Il buco Marvin


Il buco: l'isola verticale

Cosa accadrebbe se un uomo non precisato entrasse per una ragione non precisata in una struttura verticale nata per un motivo non meglio precisato, e questa struttura avesse al suo centro una tavola imbandita di pietanze, che viene calata di piano in piano attraverso un buco rettangolare, e gli inquilini dei vari piani non potessero conservare il cibo ma solo (se arriva) mangiarlo nei pochi minuti prima che la tavola scenda al livello sottostante, e tutto questo facesse parte di una mega-sperimentazione sulla redistribuzione del benessere e gli effetti della stratificazione sociale?

 

Cosa accadrebbe in una situazione del genere?

 

Questa è la domanda parecchio articolata alla quale il regista basco Galder Gaztelu-Urrutia ha tentato di rispondere con la sua opera prima, Il Buco, su Netflix. La risposta non è per niente semplice.

Il messaggio che arriva nei primi venti minuti della pellicola è quello che ci aspettiamo: se ognuno ingurgitasse quanto basta per sopravvivere il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Ma così non è. Chi abita i primi livelli mangia a strafottere, chi sta nel mezzo se la cava, chi sta in fondo muore. Una materia che, a livelli meno complessi e sociopolitici, apprendiamo più o meno nei nostri primi dieci anni di vita, quando qualcuno per strada elemosina gli spicci e noi domandiamo ai nostri genitori perché.

La questione è: cosa ci sta dopo?

L’onere di testare gli effetti della giustizia distributiva nel film pesa sulle spalle del protagonista, Goreng (Iván Massagué) che si offre volontario per entrare nel Buco con l’intenzione di ottenere un “attestato di permanenza”, desiderio che non avrà seguito se non nella mente di Gaztelu-Urrutia. Il personaggio sperimenta in prima persona gli effetti della stratificazione umana, incontrando compagni di stanza dai valori etici disomogenei e testando livelli di benessere differenti, dal suo 48esimo (che è «un buon piano») fino ai livelli inferiori, dove si consumano atti di cannibalismo, per tornare poi in cima. Goreng, roso da continui saliscendi tra inedia e opulenza, spruzzi di sangue e defecazioni, drammi morali e dialoghi con Don Chisciotte de la Mancia, tenterà di risolvere la questione prima con l’anabasi di una panna cotta e poi di una bambina. Il regista dà nel primo caso una soluzione metaforica piatta e digerita ma (almeno) coerente, nel secondo una (molto più) metaforica e fuori fase.

Queste considerazioni iniziali non rispondono però alle domande di partenza. Per farlo, bisogna compiere due viaggi all’interno del Buco: uno nella struttura e uno nel contenuto.

 

  1. Struttura, ovvero chi ha bucato il terreno e costruito la prigione
  2. Iniziamo col dire che a perforare la superficie dove calano le vivande non è stato Gaztelu-Urrutia ma l’irreprensibile Denis Villeneuve, autore, tra i tanti lungometraggi, di Prisoners (2013), Arrival (2016) e Blade Runner 2049 (2017) Questo appunto non serve a individuare chi ha copiato cosa (tutti copiano tutti), ma a comprendere al meglio le forme di questa struttura verticale. Villeneuve, nel lontano 2008, uscì con il cortometraggio Next Floor, una specie di orgia gastronomica imbandita per una decina di membri dell’alta società, occupati a ingozzarsi senza sosta attorno a un tavolo, serviti da camerieri e accompagnati da musica da camera. Nel cortometraggio, il peso delle loro membra piega le assi del pavimento, spezzandole e facendo piombare gli invitati al piano di sotto. Il Next Floor, per l’appunto. Così, di livello in livello, l’ingorda aristocrazia perfora il palazzo, fino a sprofondare in una caduta nera e infinita. La perforazione che troviamo nel Buco è figlia di questa discesa perversa nel consumismo più sfrenato.

Una volta fatto il buco, però, bisogna costruire la struttura.

E a mettere a disposizione cemento e travature ci pensa Vincenzo Natali, con il suo The Cube (1989). In questo film Natali ricrea le condizioni di una galera futuristica, buttandoci dentro sei esseri umani eterogenei alle prese con trappole mortali, dilemmi matematici, diverbi vari. The Cube, come il Buco, contiene una trama ridotta all’osso ma, al contrario della pellicola spagnola, sa bene quanto la riuscita della storia si giochi su un filo sottile, perché deve rispondere a una questione che, se in altri film può essere camuffata, in sceneggiature minimali può decidere le sorti dell’intera impalcatura: perché.

Perché i prigionieri, nel Cubo o nel Buco, si trovano lì. Perché quel esiste, e da chi è stato creato. Perché proprio loro e non altri, eccetera. Una valanga di perché che le pellicole horror-distopiche devono saper spiegare. Gaztelu-Urrutia lascia il compito di rispondere ad alcune di queste domande alla seconda coinquilina di Goreng, un’ex-selezionatrice-ora-prigioniera, Imoguiri (Antonia San Juan). La donna con il bassotto spiega all’uomo con il Don Chischotte che il Buco è nientedimeno che un test di solidarietà spontanea, elaborato allo scopo di plasmare un’etica di condivisione delle risorse, e ordito da un’organizzazione che, priva di ogni caratterizzazione, potrebbe anche prendere il nome di Ordine delle Allodole.

Con questo non voglio dire che si debba trovare una spiegazione a ogni cosa, anzi. Vincenzo Natali, ad esempio, ci dimostra come la mancanza di senso possa avere senso in sé. Una delle questioni affrontate più spesso dai residenti del Cubo di Natali è l’identità dell’organizzazione (il Governo, una multinazionale, una setta segreta) che ha tessuto il meccanismo diabolico. Dopo circa metà del film, e nessuna risposta esauriente a riguardo, avviene questo miracolo di sceneggiatura, nel dialogo tra l’agente Quentin McNeil, uomo di forza e risoluzione, e David Worth, architetto disadattato.

Quentin: «Qualcuno deve avere ideato questa cosa».

Worth: «Quale cosa? Perché, sappiamo che cos’è?»

Quentin: «Non ne abbiamo la minima idea».

Worth: «Eppure la conosciamo meglio di chiunque altro. Forse qualcuno ne aveva un’idea prima di andare via o venire estromesso o licenziato. Ma se questa cosa ha uno scopo, è stato frainteso o soltanto dimenticato. Si tratta di un errore, una… una cattedrale nel deserto, uno dei tanti inutili lavori pubblici. Chi vuoi che si chieda a cosa serve? […]»

Quentin: «Quindi, perché ci rinchiudono della gente?»

Worth: «Perché esiste».

Esempio di come si possa giustificare la mancanza di senso in maniera sensata.

Stabilito chi ha scavato il terreno e chi ha eretto la prigione, ci possiamo ora concentrare sul significato.

  1.  
  2. Contenuto, ovvero l’isola e il paradosso

Come detto in precedenza, il regista basco configura un abbozzo di stratificazione sociale, e nel bisogno di mostrare quanto l’essere umano sia spietato e hobbesiano ci consegna un messaggio fatto e finito, creando una prigione multilivello che di fatto ne ha uno solo: la metafora.

La pellicola si gioca infatti sulla necessità da parte di quelli-di-sopra di comprendere la condizione di quelli-di-sotto, redistribuendo gli alimenti in modo da farli scendere di buco in buco, fino in fondo. Quest’idea molto corretta ma anche troppo elementare non reggerebbe a quello che Ronald Dworkin, filosofo e giurista statunitense, chiama il Test dell’Invidia.

Dworkin, per illustrarci il concetto, crea, come Gaztelu-Urrutia, un luogo astratto e impalpabile: un’isola, abitata da naufraghi impegnati a ridistribuire il cibo tra loro. Dworkin suppone che questi esseri immaginari riescano nell’intento, tramite una persona incaricata di dividere le risorse in n parti. Ma che questo comunque non li soddisfi.

Perché?

Perché non supera il test dell’invidia: «Nessuna divisione delle risorse potrà dirsi egualitaria se, una volta completata, qualcuno preferirà al proprio paniere di risorse il paniere di qualcun altro». Detto in parole povere: non solo ci deve essere un’equa distribuzione delle risorse, ma ognuno deve poter avere il diritto di scegliere ciò che vuole (e per questo non bastano le dieci lumachine di Goreng). L’idea che quelli che abitano i primi piani di questa isola verticale possano scegliere cosa inviare al piano di sotto, condividendo solo quello che loro decidono di voler condividere, non è quella che Gazetlu-Urrutia chiama la Solidarietà Spontanea, ma pura filantropia. Così il livello 4 può scegliere di redistribuire cavoli e salmone per il livello 85, e l’85 deve esserne grato, anche se ai suoi residenti cavoli e salmone fanno ribrezzo. La vera equità è anche poter scegliere, non solo elemosinare gli avanzi.

E questo ci porta al secondo dilemma, che affligge invece i facoltosi abitatori dei piani-di-sopra: la difficoltà della scelta.

Immaginate per un momento di trovarvi al primo piano del Buco di Gazetlu-Urrutia. Vi arriva una tavola ricolma di cibo, avete pochi minuti per mangiarlo e dovete scegliere cosa prendere. Magari ci sono troppe pietanze che vorreste assaggiare, e dunque avete due scelte: o provate a farle entrare tutte nella pancia rischiando un collasso del vostro cuore benestante, oppure dovrete selezionare cosa prendere e cosa lasciare, rischiando di passare il resto della giornata a sognare le pietanze che, per un errore di selezione, non avete afferrato quando ne avete avuto l’occasione. Questo è ciò che lo psicologo americano Barry Schwartz chiama il Paradosso della Scelta.

L’antinomia si basa su un assunto: “Se vogliamo massimizzare il benessere dei nostri cittadini bisogna massimizzare la libertà individuale. Il modo per massimizzare la libertà individuale è massimizzare la scelta”. Che si può riassumere anche con il nome Netflix, o qualsiasi megaspazio pieno di megascelte. Lo scotto da pagare per la floridezza delle megascelte è quello che in teoria economica si chiama costo-opportunità, ovvero il costo derivante dal mancato sfruttamento di un’opportunità concessa. In breve, il prezzo che paghiamo quando abbiamo da scegliere tra 135 film e ne vediamo uno, è molto più alto di quello che pagheremmo selezionandone uno tra quattro. Gli abitanti dei primi piani del Buco sono dunque sottoposti a uno stress che il regista basco non si sogna nemmeno di inserire, tanto è preso dall’attacco al Sistema. Il Paradosso della Scelta comporta una sensazione di paralisi, ingigantimento delle aspettative, stress da insuccesso, e altri malesseri parecchio occidentali. Schwartz propone però una via d’uscita dal dilemma: diminuire le opportunità, e dividerle con chi ne ha di meno, non solo per loro, ma anche per noi, salvando il nostro buon cuore dall’infarto.

In conclusione, Gaztelu-Urrutia prova a confezionarne una pellicola che ammonisce senza mettere in crisi nessuno. La distribuzione delle risorse è un meccanismo che non si basa solo sulla ferocia, l’arrivismo, il profitto, ma sulla frizione tra forze contrarie. È un problema di scelta che riguarda tanto chi ha troppo quanto chi ha poco. E la risposta non è per niente semplice.

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