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Viatico per la Zona Grigia

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Il concetto di vecchiaia è quantomeno aleatorio – se le donne sono considerate ufficialmente anziane quando arriva la menopausa, quando lo sono gli uomini? – e la sua narrazione è spesso complessa.

Nel suo saggio De Senectute, Francesca Rigotti scrive: «Il fatto è che i grandi ragionamenti sulla vecchiaia oscillano tra il parlarne esclusivamente al maschile e il parlarne in una forma universale e impersonale». Come possiamo raccontare le vecchiaie, al plurale, senza ricadere nei cliché del conflitto generazionale, dell’anticamera della morte, della dipendenza e della solitudine? Come si ribalta l’assunto di base che la solidarietà intergenerazionale è un’utopia? È sufficiente una narrazione positiva dell’età avanzata?

Quando il Capitano Tom Moore, il 6 aprile del 2020, ha cominciato a percorrere le lunghezze che lo separavano dal suo centesimo compleanno per raccogliere fondi a favore del sistema sanitario nazionale britannico nel tunnel profondissimo della pandemia, noi infornavamo pizze. Moore, un novantanovenne veterano della Seconda guerra mondiale voleva racimolare mille sterline da devolvere al fondo NHS Charities Together entro il 30 aprile, giorno in cui avrebbe compiuto un secolo; ha raccolto quasi 30 milioni.

La storica passeggiata di Moore è stata salutata con entusiasmo e partecipazione da una nazione che vedeva in lui l’epitome della resilienza, della determinazione di chi ha liberato l’Europa dal Nazifascismo, e l’affetto giocoso di un nonno. Nei mesi che hanno scandito il primo lockdown, con una narrazione della vecchiaia che si polarizzava fra la riduzione degli anziani a orpelli di una società che non poteva pagare lo scotto di proteggerli, e l’idea del vetusto vulnerabile, spauracchio da sbattere in faccia agli scettici delle mascherine e del distanziamento fisico, il più utile contributo alla sanità pubblica è venuto proprio da un nonagenario. Al sollievo si è immediatamente affiancata la retorica.

Se da un lato è impossibile negare che l’impresa di Moore abbia dato un volto a persone che una nazione divisa stava ponderando se proteggere o abbandonare, la retorica del Capitano esponente di un tempo di sani valori e solidarietà, contrapposta all’individualismo calcolatore dei giovani vacui, è una narrazione tossica che dipinge giovani e vecchi come opposti inconciliabili definiti solo dall’età anagrafica. Quando da essa si fanno discendere comportamenti, valori, desideri e peculiarità di un’intera generazione, si crea una fallace contrapposizione fra giovinezza e vecchiaia in cui l’appartenenza generazionale diviene l’unica chiave di lettura possibile.

Così la vecchiaia, termine demonizzato in favore di eufemismi non necessariamente rivelatori (terza età, maturità, età avanzata, il viale del tramonto, i “pensionati”, i nonni), diventa l’unico fattore che accomuna milioni di persone, gli over 65, e l’unica prospettiva possibile per narrare le loro esperienze, il «prisma dell’età» di cui parla la psicologa statunitense Elissa Melamed.

Age e Age Studies, uno studio interdisciplinare

L’ageismo, o ageism, termine coniato da Robert Butler nel 1963, designa la discriminazione o stereotipizzazione in base all’età: elemento caratterizzante di ogni società, anche di quelle premoderne, è presente in modalità diverse in tutto il pianeta, ma non colpisce tutte e tutti allo stesso modo.

Come sostiene Anne Karpf nel suo How to Age «nelle società occidentali pensiamo all’invecchiamento in termini biomedici, come una condizione fisiologica» (traduzione mia), e non possiamo separare l’età dall’idea del corpo e dell’apparenza. Il corpo delle donne, che dalla nascita diventa prodotto e oggetto, passato al setaccio e scrutinato dalla società in ogni fase della vita, diventa significante nell’età avanzata, come sirena rivelatrice del turpe segreto dell’invecchiamento: sono vittime di quello che nel suo articolo del 1972 Susan Sontag ha definito «il doppio standard dell’invecchiamento».

Tuttavia, come ci ricorda Maragert Gullette, nel saggio Aged by Culture, l’ageismo è un fenomeno culturale e sociale, introiettato dalle stesse persone che lo subiscono, ma non è inscalfibile. La stessa Gullette suggerisce strategie quali l’age-consciousness raising –l’acquisizione di consapevolezzarispetto all’invecchiamento e alla morte – e la pedagogy of ageing – l’educazione all’invecchiamento che dovrebbe partire dalla giovane età. In entrambi i casi l’idea di fondo è: complichiamo, arricchiamo, mettiamo in discussione il concetto di età così che il corso della vita non venga «più pensato come lineare in senso di ascesa o di degradazione né semplicemente come circolare o spezzato, ma piuttosto costituito da movimenti complessi».

Cancellazione della vecchiaia per l’eterna giovinezza

«Ora, ovunque andiate, voi incantate il mondo. Sarà sempre così?…» chiede Sir Henry Wotton a Dorian Gray nel romanzo omonimo di Oscar Wilde. Uno dei passaggi più interessanti del romanzo è quello in cui il giovane Dorian, bellissimo e vanesio, scosta il drappo che copre il suo ritratto: guardoni, ci avviciniamo quasi alla pagina, custode di tutte le nefandezze che l’età e la crudeltà del ragazzo hanno inflitto alla sua immagine dipinta.   

All’invecchiamento fisico si aggiunge la decrepitezza cerebrale, come ci ricorda Loredana Lipperini, nel suo saggio Non è un paese per vecchie: «Gli anziani sono sempre stati odiati, da quando Crono falciò i genitali di Urano per delineare un nuovo mondo».

L’incapacità di percepirci come anziani in potenza è la chiave di lettura del romanzo satirico di Anthony Trollope Il termine fisso, in cui tutti coloro che compiono 67 anni devono sottoposti a eutanasia. Ovviamente, nel momento in cui «loro» diventa «noi» tutto cambia. Nel Diario della guerra al maiale di Adolfo Bioy Casares, il termine sono i cinquanta, e nel racconto L’esame di Richard Matheson, all’età subentra l’abilità psicofisica. La vecchiaia è quindi lo specchio che restituisce ai giovani l’immagine della morte, un confronto che non siamo pronti ad avere nella società iperveloce e iperconsumistica che ha sacrificato i riti di passaggio.

«Non dimenticatelo, quando vi passa vicino il nonno col bastoncello», scrive Dino Buzzati in Cronache Terrestri, «Guardatelo con attenzione piuttosto; egli è il vostro ritratto. Domani, dopodomani, prima che abbiate fatto in tempo a prendere le misure, voi uscirete a piccoli passettini come lui».

Vecchi saggi e caccia alle streghe

Non è una sorpresa che alla vecchiaia delle donne corrisponda un immaginario specifico: quello della strega. La studiosa femminista Silvia Federici osserva che, a discapito dell’icona della giovane fanciulla bruciata sul rogo, erano le donne anziane a finire tra le fiamme.

Mentre quella maschile richiama prestigio e saggezza – si pensi al Mago Merlino di Walt Disney –, la narrazione della donna anziana ha invece cementificato l’immaginario delle fattucchiere incartapecorite: dalle matrigne di Cenerentola e Biancaneve a Crudelia DeMon o Yzma (l’antagonista del rocambolesco Le follie dell’imperatore) vecchia è stato sempre un sinonimo di crudele, implacabile, terrificante, come la morte stessa.

Ribaltando lo stereotipo, La signora del furgone di Alan Bennett e Una vecchia signora malvagia di Randhawa Ravinder, offrono una lettura più articolata della “vecchia ribelle”, approfondendone l’interiorità, la psicologia e servendosi del suo sguardo per analizzare l’ipocrisia di una società borghese che relega l’anzianità ai margini.

Si fa beffe degli stereotipi anche la vedova cinquantacinquenne de L’Eleganza del riccio di Muriel Barbery, portinaia all’apparenza burbera e sciatta che legge capolavori di letteratura e filosofia o guarda grandi film in DVD.

Di streghe vendicative parla il dramma di Friedrich Dürrenmatt La visita della vecchia signora, da cui il regista senegalese Djibril Diop Mambéty ha tratto la pellicola del 1992 Hyènes: in quest’opera, la miliardaria Linguère Ramatou ritorna nel suo misero villaggio e promette un dono di cento miliardi di franchi alla comunità, in cambio della vita dell’uomo che la tradì e ne causò l’esilio.

A partire dalla figura del folklore Baba Jaga, Dubravka Ugrešić, costruisce un ipnotico romanzo popolato da donne in Baba Jaga ha fatto l’uovo. Qui e in Yaaba di Idrissa Ouedraogo, film del 1989, la figura archetipica della Vecchia, della Strega che non si adagia nel suo ruolo riproduttivo, offre uno spunto per riflettere sull’archetipo scomodo della donna che si sottrae alla maternità.

Anche Goliarda Sapienza ne L’arte della gioia offre, grazie al ritratto di Modesta, la storia di una donna anticonformista, trasgressiva, e talvolta violenta, che nemmeno nella vecchiaia ha accettato di rinunciare a sé stessa.

Il desnacimiento

In Verso un sapere dell’anima, la filosofa María Zambrano ha coniato il termine desnacimiento in riferimento all’uomo europeo che «non è disposto a lasciarsi divorare dal rovo ardente» ma invece «ha voluto prima di tutto fondare la sua storia, la sua propria creazione» come risposta all’ansia della morte e della disgregazione. Desnacimiento è quindi il rifiuto della morte come annullamento, a favore dell’idea di una continua rigenerazione delle nostre vite e identità.

All’interno della costante delle trasformazioni umane si sviluppano relazioni potenti e complesse che risvegliano il dibattito sulla sessualità in età avanzata: l’idea della vecchiaia come il quietarsi delle passioni parte dal presupposto che ci siano corpi normati, la cui sessualità non solo è accettata ma incoraggiata, e corpi la cui funzione non è più riproduttiva, corpi non attraenti, difficili da figurare. La sessualità contemporanea viene percepita come un brand, qualcosa da vendere, da comprare, che riguarda persone giovani e attraenti. Lo spirito voyeuristico che caratterizza la narrazione della sessualità esclude per natura i corpi che non si vogliono immaginare intenti in un atto sessuale.

La vita sessuale delle persone anziane è un taboo, e quella fra partner di età diverse è uno scandalo – soprattutto se fra una donna più matura e un ragazzo (e in questo caso all’ageismo si aggiunge la misoginia). Mal di pietre di Milena Agus, e Annalena Bilsini di Grazia Deledda esplorano questo tipo di amore, quello di una donna più matura per un ragazzo, e Agus osa perfino concedere alla sua protagonista un finale felice, seppur solo immaginato.

Si spinge ancora più in là la relazione fra Harold e Maude, i protagonisti dell’omonimo film del 1971, dove un cupo diciottenne e una vivace e intraprendente ottantanovenne iniziano una relazione proibita. Lo scandalo passa in secondo piano, dietro la tenerezza e il divertissement che traspare dalle interazioni fra i due. Lo stereotipo della giovinezza come età della passione e dell’entusiasmo e la vecchiaia come luogo di pacificazione dei sensi viene ribaltato, per dare spazio a un’interrogazione dell’esistenza come procedimento complesso dove si intersecano fattori diversi dalla semplice appartenenza generazionale.

La paura mangia l’anima, la pellicola del 1973 di Rainer Werner Fassbinder, esplora l’intersezione fra privilegio ed età nella relazione fra la sessantenne tedesca Emmi e il giovane migrante marocchino Alì. La genuina tenerezza e l’affetto fra i due, infatti, devono misurarsi con i pregiudizi ageisti e razzisti di una società che vede nella donna bianca, anziana ed europea la metafora della vittima inerme dell’“incursione” dell’Altro, sia fisica che culturale.

Di relazioni fra uomini avanti con l’età scrive Bernardine Evaristo in Mr. Loverman, dove al punto di vista del settantaquattrenne Barrington, impegnato in una relazione segreta con l’amico di una vita Morris, si alterna la lucida e precisa voce della moglie del primo, Carmel. Qui i nodi nevralgici sono due: da una parte Evaristo analizza con divertita puntualità la relazione omosessuale “proibita” fra Barrington e Morris, dall’altra regala una voce complessa e articolata al desiderio ancora intenso di una donna che, a dispetto dell’età, anela il contatto di un partner amorevole.

Vicious, serie TV britannica del 2013, vede i veterani Ian McKellen e Derek Jacobi nei panni della coppia ottuagenaria formata da Freddie e Stuart. Fra dialoghi al vetriolo e un cast di comprimari stellari, lo show esplora le vicissitudini di una relazione lunga decadi. Kent Haruf, mette al centro del suo romanzo Le nostre anime di notte la relazione fra Addie e Louis, descrivendo la tenerezza, complicità e desiderio di vicinanza che li accomuna, e che si traduce nei più piccoli gesti. Ma l’intimità e il contatto non passano solo attraverso la sessualità: il confronto intergenerazionale è un elemento cruciale per minare gli stereotipi relativi all’età avanzata.

Se la vecchiaia viene percepita dai giovani come lontana e inconciliabile con il presente, la triste “anticamera della morte”, con i due concetti che quasi si sovrappongono e suscitano lo stesso terrore atavico, è attraverso l’esperienza intergenerazionale che si mette in discussione l’esistenza come un percorso lineare in costante declino, dove fasi inconciliabili della vita si susseguono senza soluzione di continuità, nel panico crescente e irrazionale che ci avvicina inesorabilmente alla morte. 

Il romanzo di Joseph Boyden, Nel buio che precede l’alba, è un omaggio alle parole e alla narrazione come balsamo e filo rosso che uniscono le generazioni. Attraverso il rapporto fra un soldato ferito e la nonna sciamana nel Canada del 1919, l’autore esplora tanto le brutture della guerra, quanto la solitudine di una donna nativa, l’ultima rimasta a custodire i segreti e i rimedi antichi della sua gente.

Più vivace e giocosa la trama di In viaggio con la zia di Graham Greene, dove l’anticonformista Augusta e il nipote Henry saranno trascinati ai quattro angoli del mondo.

Più composta e posata è la relazione un bambino e un insegnante ne La formula del professore diYoko Ogawa, dove il figlio decenne della governante e l’uomo affetto da una rara malattia della memoria intessono un’amicizia toccante, fondata sul comune amore per la matematica e il baseball.

Reifungsroman e Vollendungsroman

Al romanzo di formazione, o Bildungsroman, si contrappone il Reifungsroman, termine coniato nel 1985 da Barbara Frey Waxman che, come scrive Rita Cavigioli in Vecchie allo specchio vuole «abbracciare lo spazio dell’intera esistenza umana e mettere in risalto la scoperta di nuove risorse e forme di coinvolgimento». Un viaggio, quindi, e un punto di vista femminile. È «un “romanzo di maturazione” o, se preferiamo, “romanzo di maturità”», approfondisce Cavigioli nel volume collettaneo Passaggi di età, scritture e rappresentazioni, «in cui i personaggi femminili costruiscono nuove identità o reintegrano vecchie identità frammentate». Le relazioni amicali (e non) fra donne sono al centro di questo percorso di maturazione e presa di coscienza: Christine e Heed, le protagoniste di Amore di Toni Morrison, invecchiano insieme attraverso decadi di movimenti sociali e drammi personali, disprezzandosi a vicenda ma consapevoli, allo stesso tempo, di essere l’una la sola costante nella vita dell’altra (così come le giocose protagoniste di Cuori Senza Età). Allo stesso modo le commedie Fiori d’acciaio, Il club delle prime mogli e Book Club – Tutto può succedere, seppur non raggiungono il livello di critica sociale delle golden girls, esplorano l’amicizia femminile di donne anziane, e affrontano con schietta tenerezza le tematiche della menopausa, della sessualità e della realizzazione personale.

Grace e Frankie, dell’omonima commedia Netflix, diventano il reciproco significant other, quando i rispettivi mariti si dichiarano innamorati l’uno dell’altro. È una relazione fra donne anziane il fulcro del romanzo di Yewande Omotoso The woman next door, in cuile arcinemiche vicine Hortensia e Marion sono costrette a collaborare e a scoprire nell’altra, a discapito dei pregiudizi, un’anima affine.

La vedovanza è spesso motore narrativo delle vicende del Reifungsroman, così come lo è la pensione: se la fertilità delle donne e la produttività degli uomini fanno da linea di demarcazione ideale fra giovinezza e vecchiaia, è proprio nello spirito di reinvenzione auspicato da Zambrano che Barbara Pym e Tahar Ben Jelloun delineano le vicende dei loro protagonisti. In Quartetto in autunno della britannica Pym l’approssimarsi della pensione e lo scompiglio che crea nelle vite dei suoi quattro protagonisti sono il fulcro del loro – e del nostro – interrogarsi sul senso dell’esistenza e della vecchiaia. Del conflitto con la fine del percorso lavorativo e la possibilità di una rinascita in luoghi insperati scrive Jelloun in L’ha ucciso lei, dove Mohamed, letteralmente in fuga dalla pensione, tornerà in Marocco nella speranza di ritrovare il senso di sé, in un toccante romanzo sulla vecchiaia e sullo sradicamento generato dalla migrazione.

Di viaggio vero e proprio si parla anche nel romanzo di Paule Marshall, Danza per una vedova, che conduce la sua eroina Avey Johson fino a Grenada, dove si farà testimone di una storia che è sua e di un popolo, in una crescita che è consapevolezza personale e politica, in un doloroso incontro con la storia degli uomini e delle donne nere negli Stati Uniti.

Il Vollendungsroman, termine coniato nel 1992 dalla critica letteraria Constance Rook, è il «romanzo di compimento»: si concentra primariamente sull’ultima fase della vita, in una narrazione a ritroso nel tempo, ottenuta attraverso un momento di ritiro all’interno di sé, quieto ma vivido ponderare, uno studio sulla memoria e l’autobiografia come viatico della voce ancora incontenibile del viale del tramonto. Riconsegnare agli uomini e le donne anziani il ruolo di narratori di sé è un passo imprescindibile nel processo di ridiscussione della vecchiaia come anticamera della fine. Attraverso la riflessione autobiografica, infatti, questi autori e queste autrici hanno ricontestualizzato le proprie esistenze partendo da una prospettiva del sé presente e consapevole, illuminando non solo il passato, la storia e la propria identità, ma anche la capacità di narrare che appartiene all’età avanzata come alla giovinezza. L’atto di prendere parola è di per sé rivoluzionario quando a compierlo è un soggetto a cui viene attribuita la semplice funzione di alterità narrata e mai narrante.

Poeta, scrittrice e attivista, l’indimenticabile Maya Angelou ha scolpito le coscienze di milioni di lettori con la sua autobiografia in sette volumi. L’esperienza della vecchiaia di Angelou illumina il passato con una lucidità, un’empatia e una chiarezza di visione che si elevano al di sopra del racconto di sé, per farsi viatico di analisi sociale. May Sarton naviga la quarta età con vividezza, e i suoi diari, come scrive Susannah B. Mintz in Unruly Bodies: Life Writing by Women with Disabilities, «raccontano candidamente le delusioni e gli accomodamenti fisici che richiede l’invecchiare» (traduzione mia), ma custodiscono comunque, fra il decadimento psicofisico e il peso della perdita di amici e conoscenti, «una sorta di speranza», poiché nell’onestà radicale di raccontare vecchiaia e malattia Sarton si libera delle narrazioni prescrittive che l’età e la sua vulnerabilità comportano.

Lo stesso fanno Jorge Luis Borges nello straordinario Elogio dell’ombra, Florida Scott-Maxwell in La misura dei miei giorni, Diana Athill nel diario Da qualche parte verso la fine.

Queste memorie sembrano tentativi di liberarsi del superfluo, raggiungere il cuore delle cose, l’essenziale, e mostrano la volontà e la capacità della vecchiaia di guardare a sé stessa con ironia ed empatia, anche in uno specchio che riflette un corpo che cambia.

Al crocevia fra il Vollendungsroman e la narrazione del fine vita si colloca Philip Roth, che in L’animale morente e Il fantasma esce di scena utilizza le storie personali di uomini in età avanzata per indagare la società statunitense, il privilegio, la morale e la sua ossessione per il successo e il potere. Ma è con il puntuale scalpello dell’addio in Patrimonio: una storia vera che lo scrittore raggiunge il doloroso e complesso connubio di una relazione personale con la capacità di descrivere la decadenza e la morte, e allo stesso tempo di celebrare una vita, quella del padre.

A chi spetta la cura?

La vulnerabilità dell’anziano e della società che se ne prende cura, non è un dibattito scaturito dall’emergenza Covid, ma è uno degli argomenti più abusati dagli allarmisti dell’invecchiamento demografico. È all’interno di questa cornice narrativa che vive la distinzione necessaria fra la moltitudine di vecchiaie: raggruppare milioni di cittadini che hanno superato i sessantacinque anni senza distinguere le caratteristiche peculiari che si intersecano nelle loro vite, riduce l’immaginario collettivo a un’interpretazione della vecchiaia uniformizzante, dove coesistono la pietosa generosità da parte di chi opera la cura e la patetica o bonaria resa di chi si abbandona a una fine, si spera, dignitosa.

Tuttavia «non è la biologia a stabilire le geografie dei nostri affetti» come ci ricorda Angela Balzano nel suo Farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane. Il modello di «esternalizzazione della riproduzione sociale, privatizzazione dei costi, atomizzazione/isolamento della persona anziana, sfruttamento e invisibilizzazione della manodopera riproduttiva, ma anche scomparsa della malattia dal campo della visibilità pubblica», deve essere ripensato radicalmente, a partire dalle narrazioni che vedono gli anziani come elementi passivi e incapaci di costruire legami al di fuori della famiglia.

Come sostiene Lea Melandri nella sua conversazione con Adriana Nannicini su D – la Repubblica nel 2004 «È chiaro che per prospettarsi in modo nuovo la vecchiaia e i suoi problemi è necessario ripensare le sfere del privato e del pubblico così come sono costruite, come astratta e violenta divisione di ruoli e poteri, diventati per l’uomo e per la donna destini “naturali”». La casa di riposo, quindi, come luogo designato per ridiscutere la quarta età e le sue dinamiche sociopolitiche.

La perdita dell’indipendenza può essere traumatica e spersonalizzante, e la permanenza in un luogo di cura, lontano dagli affetti, può generare sentimenti di abbandono e risentimento, ma allo stesso tempo può nutrire un dibattito necessario sul concetto di legame.

La casa di riposo, idea talvolta romanticizzata o demonizzata, può farsi crocevia di catarsi e di esplorazione, creazione di nuove comunità.

Leonora Carrington indaga queste possibilità ne Il cornetto acustico, dove la novantanovenne Marion Letharby e le sue amiche riusciranno a prendere in mano la gestione del magico ospizio in cui si trovano e a fondare una comunità gestita esclusivamente da donne. Unendo sapientemente surrealismo e ironia, Carrington trasforma il suo romanzo in una critica alla stereotipizzazione della vecchia, dove le protagoniste si prendono cura di sé e delle altre, rivendicano potere e controllo sulla propria vita, e non si adagiano sul viale del tramonto per fare della casa di riposo molto più di un luogo dove si attende la fine.

In Quartet, pellicola del 2012 diretta da Dustin Hoffman, una casa di riposo per anziani musicisti si trasforma in un luogo di crescita e rivalsa, quando quattro dei suoi ospiti decidono di calcare le scene un’ultima volta per salvare dalla bancarotta quella che è diventata la loro casa.

 «La vecchiaia e le infermità che spesso l’accompagnano è vissuta in solitudine. Anche se oggi è uno dei principali problemi sociali, legato alla disgregazione della famiglia, stentano a profilarsi alternative, progetti condivisi da collettività allargate», scrive Melandri.

Sperimentare, quindi, diventa l’utopia del possibile e del reale: esistono già esperienze di vita in comune, portate avanti dai Paesi Scandinavi, in Germania e negli Stati Uniti, dove persone di varie età, pur mantenendo la propria indipendenza, si riuniscono in comunità e collaborano sulla base di compiti quotidiani, assegnati a seconda delle proprie forze e del proprio tempo.

And just like that…

È quindi possibile raccontare la vecchiaia?

Nel documentario Never-Ending Man: Hayao Miyazaki, il regista appare in tutta la sua complessità umana. In una scena particolarmente significativa del documentario, Miyazaki rimprovera un collaboratore: «Hai disegnato personaggi, devi disegnare persone». Questo è dunque il mio auspicio per leggere il passato, barcamenarsi nel presente e confidare nel futuro: abbracciare la complessità, perché alla vecchiaia va anche riconosciuta la testarda agitazione che Edward Said attribuiva allo stile tardo, quella «tensione non armonica e non serena, e soprattutto una produttività deliberatamente improduttiva, che va contro…»; non una pacificazione silenziosa, ma un turbolento interrogarsi, un riconsiderare la propria arte sulla base di un talento ancora in trasformazione, pulsante. Combattere la pressione di adagiarsi sul noto e il famigliare per coltivare uno spirito di ribellione e ridiscussione.

La narrazione della vecchiaia non può prescindere dalla ridiscussione della nostra società come organismo vivente interconnesso. La vecchiaia è molteplice e merita narrazioni molteplici. Raccontarla significa liberare e reclamare la vulnerabilità come valore e il bisogno reciproco come qualità inerente alle nostre esistenze, elevando l’esperienza, la conoscenza e la memoria a patrimonio collettivo e non a una «obsolescenza delle competenze». E per farlo abbiamo bisogno delle storie.

Il sito web della BBC definisce representation – ovvero la rappresentazione – la capacità delle narrazioni di «gestire e presentare al pubblico genere, età, etnia, identità nazionali e regionali, questioni sociali ed eventi» affinché si possa arricchire «la conoscenza e la comprensione del pubblico attorno a questi importanti temi».

Vedersi rappresentati sullo schermo, nei libri, nelle pubblicità, come esseri dinamici e complessi influenza non solo la nostra visione di noi stessi, ma la percezione della società tutta.

Dobbiamo ribaltare il concetto di cura come fardello principalmente femminile (razzizzata, immigrata e meno abbiente se riferita alle badanti), orientandolo invece verso una necessità da espandere, ridiscutere e reinventare, re-imparando a raccontare tenendo conto delle esperienze più diverse, incoraggiando versioni contrastanti e abbandonando il bisogno di chiarezza e di definizione. Dobbiamo mettere in discussione il canone, la norma, l’autorità per rivendicarci tutte e tutti come storytellers, ponendoci in ascolto, diventando cassa di risonanza, pretendendo storie diverse, voci diverse.

«Verrà un giorno che la lunga esistenza mi renderà piccola, da grande che ero, e il mio corpo consunto dalla vecchiaia si ridurrà a un fuscello infinitesimale» lamenta la Sibilla Cumana nelle Metamorfosi di Ovidio, «Poi, diventerò completamente invisibile, ma che ci sono si capirà dalla voce. La voce, il destino me la lascerà». Facciamola risuonare sempre sonora, penetrante, mai quietata, questa voce. Mettiamoci in ascolto.

Illustrazione di Katya Klimova

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Bibliografia e sitografia

Age e Age Studies, uno studio interdisciplinare

F. Rigotti, De senectute, Einaudi, Torino 2018
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R. N. Butler, Age-Ism: Another Form of Bigotry, The Gerontologist, Volume 9, Issue 4, 1969
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S. Sontag, The Double Standard of Ageing, The Saturday Review of The Society 1972
M. M. Gullette, Aged by Culture. The University of Chicago Press, Chicago 2004
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Cancellazione della vecchiaia per l’eterna giovinezza

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L. Lipperini, Non è un paese per vecchie. Feltrinelli, Milano 2010
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A. Bioy Casares, Diario della guerra al maiale. Cavallo di Ferro, Roma 2007
R. Matheson, L’esame in Le Meraviglie del possibile (AA.VV). Einaudi, Torino 1959
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Vecchi saggi e caccia alle streghe

S. Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Sesto San Giovanni 2015
Caccia alle streghe, guerra alle donne, Nero, Roma 2020
A. Bennett, La signora del furgone, Adelphi, Milano 2003
M. Barbery, L’eleganza del riccio, e/o, Roma 2007
Hyènes (Djibril Diop Mambéty, Senegal, 1992, 110′)
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Yaaba (Idrissa Ouedraogo Burkina Faso, 1989, 90’)
G. Sapienza, L’arte della gioia. Romanzo anticlericale, Stampa Alternativa, Roma 1998

Il desnascimiento

M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997
M. Agus, Mal di pietre, Nottetempo, Roma 2006
G. Deledda, Annalena Bilsini, Mondadori, Milano 1927 (1987)
Harold and Maude (Hal Ashby, USA, 1971, 91′)
B. Evaristo, Mr Loverman, Playground, Roma 2015
Vicious (Gary Gianetti, Regno Unito, 2013 – 2016)
K. Harouf, Le nostre anime di notte, NN, Milano 2017
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Reifungsroman e Vollendungsroman

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B. F. Waxman, From the Hearth to the Open Road: A Feminist Study of Aging in Contemporary Literature. Greenwood Press, Westport, CT 1990
B. F. Waxman, To Live in the Center of the Moment: Literary Autobiographies of Aging, University Press of Virginia, Charlottesville 1997
R. Cavigioli, Women of Certain Age. Contemporary Italian Fictions of Female Aging, UNKNO, 2005
A. M. Crispino, M. Luongo (a cura di), Passaggi d’età. Scritture e rappresentazioni. Iacobelli editore, Roma 2013
T. Morrison, Amore, Frassinelli, Milano 2004
Cuori senza età (Susan Harris, Stati Uniti, 1985-1992)
Fiori d’acciaio (Herbert Ross, USA, 1989, 118′)
Il club delle prime mogli (Hugh Wilson, USA, 1996, 103′)
Book Club – Tutto può succedere (Bill Holderman, USA, 2018, 104′)
Grace and Frankie (Marta Kauffman, Howard J. Morris. Netflix, USA, 2015 – in corso)
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B. Pym, Quartetto in autunno, La Tartaruga, Milano 1992
T. B. Jelloun, L’ha ucciso lei, Einaudi, Torino 2008
P. Marshall, Danza per una vedova, Le Lettere, Firenze 1999
C. Rooke, Old  Age  in  Contemporary  Fiction:  A  New  Paradigm  of  Hope, in Handbook  of  the  Humanities  and  Aging, Springer 1992
M. Angelou, I Know Why the Caged Bird Sings, Random House, New York 1969
Gather Together in My Name, Random House, New York, 1974
Singin’ and Swingin’ and Gettin’ Merry Like Christmas, Random House, New York 1976
The Heart of a Woman, Random House, New York 1981
All God’s Children Need Traveling Shoes, Random House, New York 1986
A Song Flung Up to Heaven, Random House, New York 2002
Mom & Me & Mom, Random House, New York 2013
M. Sarton, As We Are Now, Norton, New York 1973
At Seventy: A Journal, Norton, New York 1984
Endgame: A Journal of the Seventy-Ninth Year, Norton, New York 1992
Encore: A Journal of the Eightieth Year, Norton, New York 1993
S. B. Mintz, Unruly Bodies: Life Writing by Women with Disabilities, The University of North Carolina Press, Chapel Hill 2007
J. L. Borges, Elogio dell’ombra, Abbozzo di autobiografia, Einaudi, Torino 1971
F. Scott-Maxwell, La misura dei miei giorni, Marietti, Bologna 1998
D. Athill, Da qualche parte verso la fine, Rizzoli, Milano 2010
P. Roth, L’animale morente, Einaudi, Torino 2003
Patrimonio: una storia vera, Einaudi, Torino 2007
Il fantasma esce di scena, Einaudi, Torino 2008
P. Ottone, Memorie di un vecchio felice. Elogio della tarda età, Longanesi, Milano 2006

A chi spetta la cura?

A. Balzano, Per farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane, Meltemi, Milano 2021
L. Melandri, «La casa di riposo. Lea Melandri conversa con Adriana Nannicini», D – La Repubblica, 8 ottobre 2004
L. Carrington, Il cornetto acustico, Adelphi, Milano 1984
Quartet (Dustin Hoffman, Regno Unito, 2013, 98′)

And just like that…

NeverEnding Man: Hayao Miyazaki (Kaku Arakawa, Giappone, 2016, 70′)
E. W. Said, Sullo stile tardo, Il Saggiatore, Milano 2009
What is Representation? BBC bitesize – https://www.bbc.co.uk/bitesize/guides/z9fx39q/revision/1#:~:text=Representation%20is%20how%20media%20texts,understanding%20about%20these%20important%20topics
P. N. Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, Torino 1979
Centro documentazione sociale (CDS) della Biblioteca cantonale di Bellinzona
https://www.sbt.ti.ch/bcb/home/cds/bibliografie/anziani/Anziani_e_letteratura_18_3_2009.pdf
C. Lodge, E. Carnell, M. Coleman, The New Age of Ageing. How Society Needs to Change, Policy Press, Bristol 2016
C. Mayer, Amortality: The Pleasures and Perils of Living Agelessly, Penguin, London 2011