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Realismo magico e realismo sociale: i ragazzi degli O’Devaney Gardens

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YOU SHOULD SEE WHAT YOUR GOVERNMENT DONE. Caratteri cubitali, pennellate bianche sulla facciata fatiscente di quello che resta degli O’Devaney Gardens, il complesso abitativo popolare a nord di Dublino dove Karl Parkinson e i suoi ragazzi sono nati, cresciuti, morti, sopravvissuti.

Nel corto girato in occasione della pubblicazione di The Blocks da alcuni studenti grazie a FilmBase – un’organizzazione che supporta registi emergenti in Irlanda – Parkinson si aggira fra i palazzi e i marciapiedi che hanno delimitato la geografia della sua infanzia, sancito i limiti delle sue aspirazioni, l’orizzonte della sua sopravvivenza. La casa popolare dov’è cresciuto, il cortile dove giocava a pallone alla tedesca con gli amici sotto la pioggia, le balconate condivise con i vicini, le pareti sottili tipiche di costruzioni a basso costo destinate ai meno abbienti, la finestra della camera da cui sparava musica a volume altissimo, una dichiarazione di presenza. Legge alcuni passaggi del romanzo, si espande, risuona, si riprende lo spazio. Il suo accento è pieno e morbido, ha il tono di chi sa come plasmare parole nell’aria e farle precipitare come bombe.

«Di tutto quello che ho scritto in quel periodo non è rimasto nulla, ma non ho smesso di riempire pagine. Come quelle di questo libro, che sono per te, Georgie, e per te, caro lettore, questo libro è anche per te. Grazie Georgie, per avermi detto di avere talento».

The Blocks – i ragazzi degli O’Devaney Gardens, il memoir/romanzo/performance poetica, ibrido e proteiforme di Karl Parkinson non invoca la lettura silenziosa, ma pretende di essere ascoltato, annusato in una convergenza di tutti i sensi, una sinestesia di senso. È fisico, corporeo, occupa spazio vitale.

Dovreste vedere quello che ha fatto il vostro Governo
. Non si sa di chi sia davvero il Governo, a chi appartenga; certo non agli abitanti degli O’Devaney Gardens, ai padri che perdono il lavoro e finiscono in prigione, le madri che si arrabattano, i sussidi, bambine che precipitano dalle finestre, ragazze madri, e giovani uomini che rubano macchine e muoiono derapando nei parcheggi.

Si potrebbe dire che The Blocks, con la sua prosa poetica e cruda e la sperimentazione linguistica tipica del background spoken word dell’autore, racconti l’infanzia e l’adolescenza di Kenny e del suo gruppo di amici, nel degrado delle case popolari e l’atarassia dell’abbandono, l’invisibilità e la violenza a cui un sistema progettato per escludere gli ultimi li condanna, un massacro a lungo termine, uno stillicidio di vite ai margini.

Ma non è così. Ridurre la letteratura working class, in questo caso quella frangia della classe lavoratrice che il filosofo Karl Marx ha definito lumpenproletariat a una macabra descrizione delle privazioni e le sofferenze, è una chiara misrepresentation: un’interpretazione non solo scorretta, ma in mala fede. Nel suo Chavs, the demonisation of the working class (Verso, 2011) il giornalista britannico Owen Jones evidenzia come, quando non viene parodiata dai media e i politici, l’esistenza della classe lavoratrice viene negata dalla retorica di una presunta classe media che ormai è alla portata di tutti.

«Quando vuoi umiliare o attaccare un gruppo sociale,» scrive Alberto Prunetti nel suo eccellente saggio Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class (Minimum Fax, 2022), «gli togli il diritto di parlare con le proprie parole». Come tutti i soggetti subalterni, gli abitanti degli O’Devaney Gardens non si trovano al centro di narrazioni complesse e stratificate, ma vengono alternativamente ignorati o demonizzati a seconda della necessità.

A queste mistificazioni, gli autori e autrici working class contrappongono narrazioni che non si limitano a raccontare il disagio sociale come una piaga endemica delle classi popolari: quando Karl Parkinson prende parola, impugna la penna o batte a macchina nella notte, con le finestre spalancate sui ballatoi, il guaito dei cani e il marasma di programmi TV che si inanellano fra i palazzi, si riappropria di una narrazione di sé complessa e vitale.

«È un lavoro di letteratura proletaria scritto nel dialetto delle persone meno rappresentate nella letteratura irlandese» scrive in un articolo per il quotidiano The Guardian nel luglio 2016, «le classi lavoratrici, i tossicodipendenti, le prostitute, i disoccupati, giovani suicidi, gente di strada – rappresentate in tutte le loro violente, tragicomiche, resilienti, folli, esuberanti esistenze».

La parlata delle case popolari del nord di Dublino si fa protagonista di un romanzo corale, uno scambio fra solista e coro, in cui l’esperienza biografica individuale di Kenny si arricchisce di incursioni poetiche di struggente bellezza, quotidiano infuso di reggae e Britpop, Bob Marley e Oasis, Kerouac e la Beat Generation. La scoperta del linguaggio – che è stato sì letterario, ma soprattutto desiderio di raccontare con la cadenza e la sintassi degli O’Devaney Gardens della Dublino Nord e del lumpen marginalizzato e ignorato, fino alla criminalizzazione, è il crocevia artistico e umano di Parkinson, la presa di coscienza di una voce che l’autore non ha mai barattato per una rispettabilità borghese. Kenny non è il protagonista di un romanzo di formazione, tanto meno di traviamento, ma il suo desiderio di evasione e il nichilismo adolescenziale diventano l’escamotage narrativo che mette a fuoco le esistenze di personaggi inascoltati e altrimenti marginali. Parkinson utilizza l’elemento memoriale come un ariete per smantellare la classica narrazione di mobilità sociale dei sistemi meritocratici.

L’autore potrebbe raccontare una storia di rivalsa, a posteriori, da sopravvissuto che con i piedi «fuori dall’oppressione», come scrive Prunetti, finalmente riesce a sfuggire al destino crudele dell’autodistruzione endemica del disagio sociale, ma non lo fa. Quella di Kenny non è la «transfuga di classe» di cui parla Annie Ernaux, una trasformazione attraverso la scrittura, un superamento della condizione subalterna per accedere ai fasti della mitizzata classe media: l’epifania della letteratura, delle parole e della voce di Kenny, è un antidoto alla resa, un tonico, una dichiarazione di esistenza. È lo «scrivere per liberarsi» di cui parla Carla Lonzi nel suo Taci, anzi parla. Diario di una femminista (Rivolta Femminile, 1978).

Al nichilismo fulminante e quasi glamour à la Trainspotting, Karl Parkinson accompagna una narrazionecomplessa e stratificata, che permette all’alienazione e la sconfitta di convivere con la cacofonica vitalità della sopravvivenza. L’atto di ribellione principale di Kenny, e di Parkinson stesso, è quello di parlare, raccontarsi, cantare degli O’Devaney Gardens in una sinfonia che è polifonica e caleidoscopica. I momenti di lirismo più struggente sono infatti le vibranti allitterazioni che descrivono la quotidianità chiassosa del block e i suoi abitanti. Le case di ringhiera traballano, scosse da dipendenze, crimine e depressione, e allo stesso modo danzano, sorrette dalla creatività dell’arrangiarsi e la forza immaginativa della comunità.

In The Block il racconto di sé si fa viatico di visibilità ed espressione collettiva: con il pretesto di narrare l’eccezionalità di Kenny contrapposta alla mediocrità di ciò che lo circonda, Parkinson illumina le idiosincrasie di vite ordinarie, esseri umani sofferenti, e attimi di impalpabile esuberanza («Il campetto dietro ai palazzi era il luogo della speranza, il posto in cui io e Georgie abbiamo scoperto di essere amici. Un’amicizia che ci ha portato a sperimentare droghe, bella musica, passioni violente, poesia, morte, lacrime, l’istinto di sopravvivere e persino quello di scrivere questo libro») e sensoriale bellezza («Una palla di spugna, lacca nell’aria, una donna di mezza età davanti alla tv, un bambino che gioca con lo zio, niente di più di una normalissima serata in una casa popolare a Dublino nord, negli O’Devaney Gardens»).

Sarà infatti l’amico Georgie, il primo sgarrupato mecenate di Kenny, che una sera piovosa di birre e spinelli trasformerà la scrittura fluviale dell’amico in una possibilità: «te lo dico davvero Kenny, prima o poi un sacco di gente leggerà i tuoi testi, hai talento».

Al social realism, il realismo sociale e materico della prosa di Parkinson, si affianca un realismo magico, popolato di banshee, fantasmi e “melmosi”, masse scure e dense «tipo catrame», che si fanno metafore delle paure e i traumi che affliggono la comunità.

«Siamo i tuoi pensieri più tetri. Paura di fallire, paura di vivere, paura di morire.
Siamo quelli che si nascondono. Siamo Melma! Fumo! Incubi!
Terrore!»

L’immaginazione del Kenny bambino, che plasma una realtà di sogno e di incubo fra gli edifici tutti uguali del vicinato – l’unico universo che conosce –, si tramuta in insofferenza adolescenziale, nel bisogno di esorcizzare l’apatia e anestetizzare l’incertezza.

«E così scrivere è diventata una mia dipendenza, avevo tanto da dire che le parole mi scorrevano fuori come torrenti e certe volte la penna non era abbastanza veloce».

Il linguaggio si fa rivendicazione di un posto nel mondo, un’identità che permette di articolare sia l’ingiustizia che l’immaginazione. Per i ragazzi degli O’Devaney Gardens il germe della coscienza di classe passa attraverso la rabbia annichilita dei margini per scoprire una personale semantica della ribellione.

A proposito dello stile, Beatrice Masi – che ha curato l’edizione italiana del romanzo per Battaglia Edizioni – scrive: «In questo romanzo, in cui si intrecciano moltissime tecniche formali, trame e sotto trame, ciò che rimane costante dall’inizio alla fine è la lingua, il North side slang, quel particolare tipo di Hiberno English che si parla solo a nord del fiume Liffey», e il suo magistrale lavoro di traduzione è capace di dare corpo al ritmo sincopato e cantilenante, ricco di allitterazioni e accumulazioni, ripetizioni e assonanze di un testo da leggere ad alta voce.

La prosa ritmata di Parkinson, il costante crescendo che diventa quasi sovraccarico sensoriale, richiama il senso mitico del viaggio, il nostos malinconico di personaggi alla continua ricerca di un senso e uno scopo, in un rincorrersi di nostalgia ed esilio; fra le rime di Kenny gli O’Devaney Gardens sono prigione e ristoro, sconfitta e baldanza, autodistruzione e poesia, come il cammino di Dante fra i dannati e le anime beate che nel block sono l’una e l’altra cosa: «[…] i palazzi sono pieni di tossici che sono angeli e di pericolosi demoni, pieni di pazzi e prostitute, di poeti tormentati con le matite rotte, di pittori senza tela, di calciatori senza scarpe, di cantanti senza voce, di martiri senza ideali, di amanti senza un cuore, di morti che non sanno di essere morti, pieni di ferite e dolori, di spine e lacrime, di sterco e sperma, di fantasmi notturni ed energie oscure, pieni di luce divina, di vita, di poesia, musica e danza, di parole, delle creazioni del tempo, pieni di suoni primordiali, i palazzi sono pieni, pieni fino all’orlo di tutte queste cose e io farò uscire tutto da qui con un’esplosione».

Nel 2018 il complesso abitativo popolare degli O’Devaney Gardens è stato raso al suolo dalle ruspe. Gli abitanti dispersi, la comunità frantumata, spezzata, isolata. Il romanzo di Parkinson, che non è mai stato mera materia narrativa ma manifesto, si è fatto quindi corpus, «testo-corpo», testimonianza di una sopravvivenza invisibile «in cui ritrovare tutta la vita e la lingua della comunità dei long-balconies e, per il lettore italiano, un modo per conoscere una parte di storia e di letteratura irlandese, quella dell’housing sociale e della scrittura working class, finora accantonata dagli ambienti accademici e poco tradotta», conclude Masi.

Al di là dell’innegabile portata politica del lavoro di Parkinson, la sperimentazione linguistica e stilistica di The Blocks è infusa della speranza di poter andare oltre la narrazione di sé romanzata e “verosimile” della marginalità, per liberarsi dal peso pedagogico della letteratura del trauma come testamento della propria umanità.

Lo spazio della produzione working class non può essere ridotto a mero viatico di epifania politica a beneficio di chi legge. Attraverso l’ibridazione dei generi e i linguaggi, il coro multiforme dei personaggi e il gusto combinatorio della sua prosa, Karl Parkinson non è solo il cantore della molteplicità vibrante delle case popolari, ma anche delle infinite possibilità sperimentali della letteratura.