L’azione o sull’abitare

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Nel 1951 Martin Heidegger scriveva che solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire, e costruire va inteso come l’atto di «coltivare l’esistenza stessa». L’uomo si trova da sempre in una dimora, ovvero in uno spazio in cui poter realizzare la propria essenza: la percezione soggettiva del mondo di ogni individuo fa sì che egli cerchi continuamente la stabilità, un luogo fisico con cui potersi identificare e in cui riconoscersi. La sfera dell’abitare è, in questo senso, molto più ampia di quella del semplice alloggio, della dimora in senso stretto. La casa assume così un doppio significato: da un lato è il luogo che ci appartiene – un territorio dove abbiamo il pieno controllo delle cose in quanto, appunto, nostre – dall’altro è il luogo a cui apparteniamo, un intimo rifugio verso cui sentiamo il bisogno di tornare, anche solo per allontanarci dalla socialità. Individuare un posto come proprio, identificarsi con l’ambiente e chiamarlo casa, è un tentativo di alleviare l’estrema fragilità della condizione umana e, sicuramente, il primo atto di orientamento della vita.

Forse è proprio questa la ragione per cui all’interno de L’azione, il libro di Sara Mannheimer pubblicato a ottobre per i tipi di Safarà, la parola Casa è sempre scritta con l’iniziale maiuscola e con l’articolo determinativo. Il romanzo si apre proprio con la protagonista, voce narrante, che trova il suo posto nel mondo, trova la Casa, quel luogo che può finalmente definire suo. Nella Casa la donna senza nome mette radici, si libera delle valige che hanno da sempre accompagnato la sua vita vagabonda. Dopo aver cercato la sua strada in giro per il mondo, adesso è la Casa a custodire la sua verità come una roccaforte che la separa dall’abisso che c’è fuori.

«Muri, pareti, materiali di separazione, è ragionevole fidarsi del cemento, delle pietre, dell’asfalto? Sono le delimitazioni che contano nella realtà, che proteggono dall’infiltrazione della mancanza di senso».

È nella Casa che la protagonista si stanzierà, è qui che troverà il coraggio di ingrassare, di dilatarsi, di diventare traballante e goffa, di perdere il controllo. Anche l’anima potrà finalmente accasarsi. Eppure la stabilità non interrompe il flusso di coscienza che va avanti per tutta la durata della narrazione, un viaggio introspettivo nelle incessanti e irrequiete domande di una donna che si interroga disordinatamente su sé stessa e sul senso delle cose che la circondano, sui rapporti umani e sulla morte. Ad accompagnare i turbolenti pensieri che abitano le pagine del romanzo c’è il corpo della protagonista, in balia totale del moto perpetuo. Non riesce a stare ferma, si sposta incuriosita tra gli ambienti inesplorati della Casa, occupa lo spazio con l’azione fisica, si trascina avanti e indietro tra le poche stanze della nuova dimora. E così la Casa si trasforma in una metafora di sé stessa.

«L’Accomodatoio» – questo il nome con cui la protagonista chiama la cucina, il luogo della pace, dove le azioni sono predefinite e ogni cosa si accomoda. La gestione dell’Accomodatoio è semplice e totalmente sotto controllo; questa stanza segue leggi precise, non spaventa. È il luogo dell’azione per eccellenza dove i lavori manuali riordinano le cose e anche i pensieri.

«La Stanza di Mezzo» – come si evince dal nome che le viene dato, questa camera è un passaggio, un ponte tra i due spazi principali della Casa: l’Accomodatoio e un altro misterioso luogo dotato di un’infinita forza attrattiva da cui la protagonista tenta invano di sfuggire. La Stanza di Mezzo è nata per essere attraversata: è la stanza dei dubbi, dell’ambivalenza. Da una parte non è nulla – si tratta solo di un tramite, ma dall’altra è tutto perché rappresenta gli infiniti possibili ancora non realizzati che stanno tutti lì in potenza. Spesso rappresenta lo stallo. Se l’Accomodatoio è il luogo dell’azione, la Stanza di Mezzo è il luogo del possibile. Atto e potenza.

«La Stanza dei Dorsi». I dorsi sono il modo con cui la protagonista chiama i libri, per cui questo luogo altro non è che la biblioteca. Centro della Casa, viene descritta come se al suo interno ci fosse un albero vivo e vegeto, l’albero della conoscenza, a cui la protagonista non ha il coraggio di avvicinarsi. I Dorsi stanno allineati lungo le pareti, ordinati e catalogati con minuzia, ma senza che la donna riesca mai ad aprirli. La paura è troppo grande, il terrore è quello di essere inghiottita dalle loro storie da un momento all’altro. I Dorsi hanno al loro interno la polpa, come le mele di un albero: leggere vorrebbe dire mescolarsi con la loro pasta, rischiare di non riuscire a divorarli ma di venire divorati.

Tutta la storia gioca sul tentativo della protagonista di entrare in contatto con quei libri, che però continuano a respingerla, continuano a non farsi aprire. Lei riconosce a questi oggetti un’importanza primaria: tenta a più riprese di avvicinarli, anche se l’incontro deve essere graduale. Serve adeguata preparazione per diventare iniziati, somigliare a coloro che già sono entrati a contatto con la letteratura, che sono riusciti a superare l’impasse che lei fatica a valicare. L’azione è ciò che la tiene lontana dai libri, è l’atto razionale che rasserena, contro la natura metafisica dei Dorsi che fanno venire fame di cultura e conoscenza. È questo genere di appetito che la donna potrà saziare solo con la sostanza dei libri, una polpa che la farà diventare di più di quello che è. Imparerà più lingue, nuoterà nell’etimologia e scalerà le vette della teologia: il suo corpo assumerà la forma di una capanna, pronto ad accogliere tutto ciò che gli verrà proposto. Diventerà più istruita, più umana.

Il libro dell’iniziazione sarà Il grado zero della scrittura di Roland Barthes che aprirà la strada ad una vorace scoperta della letteratura di tutti i tempi. La protagonista tenta di riempire il vuoto dell’anima, il cui dolore segreto emerge tra le pagine dei libri letti e si concretizza nella geografia delle stanze della Casa.

Ma a questo punto del romanzo realtà e immaginazione, narrazioni e verità si confondono sempre di più in una prosa, quasi poetica e a tratti oscura. Una nota di merito va alla traduttrice Deborah Rabitti, che è riuscita a restituire, dallo svedese, il particolarissimo e spesso arzigogolato linguaggio della scrittrice.