Il corpo del problema, in divenire

«Ma sì, ora deve fare la femminista».

Questa frase è stata pronunciata durante un pranzo con i vicini del paesello, nel corso di una conversazione prolungata e difficilmente digeribile a proposito dell’ex di un figlio trapiantato all’estero, una ragazza insopportabile, orientata solo alla carriera e per niente alla casa, capace di lasciare due dita di polvere sotto il letto.

Sono ben lungi dal misurare la bontà di qualcuno sulla base della sua tolleranza a cellule epiteliali morte appostate sotto il materasso. Mi sembra, francamente, un dato strettamente privato. Il problema è che in situazioni di questo genere puoi soltanto colludere con il paio di anziani misogini che ti hanno vista crescere –  e che in fin dei conti sono brave persone, a cui vuoi almeno un po’ bene – oppure diventare quella che solleva il problema, ruolo che finisce per coincidere con il problema stesso. Essere femminista, ho visto, significa molto spesso sollevare il problema. Transito, di Aixa de la Cruz, vincitore del Premio Euskadi de Literatura e portato in Italia da Giulio Perrone Editore nella traduzione di Matteo Lefèvre, solleva parecchi problemi.

Questa cosa del sollevare un problema e del diventare un problema a propria volta rappresenta una dinamica sottesa a esperienze solo apparentemente lontane. In questo senso, raccontare senza immaginifici espedienti di avere una compagna e non un compagno, per esempio, è lo stesso che mettersi in mezzo a un parente che alza le mani sulla figlia. Sottrarre la propria presenza a minacce o insulti è lo stesso che reagire a un episodio di catcalling. Sollevi il problema: sei tu il problema. Stai mettendo tutti a disagio (il tuo, di disagio, non esiste. Non si vede e non si sente, dove lo metti sta, come i bravi bambini). Stemperare il conflitto, sempre. Minimizzare, sempre. Aixa de la Cruz non minimizza proprio mai. In Transito, piuttosto, il corpo del conflitto si espone crudo ed elettrizzante, inafferrabile e prorompente insieme.

A partire dalla scoperta di un incidente che ha coinvolto un’amica, la trentenne protagonista di questa sorta di romanzo-confessione raccoglie le idee ed esplora una serie di episodi, eventi e circostanze della propria vita, nel tentativo, forse, di rintracciarvi uno schema: in sostanza, una storia. Dal dato del corpo, la voce narrante procede in un’indagine della colpa, delle relazioni, della memoria, che la porta a prendere consapevolezza di un elemento comune di cui, inizialmente, proprio non aveva idea: la misoginia. Soprattutto la sua.

L’autrice, nata a Bilbao nel 1988, si muove attraverso il linguaggio come su un filo sospeso sopra un abisso incommensurabile e osceno. Il dire, infatti, è una pratica che finisce la maggior parte delle volte, qualunque strada prenda, con il venir meno della parola di fronte a ciò che è materiale, presente, apparente. Aixa de la Cruz si interroga sul significato del raccontare e del raccontarsi, del ragionare e dello scrivere. Il linguaggio sembra essere per lei una fuga verso la trascendenza e lo svanimento, al punto che l’unico racconto dicibile, almeno in parte, finisce per essere la testimonianza, radicata nell’esperienza materiale, resoconto della propria sensibilità. Eppure, esaurire l’opera di de la Cruz in questo sarebbe un errore.

L’utilizzo di un’espressione come “ora deve fare la femminista” durante una conversazione in cui è in corso un conflitto di idee non è casuale: rimarcare l’ideologia sottesa a delle opinioni è una strategia volta a invalidare queste ultime. Il concetto di ideologia viene frequentemente utilizzato per significare una mancanza di contatto con la realtà, come se qualunque rappresentazione articolata del mondo – gesto e processo peraltro inestricabilmente intrecciato al rapporto degli esseri umani con il reale – forzasse l’esperienza, dirottando gli eventi verso fini altri. Talvolta, senz’altro, l’ideologia può rappresentare una scorciatoia o anche un alibi. Tuttavia, non si tratta di altro, generalmente, che del tentativo mai definitivo di comprendere le cose nella loro complessità. A partire dalle cose del sé. Il problema, con il sé, è che qualunque spiegazione, qualunque narrazione, è incline a vincolare l’identità. È precisamente questo vincolo, in effetti, a tradire i presupposti di buona parte dei femminismi – certo, non del femminismo trans-escludente e del femminismo liberale: del primo per la sua inclinazione essenzialista e del secondo per il suo approccio fondamentalmente individualista e privatistico. Se per molti l’ideologia è un velo steso in mala fede sulla realtà, per de la Cruz, e credo anche per me e molti altri, le idee possono vivere soltanto se incarnate. Non è possibile partire dalle cose per arrivare alle idee, come non è possibile il contrario.

«Mi chiede di guardare e io guardo con tutta la ferocia di cui sono capace, senza la distanza del fotografo di guerra, senza la dissociazione del nevrotico o della gallina che corre senza testa, senza interferenze teoriche, senza Laura Mulvey che precisa che lo sguardo è potere, con l’unica volontà di fondermi nell’immagine e nella carne», dichiara, di fronte al corpo martoriato di un’amica, la protagonista, forse alter ego della scrittrice, forse no o forse in parte, funzione della persona autoriale in questo determinato contesto. E ancora: «Di mattina andavo a lezione di materialismo culturale, teoria femminista e studi di genere e acquisivo il quadro teorico che trasmetteva importanza a quanto facevo di notte».

Aixa de la Cruz confessa molte cose, in questo romanzo. Tra le altre, porta allo scoperto l’effetto ansiolitico della teoria e quei trucchi psicologici per cui l’intellettualizzazione permette di sfuggire il dolore. La voce narrante di Transito, brillante e provocatoria, è capace di parlare con franchezza di ciò di cui fa esperienza. Dai pezzetti di carta igienica umidi che restano attaccati ai peli pubici, al gioco dei ruoli nelle relazioni sessuo-romantiche, dai corpi feriti ai corpi eccitati, dall’attrattiva delle droghe alle difficoltà della parola, tutto diventa materia sensibile del suo discorso. All’interno di Transito il linguaggio precipita dalla trascendenza all’immanenza, dall’intelletto alla presenza e infine all’azione o, meglio, alla pratica.

La misoginia è un prodotto sociale e allo stesso tempo infligge ferite personali. I femminismi, tra le altre cose, si sono fatti carico, attraverso i mezzi della teoria e dell’ideologia – e non soltanto, naturalmente – di reagire a queste ferite. Ma per quanto la ricerca e lo studio siano essenziali, per quanto forniscano strumenti preziosissimi e irrinunciabili per comprendere e nominare la propria esperienza, talvolta, nella pratica, finiscono per rappresentare solo un polo dell’equazione, mentre la violenza, soprattutto quella agita e non subita, resta occulta.

La protagonista di Aixa de la Cruz confessa dunque la propria misoginia, che è passata dal rifiuto del femminile prima e dell’attenzione all’altra poi. La competenza e la conoscenza, in questo, le sono tornate utili per giustificare, spiegare, mettere distanza. Questa distanza dal dolore, che arriva a essere distanza dalla corporeità, dall’essere incarnati, è essa stessa una ferita profonda e terribile. Una ferita che si ricopre di parole. La parola è una strategia come un’altra per sopravvivere. La parola si piega, è cangiante, disponibile ed elusiva allo stesso tempo. Se non si cala nel corpo può sfuggire come un palloncino.

Non è possibile fissare questo testo in un giudizio finale e complessivo che ci dia un senso o uno scopo. Transito è un libro, un romanzo, un’autobiografia ricchissima e molteplice, soprattutto irrisolta. La scrittrice solleva il problema e offre una risposta transitoria: la scrittura è un’arma a doppio taglio, che elaborando la memoria e il proprio sé potrebbe avviare un processo di cambiamento come anche incepparlo in un’immagine fossile. Di fronte alla nuda presenza, il linguaggio e le idee si liberano e si radicano allo stesso tempo. Essere femministi, forse, vuol dire riuscire a stare in questa tensione e trasformarla in movimento. Ma quanto fa male.