuno di quei ricordi»; adesso invece quei ricordi tanto ignorati diventano parte della sua identità. Sotto la «prima Kitež», la Barone riscopre quindi qualcos’altro:

 

«La storia di mio padre, dunque, come una grande conchiglia madreperlata, sotto la valva conteneva la mia: la mia, che già credevo di possedere e in cui invece trovavo una nuova linea, una nuova verità. La mia vita vera, qualsiasi cosa avessi deciso di farne».  

 

Poco importa quindi se non saremo riusciti a catturare l’immagine di L.B., perché il senso più profondo della narrazione sta proprio in queste poche righe. Il passato è impossibile da ricostruire e la memoria è ingannevole, ma il semplice gesto di guardare indietro può aiutarci a comprendere la nostra esistenza.

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