Le dinastie invisibili di Angélica Gorodischer

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Quest’estate sono stato per una decina di giorni nelle Highlands, nel Nord della Scozia. Questa regione è popolare – oltre che per le montagne imponenti, i laghi leggendari, la pioggia incessante, le foreste compatte che inghiottono le strade – per la notevole quantità di castelli disseminati sul territorio, roccaforti di antichi poteri riconvertite oggi in appariscenti musei. Tra questi, per citare i più famosi: Blair Castle, Cawdor Castle, Doune Castle, Dunnottar Castle, Dunstaffnage Castle, Inveraray Castle, Inverness Castle, Stirling Castle, Urquhart Castle.

Ognuna di queste fortezze ha una sua storia privata – che corrisponde a quella della famiglia fondatrice – e una storia, diciamo, pubblica, con la s maiuscola, che si inserisce all’interno della fitta trama per il controllo dell’allora Regno di Scozia. Le lotte intestine, le congiure di palazzo, i matrimoni combinati, le morti irrisolte permeano il tessuto di questa zona d’Europa al punto da renderne impossibile una sufficiente comprensione senza ripercorrere la lunga scia dell’avvicendamento al trono.

Le famiglie che nei secoli hanno ambito al dominio sono state innumerevoli, così come innumerevoli sono stati i sistemi che hanno utilizzato per espandere la propria influenza su questo territorio inospitale eppure, in qualche modo, elettivo: ricostruire la mappa di una simile geografia del potere è un compito estremamente difficile, perché vuol dire confrontarsi con il potere stesso, nella sua forma più complessa, caotica, disturbante, naturale. Kalpa Imperial di Angélica Gorodischer, portato in Italia da Rina Edizioni nell’ottima traduzione di Giulia Zavagna, può essere considerato il tentativo letterario (e per questo potenzialmente inesauribile) di rappresentare e ricostruire, attraverso undici storie diverse, lo spazio informe, irrazionale, cangiante di questa forma di autorità.

Gorodischer, autrice poco conosciuta in Italia – se non per il racconto La sposa perfetta, contenuto ne Le visionarie (Nero edizioni), antologia curata da Ann e Jeff VanderMeer, e per il romanzo Come svoltare nella vita (senza farsi ammazzare), Edizioni Socrates – è considerata una delle voci più originali della letteratura latinoamericana. Soprannominata in patria la dama de la ciencia ficción argentina, (definizione «limitante», secondo il prefatore Loris Tassi), nella sua lunga carriera Gorodischer ha seguito ispirazioni diverse (dal fantastico al fantascientifico al noir, per citare le più ricorrenti) mescolandole secondo un approccio imprevedibile, eclettico, allergico ai recinti dei generi letterari. 

Kalpa Imperial, nello specifico, viene pubblicato in Argentina in due volumi (all’inizio venne considerato una raccolta di racconti, mentre Gorodischer ha sempre preferito oscillare tra romanzo e raccolta) tra il 1983 e il 1984, periodo della caduta definitiva della dittatura di Jorge Videla. Non è un caso, quindi, che il libro si apra in questo modo qui:

«Il narratore disse: Ora che soffia un vento propizio, ora che sono finiti i giorni di incertezza e le notti di terrore, ora che non vi sono più accuse né persecuzioni né esecuzioni secrete, ora che il capriccio e la follia sono scomparsi dal cuore dell’Impero, ora che noi e i nostri figli non siamo più assoggettati alla cecità del potere; ora che un uomo giusto siede sul trono dorato e le persone si affacciano tranquillamente alla porta di casa per vedere se fa bel tempo e si dedicano alle loro attività e pianificano le vacanze e i bambini vanno a scuola e le ragazze si innamorano e i vecchi muoiono nel proprio letto e i poeti declamano e gli orefici pesano l’oro dietro piccole vetrine e i giardinieri annaffiano i parchi e i giovani discutono e gli osti annacquano il vino e i maestri insegnano il loro sapere e noi cantastorie raccontiamo vecchie storie e gli archivisti archiviano e i pescatori pescano e ognuno di noi può decidere in base alle proprie virtù e ai propri difetti quel che farà della sua vita, ora chiunque può entrare nel palazzo dell’Imperatore».

Kalpa Imperial è composto da undici capitoli (o racconti) che ripercorrono, attraverso le avventure delle dinastie regnanti (ma non solo), la storia di un territorio «così vasto che nemmeno l’Imperatore in persona ne conosce i confini». Abbiamo, ad esempio, il Ritratto dell’Imperatore, mito in qualche modo fondativo del regno di Kalpa, oppure La fine di una dinastia o Storia naturale dei furetti, dove il «demenziale protocollo degli Hevrontes» è il sistema protoburocratico utilizzato per nascondere la verità sulla morte del padre del giovane Imperatore Furetto, fino ad arrivare a racconti come Sulla crescita incontrollata delle città, in cui viene riportata la vita secolare di un nucleo urbano, prima costruito, poi invaso, quindi riconquistato, saccheggiato, distrutto e ricostruito di nuovo, un luogo che somiglia alla somma assurda del tempo che passa, e che rivela una bellezza inattesa proprio quando viene abbandonato:

«Poiché era stata solida e ricca e grande, conservò i monumenti e le magioni che non erano stati costruiti per crollare in un paio d’anni, ma tutto a poco a poco si coprì di muschio e di licheni e di piante e crebbero fiori acquatici nelle piscine abbandonate e varietà selvatiche di drahilea nelle capigliature di marmo delle statue. Sembrava morbida e carnosa, fatta di foglie e steli verdi ingrossati dalla pigra linfa. Molti dicono che non fu mai così bella, ed è possibile che abbiano ragione».

A tenere unita questa cosmologia di storie è il trono, simbolo del potere di imperatori e imperatrici, e dunque emblema dell’impero stesso (perché se la democrazia è il governo del popolo, gli imperi si incarnano nei loro sovrani), un trono che può corrompere chi lo possiede, ma anche elevarlo al di sopra delle capacità umane:

«Era com’era sempre stato, più magro e più basso degli uomini della sua età, ma pensò intensamente a sé stesso, ormai non come una persona isolata ma come parte di qualcosa che ancora non esisteva e che aveva bisogno di lui per esistere. E questo, amici miei, questo è il genere di riflessioni che ci trasforma in giganti».

Ma Kalpa Imperial, oltre a essere un libro di storie, è un libro di stile. Loris Tassi, nella prefazione al libro, identifica tra i tratti caratteristici di Gorodischer l’«enumerazione caotica», la «polifonia», a cui si può aggiungere la cifra di una lingua altamente musicale e ritmata, al punto che ogni racconto (a parte l’ultimo) viene narrato da un cantastorie, che parla «non alla maniera di chi racconta ma alla maniera di chi ascolta».

Questo modo di raccontare fluido, incontrollato, sghembo – in cui non è tanto quello che si dice ma quello che si accenna, si sfiora, si omette a orientare la storia – affonda le radici, come sottolinea sempre Tassi, nel contesto geografico in cui nasce Gorodischer: l’Argentina. Se per Roberto Bolaño questa nazione «è un romanzo», per Juan José Saer l’ibridazione tra punti apparentemente distanti è parte integrante della cultura rioplatense: «Ogni opera autentica della nostra cultura tende all’integrazione di elementi eterogenei come conseguenza della nostra particolare sedimentazione storica e si costituisce, mediante il dosaggio variabile ma sistematico, di un apporto locale e di un apporto universale». Per coniugare questo «apporto locale e universale», però, è necessaria una certa consapevolezza della propria scrittura, e della letteratura che la permea, aspetti su cui Gorodischer dimostra di avere le idee molto chiare – tanto che in esergo a Kalpa Imperial ringrazia per «lo stimolo» Hans Christian Andersen, J. R. R. Tolkien e Italo Calvino. Dice sempre Gorodischer, a proposito delle sue letture:  

«Ultimamente vedo molti romanzetti prolissi, corretti, scritti bene, che non corrono rischi, non mi tolgono la terra sotto i piedi. […] Mi interessa che la scrittura vada da qualche parte strana e cada in un precipizio, perché io voglio cadere nel precipizio. Voglio vedere cosa c’è lì, sul fondo. E se l’autore o l’autrice non mi danno questo, chiudo il libro e lo butto».

Un ultimo appunto. Kalpa Imperial è anche la storia del rapporto tra un’autrice e il suo pubblico. Gorodischer, attraverso la bocca dei cantastorie, chiama in causa il lettore, lo pungola, lo coinvolge, lo sfida («No, no, ascoltatemi bene, non distraetevi per poi dire che non vi ho dato spiegazioni a sufficienza»). In questi passaggi, oltre a risaltare la vena più irriverente e caustica dell’autrice argentina, emerge la profonda considerazione che Gorodischer ha per il pubblico, con cui interagisce da pari, senza accondiscendenza (e dunque con il massimo rispetto), prendendosi la libertà di evidenziare i limiti congeniti con cui un lettore si confronta quando si trova di fronte a un impero vasto, come quello di Kalpa, che in fondo altro non è che il terreno dell’immaginazione di un altro individuo:

«Voi zotici ignoranti non sapete nulla della storia segreta dell’Impero».