I corpi sacrificali di María Fernanda Ampuero

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Ogni epoca ha i suoi altari, le sue vittime rituali; così il nostro presente. Nel sacrificio umano, praticato da diverse culture nel corso della storia, alcune vite vengono scelte per essere immolate a una divinità e ingraziarsene i favori, e quindi mantenere l’ordine cosmico e sociale. Allo stesso modo, l’ideologia del tardo capitalismo contemporaneo richiede, per continuare ad alimentarsi, i suoi corpi sacrificali: quelle vite «che non contano» (per dirlo nei termini di Judith Butler), carne da macello o, per tornare ad Ampuero «la cartilagine del mondo». Delle perverse cerimonie del sistema e dei suoi martiri si occupa, ancora una volta, María Fernanda Ampuero. Dopo il successo ottenuto con Pelea de gallos (2018), la giovane scrittrice ecuadoriana ritorna con la raccolta di racconti Sacrifici umani (2022), recentemente tradotta da Francesca Lazzarato e pubblicata da gran vía Edizioni. Un nuovo catalogo degli orrori in cui si amplificano, attraverso la lente del perturbante, le storie di chi passa inosservato, di chi vive ai margini della società. Una donna migrante e disoccupata costretta ad accettare un misterioso incarico che metterà in pericolo la sua incolumità; un bambino omosessuale forzato a osservare un coetaneo dal cranio idrocefalo tormentato in uno spettacolo circense; un’anziana che mette in guardia la nipote da un’inquietante entità – «quello che fischia» –, che sembra far sparire nel nulla le giovani come lei; cinque ragazze emarginate per i loro corpi non conformi, mostruosi e strabordanti, che ballano in un cimitero per poveri. Questi sono solo alcuni dei protagonisti dei dodici magnetici racconti che compongono la raccolta, storie ben diverse tra loro, ma unite sotto il segno del “sacrificio” di vite precarie. Ciononostante, in queste trame si traccia spesso, più e meno sottilmente, una via di fuga dalla tirannide delle convenzioni sociali e dal pericolo del neocolonialismo, una rivalsa di quei corpi sacrificali che possono essere «poca cosa per il mondo, niente», ma allo stesso tempo anche coraggiosi guerrieri dell’apocalisse «che si precipitano sul mondo per distruggerlo».

La scrittura esplicita e cruda di María Fernanda Ampuero ci invita ad ascoltare il richiamo della «periferia allo stato puro». Molti di questi racconti restituiscono una geografia della regione costiera ecuadoriana (sebbene mai nominata esplicitamente) fatta di città di cemento costruite sopra paludi, ma anche di palafitte e periferie in decomposizione, popolate di quelle case «costruite a metà, grigio scuro, con l’armatura all’aria» così diffuse in America Latina. In strade senza nome, vialetti umidi dove non batte il sole, ratti e iguane si cibano della spazzatura. L’esasperazione dell’elemento grottesco e inquietante di questi spazi, tuttavia, stempera ogni possibile attrazione feticistica per la miseria – come è accaduto, ad esempio, in parte del cinema documentaristico latinoamericano del novecento: i registi colombiani Carlos Mayolo e Luis Ospina hanno parlato di porno-miseria per riferisi ad alcune pellicole che sfruttavano le condizioni impoverite della popolazione per attirare attenzione internazionale. Nessun esotismo terzomondista, quello dei «turisti della fine del mondo, affascinati dallo spettacolo degli uomini dalla pelle scura che si uccidono l’un l’altro», può edulcorare questi racconti crudeli. La vita contemporanea di un paese latinoamericano come l’Ecuador è presentata nelle sua diversità e complessità: nelle grandi divisioni sociali, nella migrazione, nei paros della classe lavoratrice (scioperi e manifestazioni che hanno lo scopo di mettere in pausa l’economia del paese), lasciando poco margine a narrazioni stereotipate o pietiste. La prima persona dei racconti, a volte un “io”, altre un “noi”, costruisce un coro di voci dissidenti che ci trasporta all’interno di vite e di corpi altri; il linguaggio colloquiale, esplicito (che tuttavia non rinuncia a episodi più lirici) dell’autrice restituisce la materialità dell’erotismo e della violenza che attraversano la scrittura.

Ampuero si muove con disinvoltura nella scrittura della stranezza, dell’eccentrico e del mostruoso quotidiano, nella costruzione di immagini che risulteranno familiari a lettori e lettrici di Mónica Ojeda, sua connazionale, o dell’argentina Mariana Enríquez; ma anche a spettatori e spettatrici del cinema horror (impossibile non cogliere il riferimento che soggiace al «corridoio lunghissimo, con un tappeto a figure geometriche» del racconto “Sorellina”). I racconti di Sacrifici umani sono capaci di aprire dolorosi squarci su ciò che chiamiamo normalità, rivelando i turbamenti celati dalle convenzioni sociali, dove possibile e l’impossibile si incontrano, scomodando e problematizzando le certezze condivise su ciò che è normale, legittimo, infine, reale.