Spirdu e unsù. I fantasmi di Orazio Labbate

«In uno stadio nìvuru di deprimazione, un si vidìva niente della natura spropositata e orribile attorno alla locanda Spinacardidda, vicino a Butera. La strada pareva andare a fondo nel miserabile crimine della notte e un’infelicità perfetta non risparmiava le ùmmire commiserabili dell’esorcista e della detective».

Fra gli autori che negli anni Dieci sono emersi facendosi largo nel mondo della narrativa contemporanea, un posto di riguardo lo merita il siciliano Orazio Labbate. L’esordio per Tunué con Lo Scuru (2014) e il seguito Suttaterra (2019) col medesimo editore gli sono valsi l’attenzione della critica, che non ha tardato a coniare l’impegnativa definizione di “gotico siciliano” per descrivere le peculiari atmosfere dei suoi romanzi. Lo scrittore di Butera si è imposto anche attraverso i racconti di Stelle ossee (LiberAria, 2017) e la saggistica di Piccola Enciclopedia dei Mostri e delle Creature Fantastiche (24 Ore Cultura, 2016), Atlante del mistero (Centauria, 2018) e più di recente Negli States con Stephen King (Perrone, 2021). La saga gotica si è arricchita di un terzo capitolo, uscito nella primavera scorsa nella collana “Incursioni” di Italo Svevo curata da Dario De Cristofaro, che si sta distinguendo per l’elevato grado di letterarietà  e per la ricerca meticolosa sulle nuove voci.

Spirdu si configura come un nuovo tassello nel puzzle orrifico di Labbate, per quanto mantenga – forse persino più dei due lavori precedenti – un’essenza e un’autonomia tali da consentire una lettura del tutto indipendente. Infatti, se finora erano state narrate le vicende dei Buscemi (Razziddu ne Lo Scuru, Giuseppe in Suttaterra), in Spirdu lo sguardo si allarga a rami collaterali della famiglia, ma soprattutto coinvolge personaggi nuovi. La storia appare sin da subito come un viaggio duale: da un lato Jedediah Faluci, esorcista buterese che nella vecchia carnezzeria del padre libera dalle presenze demoniche i viddani del circondario; oltreoceano, a Milton, la detective Kathrine Pancamo, orfana e angustiata dalle sue origini nebulose, si mette sulle tracce di un serial killer feroce che la stampa ha ribattezzato “Devil’s Nipper”, capace di scuoiare le vittime lasciando solo carne viva e «poca piddi».

Le due vicende sono distinte e distanti, avvicinate poi sensibilmente dalla lotta personale dei due protagonisti contro le varie forme del Male: si affaccia il tema della paternità sottratta, ora da eventi ordinari ora da fenomeni soprannaturali. 

«Per sentire il vero Male dobbiamo superare anche le carni dei nostri cari. Io l’ho accettato, il Male e le sue metamorfosi, perciò non ho a cuore la cattiveria di Dio e Iddu non mi ammala più. Tu lo servi, perciò Dio farà accanire il Diavulu su tuo padre affinché tu possa, secondo la sua ragione stravagante, avvicinarti a Iddu».

Non è forse necessario fornire altri dettagli riguardo la trama, basterà aggiungere che i due percorsi paralleli finiranno per convergere, e che, come nei romanzi precedenti, Butera e Milton si trasfigureranno fino a divenire luoghi contigui, gemelli.

Sul canovaccio di due figure chiaramente inflazionate nella storia del romanzo di genere, se non addirittura degradate a mero stereotipo, Labbate cerca di intervenire per provare ad arricchirle e risignificarle: accade quindi che Kathrine ricerchi la famiglia che l’ha abbandonata, mentre Jedediah si trovi di fronte all’inedito compito di spossessare suo padre. Così, Pancamo si fa detective delle sue stesse origini, Faluci esorcizza i suoi fantasmi personali.

Come nel resto della sua produzione, Orazio Labbate si serve di una lingua funzionalmente ricercata, che giunge a picchi di ieraticità perfettamente adatti alla materia sacra. Dopo il siciliano nero e profondo de Lo Scuru e la conversione a un italiano aulico che aveva caratterizzato Suttaterra, l’impasto linguistico scelto per Spirdu segna un ulteriore salto di qualità, persino uno slancio demiurgico nella creazione di neologismi. L’idioletto di Labbate si conferma ricercato, persino estremo, sicuramente lontano dall’editorialese imperante.

Spirdu è fitto di influenze conclamate (da un lato i grandi maestri siciliani Bufalino, Consolo e Sciascia, dall’altro prosatori americani come Ligotti e il Blatty de L’esorcista) oltre che di rimandi interni che di fatto rendono la trilogia una sorta di continuum narrativo, un universo coerente e intimamente connesso. 

«Videro Peep gonfio in faccia come per il troppo mangiare. Ripugnante il volto aveva subbìto l’orripilante brutalità di un disordine demoniaco; danneggiatu e bbandunàtu di senno assumeva una guardata accigliata verso iddi, che risultava brutalmente comica. L’aria era fetida e pesante e l’ossìgginu pariva in grande parte consumato».

Anche la paura delle presenze diaboliche assume connotati reali e identificabili, il Male si dimostra una presenza livida che cambia i connotati estetici e stravolge i volti oltre che le anime. Nel corso del romanzo, Labbate utilizza tre lemmi siciliani per rendere il concetto di “spettro”. Il primo è fantasima, quello di più immediata comprensione e che fa riferimento a una natura eterea ed ectoplasmatica. Vi è poi lo spirdu del titolo, parola usata con molteplici significati, che oltre a designare lo spirito indica il terrore, la causa dell’atterrimento e persino il demonio – il terrore definito spirduè, paura esistenziale e profonda, diversa dalla paura puntuale e momentanea che in siciliano è detta scantu. Infine l’ultima declinazione di “spettro” è una parola coniata direttamente dall’autore, unsù, che in siciliano significa letteralmente “non sono” e indica lo spirito in quanto non essere. La scelta dell’uno o dell’altro avviene di volta in volta tanto sulla base del significato quanto della piacevolezza del suono.

Il risultato ottenuto è in definitiva una sommatoria di ricerca linguistica, atmosfere gotiche e tematiche esistenziali collegate al Sud. Tuttavia, accanto ai concetti di metafisica e occulto si concretizzano una serie di demoni assolutamente umani e terreni. Spirdu pertanto non si presenta come un romanzo di genere puro, i personaggi sono animati da un malessere umano e carnale e soffrono per un orrore che non è al di fuori, ma dentro di loro.