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Rivoluzionare immaginari: l’esordio immorale di Sheena Patel

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Tra il 2017 e il 2018 nell’immaginario intellettuale della giovane donna millennial si sono imposti due punti di riferimento letterari: la posata, istruita ma col colletto blu, moralmente ineccepibile e casualmente comunista Sally Rooney; e Ottessa Moshfeg, la ragazza interrotta, brillante, brutale e indifferente. Le scritture di queste due donne si parlano, si scontrano, ma hanno in comune l’essere irrimediabilmente cool in modi che tutte noialtre ci sogniamo. Hanno il controllo della narrazione, e opponendosi alle generazioni precedenti ci pongono davanti nuovi modelli da inseguire e a cui affidare le nostre insicurezze.

Stando alla letteratura recente abbiamo quindi due possibili proiezioni della nostra inadeguatezza – entrambe infelici, ambigue, codarde e irrealistiche: nessuno qui scrive alle amiche fiumi di mail su Marx, credo, nessuno qui si può permettere di dormire per un anno intero chiusa nel proprio appartamento nell’Upper East Side. Vorremmo poter essere così impossibilmente decadenti, intellettuali e tormentate – ma la verità è che, invece, siamo tutte Sheena Patel. Sheena Patel è venuta a liberarci dal peso della dicotomia Rooney-Moshfeg aprendo una finestra sul mondo interiore di noi giovani donne femministe, indipendenti, autosufficienti, di successo: e quello che siamo, davvero, è infantili, indecise, egoiste, eccitate, autodistruttive, codipendenti, invidiose, terrorizzate dalla noia, dalla stabilità, dall’amore, dalla felicità stessa.

Parto dalle informazioni di servizio: Ti Seguo, edito da Atlantide nella collana Blu con la traduzione di Clara Nubile, è il romanzo d’esordio di Sheena Patel – un romanzo di ossessioni in incognito: la prima cosa che salta all’occhio nella lettura è che questo libro non contiene nomi – i personaggi si muovono anonimamente, sebbene si credano molto speciali, e ricevano continue conferme della loro unicità. L’autrice sembra deriderli con epiteti che li caratterizzano solo in relazione alla voce narrante, anch’essa senza nome: la protagonista è innamorata di un tale, «l’uomo con cui voglio stare», con cui prima scopava e poi non scopa più perché il loro sesso è troppo intenso e lo spaventa. In verità l’uomo con cui vuole stare non si spaventa a fare sesso con altre donne, che evidentemente non sono altrettanto intense, o alle quali forse è più interessato di quanto lo sia a lei. C’è poi la moglie dell’uomo con cui vuole stare, e infine c’è l’altra, un’altra donna di cui l’uomo con cui vuole stare è innamorato: si chiama «la donna da cui sono ossessionata», ed è una influencer.

Chi è l’uomo con cui la protagonista vuole stare? Non si sa – ha un lavoro non meglio specificato che lo porta a viaggiare per il mondo e ad avere delle fan. Forse è un artista o un architetto. Più probabilmente è una proiezione di ciò che lei stessa, con un lavoro precario nelle arti, vorrebbe diventare e non può, perché non è ricca né bianca né ammanicata. L’uomo è quindi al contempo desiderio e oppressione, perché la questione della razza, della classe e del genere si intersecano continuamente con la totale incapacità della protagonista di imporre il proprio volere e i propri bisogni, mentre lui la tratta come una spilletta che accresce il suo valore morale: «Ci metto un sacco di tempo a capire che quando l’uomo con cui voglio stare mi dice che gli piace farsi vedere con me in pubblico in realtà vuole dire che gli piace cosa rivela di lui agli altri il colore della mia pelle».

La protagonista ha un fidanzato che sembra amarla molto, e verso cui ha sprazzi di infinita tenerezza e infinito disprezzo. Lo insulta in pubblico, a volte è violenta. Lo tradisce, lo deride, infine lo lascia perché spera di convincere l’uomo con cui vuole stare ad amarla. Ma l’amore è un gioco pericoloso: non è scelta, non è progetto, non è sentimento, non è casa, non è stima reciproca, non è amicizia, non è intimità, vulnerabilità, trasparenza, accoglienza. Patel lo descrive così:

«Le relazioni sono luoghi di vittorie o sconfitte, non di legami profondi e sicurezza, ma di dominanza e sottomissione. Ogni gesto, ogni parola, azione, opportunità, cortesia, avance sessuale, rifiuto, diniego, celebrazione, altro rifiuto, invito, progresso, sorriso, sguardo, ogni passo avanti o passo indietro e ogni corrispettivo offerto dev’essere prima considerato un insulto, una minaccia o un potenziale atto di violenza che lentamente viene neutralizzato. Questo è l’unico modo di affrontare la vita: considerare qualcuno che si avvicina come il nemico, qualcuno che – garantito – si prenderà qualcosa da te, non ti tratterà alla pari, ma come un essere inferiore perché sei diverso».

La protagonista è diversa dalla donna da cui è ossessionata. La donna da cui è ossessionata è figlia di un uomo famoso che ha rivoluzionato l’idea di comunità agricola negli Stati Uniti. Alla donna da cui è ossessionata piace dire di essere cresciuta in una comune – non è esatto, ma nessuno la contraddice. Mai. La donna è la materializzazione dell’ideale squisitamente capitalista della bellezza morale: il suo talento è “avere gusto”, o meglio, comprare oggetti piacevoli da guardare e poi accostarli ad altri oggetti piacevoli da guardare, e poi fotografarli. Tutto qui. Incarna il suo successo (ha la spunta blu e l’anticipo per un libro da 350.000 dollari) come dimostrazione del suo valore, e non come espressione del suo privilegio.  I suoi viaggi, la sua casa, le cose che compra: la passione è possedere, possedere è la sua identità. Questa donna esiste nella vita di tutte noi. È l’oggetto della nostra invidia e allo stesso tempo del nostro disprezzo, due sentimenti che nel mondo patinato dei social fingiamo non esistano più, ma che spesso nella vita reale coincidono. La sisterhood tanto cara alle fan di Rooney qui non esiste: le donne sono in competizione per un senso di validazione che gli uomini semplicemente possiedono per natura, mentre noi ci facciamo la guerra per ottenerlo. Il mito dell’amicizia femminile come forza propulsiva della vita di una donna, chiave interpretativa della propria identità (la migliore amica come specchio di sé) e forma di liberazione rivoluzionaria dal patriarcato, è una moda non recente, ma recentemente sviluppata in una forma estetica che rende “belle” le cose considerate “giuste”: le cose di cui ci si vanta su Instagram, ad esempio. In controtendenza con la letteratura millennial recente, fatta di donne che si aiutano a vicenda a incarnare la versione migliore di sé stesse (e che nella loro versione cinematografica sono poi bellissime, magre e complesse, ma in modo accessibile), le donne di Sheena Patel non sono amiche e non sono edificanti, anzi ci ricordano che il femminismo intersezionale a cui aspiriamo è un’utopia, e che le donne per realizzarsi saltano sopra altre donne, in quell’onnipresente sistema di classe e razza che è sempre lì, dove l’avevamo lasciato.

In Ti Seguo le relazioni sono fatte di potere e gerarchie: la donna da cui è ossessionata è numerosi gradini sopra di lei nella piramide perché è bianca e perché è ricca – l’uomo con cui vuole stare è superiore a entrambe perché oltre a essere ricco e bianco è anche uomo. La protagonista, invece, è alla base della piramide, è vittima del sistema, un sistema totalizzante che diventa anche criterio di scelta e valutazione delle proprie relazioni, del proprio tempo, del proprio valore. L’uomo con cui la protagonista vuole stare e la donna da cui è ossessionata sono simboli archetipici della tossicità di una società opprimente in cui i vincitori e i vinti somigliano sempre a sé stessi da centinaia di anni: «i discendenti dei figli dei coloni e dei figli dell’Impero, la prole con simpatie sinistroidi di famiglie orientate a destra, in grado di selezionare e scegliere oggetti estranei al loro contesto culturale in una sorta di serraglio immutabile che serve a dimostrare quanto siano aperti mentalmente, anche se la loro ricchezza deriva da strutture globali che decimano le culture da cui provengono quegli stessi oggetti? Se soltanto potessimo tutti schermarci con i soldi di famiglia e gli ambienti domestici lussuosamente austeri dai regimi neoliberali che ci sfruttano».

Con una scrittura corrosiva, ossessiva, chirurgica, Patel mette insieme tutti gli elementi fondanti del nostro mondo, dai social al consumismo, dalla co-dipendenza al ghosting, dal potere dei soldi a quello, ancor più insidioso, dell’apparenza. La sua voce è una cantilena che sembra ghermire il lettore con toni a tratti infantili, insistenti e ottusi, e subito dopo lo prende a schiaffi con una lucidità politica feroce. Tutto avviene sullo stesso piano: la critica sociale e l’ossessione amorosa, la disfunzione e l’osservazione della stessa. Questo è solo uno degli aspetti più potenti del romanzo – l’altro, è la totale, nichilistica rinuncia all’immagine eroica di una protagonista che non è l’intellettuale santimoniosa a cui ci ha abituato Rooney né l’antieroina magnifica e folle di Moshfeg – la donna di Sheena Patel è piena di difetti e di pregi perfettamente normali. Pensa cose imbarazzanti, prova sentimenti riprovevoli di cui non sembra vergognarsi, fa e dice cattiverie. È arrabbiata, è perduta, ma non perduta come la protagonista di una storia motivazionale che poi trova sé stessa a Bali o in India – è perduta come una che è costretta a tornare a vivere con i suoi genitori e che passa ore ad analizzare in ogni minimo dettaglio le foto dell’amante del suo amante. Non ci sono scopi pedagogici in questa storia, non si istituiscono modelli, colonne o bandiere. Non ci sono amiche con cui annegare gli affanni bevendo gin tonic in qualche loft o andando in vacanza in Toscana. Per le persone normali quando la vita fa schifo, la vita fa solo schifo. Non c’è nessun insegnamento che ponga l’autrice al di sopra di tutte noi. Anzi, sembra quasi schernire quel mondo di intellettuali che si atteggiano a guru della morale moderna: «un circolo autocompiaciuto di pacche sulle spalle e strafottenza; un circolo di bianchi che encomia la propria apertura mentale, ma solo quel genere di apertura mentale che è esattamente uguale a loro, una sala degli specchi in una stanza chiusa».

Sheena Patel è una rivoluzione.