L’abito bianco, o del riscatto

Non riuscivo a scrivere dell’Abito bianco di Nathalie Léger. Metodo Champenoise[1]? Forse, ma allora non sapevo di avere un metodo. Probabilmente mi aspettavo la cronaca dettagliata, quasi morbosa, di un fatto. Perché questo libro, fin dalla copertina, promette di raccontare un fatto: Pippa Bacca – artista milanese, nipote di Piero Manzoni, terza di cinque figlie, cattolica – l’8 marzo 2008 parte insieme a Silvia Moro per realizzare un progetto chiamato Brides on tour. Le due, in abito da sposa, avrebbero dovuto attraversare in autostop 11 paesi del Mediterraneo toccati dalla guerra. Da Milano a Gerusalemme, erano previsti seimila chilometri di strada, ma il percorso di Pippa si è interrotto prima. Nei pressi di Istanbul, dopo essersi momentaneamente separata dalla compagna, incappa nel passaggio sbagliato: Murat Karataş ferma il suo fuoristrada e la carica in macchina; prosegue fino a una galleria, dove è sicuro che la passeggera non possa scappare, e la aggredisce. Non sappiamo in che ordine, ma quell’uomo la violenta e la strangola, poi la seppellisce malamente sul ciglio della strada. Si impossessa dei suoi oggetti e, con la telecamera della donna, filma il matrimonio di una parente. Questo il fatto.

Volevo per forza trovare un senso alla performance fallita di Pippa, ma il dibattito intorno a quel femminicidio si era polarizzato in due posizioni: o se l’era andata a cercare o era una martire della pace tra i popoli. Vedevo falle in entrambe le argomentazioni. Che i diritti delle donne in Turchia non se la passavano – e non se la passano – bene è un dato oggettivo, ma il fatto che una donna scelga di muoversi in autostop da sola, non dà alcun permesso alla violazione della sua persona (è persino superfluo scriverlo).  E la retorica del bene universale? Durante un’intervista qualcuno chiede a Pippa il perché del suo metodo di spostamento, e lei: «Per dimostrare – e speriamo di dimostrarlo – che dando fiducia si riceve solo bene». Sicuramente molte e molti l’hanno accolta in casa, le hanno dato da mangiare, le hanno dato un letto per dormire e un passaggio in auto, eppure un evento (e ne bastava uno) ha smentito l’assunto di partenza.

A questo punto, qual è il senso dell’arte performativa? Il progetto di Pippa ha davvero dimostrato qualcosa? Curiosamente, ho sentito due persone diverse, in due contesti diversi, spiegare cos’è una performance così: «Hai presente La grande bellezza di Sorrentino? La scena della tizia che urla e sbatte la testa contro l’acquedotto? Ecco, è quello!». Mi sono chiesta se anche Brides on tour, in fondo, non fosse altro che questo: correre con la testa bendata fino a sfracellarsi contro un muro. Poi è uscito un pezzo nuovo, tremendo, dei Cani, Un altro Dio. Dal minuto 03:48 Contessa dice:

«La morte, la malattia e il Male sono considerati incidenti di percorso e non elementi essenziali della condizione umana. Anche l’arte tragica, che metteva l’uomo di fronte al trauma della verità, è stata fagocitata dall’intrattenimento».

Così ho avvicinato l’atto di Pippa alla funzione originale dell’arte tragica, e ho trovato quel senso che cercavo: mostrare che il male esiste, fa parte della società, nessuno se lo cerca, nessuno lo guarisce.

In quel momento ho capito che ero stata “distratta” dalla performance e dalla sua interruzione brutale. Solo dopo aver dato forma a una mia interpretazione, sono riuscita a sintonizzarmi su quello che Léger voleva dirci di Pippa Bacca, e non su quello che io avrei voluto leggere.

L’abito bianco (uscito in Francia nel 2018) è stato tradotto per La Nuova Frontiera da Tiziana Lo Porto che, oltre a essersi occupata delle traduzioni e delle curatele (tra le tante) di Charles Bukowski, James Franco, Patti Smith e Vasco Brondi, è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011). Sempre Lo Porto ha tradotto il precedente libro di Léger, Suite per Barbara Loden (La Nuova Frontiera, 2020), un tributo alla regista e interprete del film Wanda. Pippa Bacca e Barbara Loden sono parte di un trittico di artiste, che Léger aveva inaugurato con L’Exposition (2008, non ancora pubblicato in italiano), un’inchiesta sulla Contessa di Castiglione, la donna più fotografata dell’Ottocento.

Come afferma Matteo B. Bianchi nell’episodio 48 di Copertina, (podcast caldamente consigliato) L’abito bianco è un «libro impossibile da etichettare come un genere unico». Forse però si riescono a distinguere due macro categorie: l’autobiografia romanzata, che mette Léger sulla scorta di Annie Ernaux, e il grande cappello della non-fiction, un filone partito dagli Stati Uniti con A sangue freddo di Truman Capote, ma che ha attecchito molto bene in Francia, con Emmanuel Carrère, e che ha evidenti propaggini anche in Italia, visto l’ultimo vincitore del Premio Strega.

Quando Léger intercetta la storia di Pippa Bacca, la ricerca d’archivio si intreccia al proprio memoir e alla tragedia personale di sua madre, conservata in un faldone del ’74. La madre incalza la figlia con gli atti processuali del divorzio, e le chiede di vendicare la propria dignità di donna. Inizialmente la scrittrice si allontana da questa volontà di giustizia: le pretese materne non sembrano altro che un ostacolo alla ricerca che riguarda il suo soggetto. Ma il tentativo di riscatto della madre, tradita e abbandonata dal marito, si sovrappone inesorabile al tentativo di riscatto di Pippa: «La violenza è unica, piccola o grande, qualsiasi siano le sue forme, battersi per denunciarla, qui o là, è la stessa cosa».

Léger colloca a metà della narrazione, strategicamente, una prima presa di coscienza. Arriva a Milano, dove ha intenzione di intervistare Elena Manzoni di Chiosca, madre di Pippa. Prima però si confronta con un giornalista del «Corriere». «Quando si incontra la madre di una ragazza morta, sarebbe meglio sentirsi utili», le dice. Tanto basta per farle prendere il primo treno per Nizza. Dunque la ricerca è fallita? Se Léger applica al suo lavoro lo stesso principio che ha applicato all’opera di Pippa, no: «chi oserebbe dire che l’impotenza individuale annulla l’idea generale?».

La seconda metà del libro è dominata da un’altra scena fortemente simbolica: la madre di Léger prova il suo abito bianco. A questo punto i due racconti, quello dell’artista e quello della madre, sono connessi da un unico oggetto, l’abito nuziale, testimone di un percorso interrotto. Così la scrittrice ripercorre l’epilogo di entrambe le vicende: la scoperta del tradimento per una, la morte per l’altra.

Nel flusso di coscienza di Léger presente e passato, discorso diretto e pensiero, si mescolano. Le frasi nominali spezzano la narrazione, come una fontana che singhiozza ininterrottamente un argomento sull’altro. Frammenti che procedono più per libera associazione, che per vicinanza tematica, o per connessione di causa-effetto. Questo proseguire per annotazioni concede a Léger piccole incursioni nella storia dell’arte, dando un taglio quasi saggistico ad alcuni paragrafi, e creando una tensione che allontana lo scioglimento narrativo.

Eppure la scrittura per Léger non è solo prova di stile, ma strumento con cui riscattare le ingiustizie subite da Pippa, dalla madre e, per estensione, dalle donne in generale. L’autrice si libera dal giudizio su una madre che nella vita ha soprattutto pianto, e riesce a esaudire la sua richiesta di dignità. Nello stesso tempo, restituisce il ritratto di un’artista tutt’altro che ingenua, ma fiera piuttosto della propria libertà, affermatasi con quell’atto di riparazione impossibile.

L’Abito bianco ha l’ambizione di dimostrare soprattutto una cosa: le sventure accadono, ma questa consapevolezza non deve fermare l’azione perché, nel peggiore dei casi, l’idea sopravvive al gesto.


[1] Marcello Fois ha definito così il suo metodo di scrittura in un’intervista recente: «un’idea mi deve fermentare in testa e in corpo finché non salta il tappo» (p. 49, A carte scoperte, Bonomia University Press, Bologna, 2021).