Famous for all the wrong reasons

9 min. di lettura

Il nome di Gordon Lish è senza dubbio legato in maniera indissolubile a quello di Raymond Carver. Tutti conosco lo scrittore di Clatskanie, Oregon, capostipite di quello che a più riprese è stato definito “minimalismo americano”, una corrente incentrata sull’essenzialità delle descrizioni, sui silenzi e sui finali che appaiono sospesi nel nulla, quasi a lasciare al lettore l’arduo compito di completare la storia e aprire così lo spazio della riflessione personale.

Non tutti sanno – ma la disputa è in effetti tuttora viva – che i racconti di Carver non erano così all’origine. Prova ne è Principianti, uscito in Italia per la prima volta nel 2009, e che Einaudi definisce «la versione originale» della seconda raccolta di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, pubblicata nel 1981 e portata da noi per minimum fax, passata sotto la falciatrice di Lish. A ben vedere, i racconti delle due edizioni risultano molto diversi, a cominciare dall’estensione: in una lettera del 1980 fra i due leggiamo che i tagli hanno riguardato una percentuale di circa il 70% del materiale originale, senza contare i finali cambiati e altre modifiche non proprio irrilevanti. A proposito della celebrità di Lish, Don DeLillo ha affermato che il suo amico è diventato «Famous for all the wrong reasons» – fra le quali spicca senza dubbio quella di essere intervenuto a gamba tesa nei racconti di Carver, portandolo sull’orlo della disperazione.

Il Gordon Lish scrittore – la mimesi e la voce
Se Lish è da considerarsi dunque il vero creatore del minimalismo americano, colui che in buona parte ha contribuito a plasmare la fama di Carver, ma anche di altri autori come Richard Ford, ci si aspetterebbe che i suoi testi – soprattutto i racconti – fossero parte di questa corrente, se non addirittura la punta di diamante. Invece, come leggiamo nella splendida introduzione di Francesco Guglieri all’edizione italiana delle Collected Fictions, pubblicata dalla casa editrice romana Racconti edizioni col titolo Come scrivere un racconto. Un libro di narrativa, «nulla (o quasi) di quanto avete letto fin qui su Lish, nulla di ciò che sapete su di lui, vi può preparare all’esperienza della lettura di questi racconti. Non c’è il minimalismo che Lish ha contribuito a creare».

Ed è vero. O, per essere più precisi, sono vere entrambe le affermazioni contenute nell’introduzione di Guglieri: non c’è preparazione che tenga davanti alle parole del Gordon Lish scrittore perché nulla di ciò che ha fatto come editor – soprattutto come editor della corrente minimalista – può essere utilizzato per immaginare il tipo di storie con cui ci si deve confrontare. Al contempo, però, è altrettanto corretto affermare che tutto ciò che Gordon Lish ha fatto come editor è rinvenibile all’interno dei suoi racconti. Laddove nello stile Lish è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al minimalismo carveriano, nei contenuti e negli aspetti metanarrativi troviamo continui riferimenti ai grandi autori americani, come Salinger, DeLillo, Roth e ovviamente Carver.

Gran parte dei suoi racconti sembrano prendere di mira proprio alcuni di questi scrittori, come accade in A Rupert, senza promettere niente, pubblicato per la prima volta nel 1977 sulla rivista Esquire senza firma, al punto che il racconto fu scambiato per un inedito di Salinger. Lo stesso si può dire della short story che apre la raccolta, Tutto quello che so, la quale a prima vista potrebbe sembrare un racconto di Carver, sia per l’imitazione dello stile sia per l’ambientazione, e che riprende gli interni di una casa abitata da un esempio di piccola borghesia della provincia americana (un marito, una moglie, un bambino, poco altro). Una parodia di Carver sembra anche Ecco a voi l’incredibile vendetta della focalizzazione multipla, in cui un orologio a pendolo assume un’importanza fondamentale per un’intera famiglia, nonostante – o forse proprio perché – non segni mai l’ora giusta. È una storia, questa, che appare quasi “normale”, finché non arriva il finale, spiazzante, a far saltare tutto in aria. In altri racconti come La narratologia al popolo! quella che abbiamo davanti è l’eco di Philip Roth e di un umorismo squisitamente ebraico.

In queste storie avviene una sorta di separazione all’interno del Gordon Lish scrittore: da un lato si mimetizza così bene da scomparire quasi all’interno dello stile di uno specifico autore (come nel già menzionato racconto del 1977), dall’altro continua a conservare una propria voce che percorre trasversalmente tutta la raccolta. È proprio qui il genio di un autore navigato come Lish, che a propria volta ha attraversato trasversalmente l’ambiente editoriale americano – come insegnante di scrittura creativa, come direttore di riviste letterarie, come editor di grandi scrittori – riuscendo a conservare (anzi: a esaltare) la propria voce e la propria unicità pur mettendo in scena un’opera di mimesi straordinaria. I racconti à la Carver sembrano quasi Carver, così come le storie à la Salinger hanno quella scurrilità e quel flusso di coscienza tipiche dell’autore di Franny e Zooey. Queste storie sembrano versioni molto elaborate e competenti dei più banali divertissement letterari: elaborate perché attingono a un retroterra culturale ampio e ben esplorato, nel quale Lish è cresciuto e ha seminato; competenti perché il grado di competenza richiesto al lettore per individuare gli stili, le citazioni, i riferimenti letterari è elevatissimo. Sono racconti che richiedono una maestria assoluta per essere scritti e una altrettanto perfetta conoscenza della letteratura americana per essere goduti pienamente. Sono racconti sfidanti, la cui sola lettura è un continuo faccia a faccia con ciò che si sa e con ciò che si crede di sapere sui propri autori preferiti.

Il Gordon Lish scrittore – la metanarrativa e l’editing
Nella copertina di Come scrivere un racconto troviamo una bellissima ed evocativa illustrazione di Marta Signori: tratteggiato con pochi colori nello spettro del rosa e del viola, il volto espressivo di Gordon Lish ci osserva come nel tentativo di indagare i nostri pensieri. Se fosse un’opera di teatro o televisiva, diremmo quasi che sta sfondando la quarta parete. La scelta grafica di Racconti è azzeccata a dir poco, soprattutto se consideriamo il tratto fondamentale di quella che potremmo definire una seconda tipologia di storie presenti nella raccolta, quale ad esempio Come scrivere un romanzo. È un racconto breve, poco meno di tre pagine, che comincia con un consiglio indirizzato al lettore che vuole diventare romanziere: «Prima di tutto assicuratevi di avere abbastanza tempo. È fondamentale che abbiamo abbastanza tempo per inventare ogni cosa». Un consiglio prezioso, indubbiamente, quello di non fare le cose di fretta, di dedicare alla propria passione – o alla propria carriera – tutto il tempo necessario. Poi prosegue: «Per quanto mi riguarda, non ho tempo da perdere in cose del genere». E qui inizia lo spaesamento. Da lettori ci si chiede: se lui, Gordon Lish, l’editor di Carver e DeLillo, l’autore di questi stessi racconti e di diversi romanzi conosciuti in tutto il mondo, non ha tempo da perdere in cose del genere, che senso ha tutto questo? La risposta arriva – o meglio: non arriva – poche righe dopo, quando Lish prende a parlare della macchina da scrivere con cui costruire le proprie narrazioni. Le restanti pagine del racconto sono tutte dedicate alla sua ibm Selectric e al rapporto che ha stabilito con i tecnici che vengono a ripararla di tanto in tanto. Il racconto si conclude all’improvviso, completo nel suo essere incompleto, perfetto nel non aver affrontato il tema promesso, ossia “come scrivere un romanzo”.

In Jouissance accade una cosa diversa ma per certi versi simile. Un’amica di Lish, editor di una casa editrice, si lamenta di «una certa insufficienza di materiale», al che lui prende a raccontarle una cosa che gli è capitata sull’autobus diretto in centro. I due iniziano a modificare la storia tagliando e correggendo le parole, proprio come farebbero un autore e il suo editor, chiedendosi anche se «Un’ellissi è più che sufficiente» o meno. Alla fine, Lish chiede: «Abbiamo riempito abbastanza pagine?» e l’altra risponde di sì. «Oh, piccola», conclude allora Lish, «e ora fammi un bell’editing», come a chiedere scherzosamente una prestazione sessuale. Quasi a indicare che il rapporto fra autore e editor sia simile a un rapporto d’amore, nel quale entrambe le parti si corteggiano, flirtando con le parole, per poi passare all’atto pratico di tagliare, spezzettare, ricostruire, provando anche quel bellissimo dolore tipico di certe relazioni amorose. Curioso, in tutto questo, è che il numero di pagine coperto con questa storia equivale, a grandi linee, a quello indicato nel racconto stesso: circa cinque.

In altri racconti, come Il signor Goldbaum, troviamo quelli che sembrano interventi di editing. La stessa frase viene riscritta più volte, come a voler mostrare al lettore – quasi fosse alla prima lezione di un corso di scrittura creativa – la potenza insita nella scelta delle parole giuste. Un esempio:

«Mia madre mi dice: “Allora dimmi, figliolo, credi che abbiamo motivo di preoccuparci che il caffè non basti?”.
Mia madre mi dice: “Allora che pensi, figliolo, credi che debba andare a fare dell’altro caffè?”.
Mia madre mi dice: “Voglio che tu sia sincero con me, tesoro, credi che stiamo correndo il rischio che il caffè possa non bastare?”.
Mia madre mi dice: “Allora cosa ne pensi, tesoro, secondo te forse potremmo cavarcela pure se tua madre non mette su un altro bricco di caffè?”».

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi (In realtà, quartultimo racconto, riporta questo breve passaggio: «Che cosa c’entra tutto questo con la narrativa? Be’, è un racconto, no? e se non lo è, allora, per quanto possa riguardarmi, seriamente, cos’è? Ah, non me lo devi dire tu, però, che l’arte è l’arte della finzione») ma il concetto è chiaro. Gordon Lish – l’editor, il talent scout, il direttore di riviste e insegnante di scrittura creativa – non ha bisogno di inventare storie perché la sua capacità di sfruttare le parole è così elevata da poter insegnare al lettore anche solo attraverso il gioco. I suoi racconti non fingono di essere storie vere, i suoi narratori non tentano di convincere il lettore che ciò che stanno raccontando sia avvenuto sul serio; non c’è alcuna suspension of disbelief, nessuna sospensione dell’incredulità, perché ciò che stiamo leggendo è finzione pura, ma una finzione che non cerca di dissimulare se stessa, anzi: funziona perché si confronta direttamente con ciò che il lettore sa e ricerca, solitamente, all’interno delle storie che legge.

La narrativa di Lish non è mai banale, né pacchiana. Pur sfidando continuamente il lettore non vuole entrare in competizione con lui, non cerca di ingannarlo o stordirlo. Sin dall’inizio egli pone davanti a sé, a carte scoperte, le regole della propria danza. Scegliendo di danzare, il lettore si fa prendere per mano dallo scrittore per essere condotto nei labirinti magnifici della letteratura. Anche qui, come avviene per i racconti “mimetici”, Lish riesce a mettere insieme le due facce della sua personalità: quella dell’editor, per la quale è conosciuto, come detto, «for all the wrong reasons»; e quella dello scrittore che ama giocare con il lettore, con i topos, con tutto quell’ambiente editoriale e letterario che a volte si prende troppo sul serio. Il risultato sono racconti stranianti, assurdi, divertenti, paradossali, educativi. Tutto questo insieme.