Il deserto del nostro scontento

Il corpo delle donne è terreno di conflitto e negoziazione. Lo sa bene Hilary Tiscione che nel suo romanzo d’esordio Liquefatto (pubblicato da Alessandro Polidoro Editore) accompagna Maddalena – una donna annoiata e disillusa che tradisce senza godere l’apatico compagno – nel suo viaggio in California con l’amica Lia. Lì le aspetta Tito, una vecchia conoscenza di Maddalena – trasferitosi nella Città degli Angeli per perseguire la sua fallimentare carriera attoriale – e un on the road da Los Angeles a Las Vegas. Incinta di una «creatura» dal padre incerto, Maddalena attraverserà spazi fisici ed emotivi sterminati, mentre verrà spazzata via dai venti di Santa Ana e annichilita dal senso di colpa per la sua gravidanza fedifraga e disamorata. «È quasi giusto che mi senta, la creatura, che da subito capisca che vive un corpo indisposto. Perseguitato dal dubbio». Ed è proprio il corpo di Maddalena, dove cicatrici di vergogna si dipanano in una filigrana sottocutanea, a farsi terreno di conflitto e trattativa, in una consacrazione quasi liturgica alla sofferenza.

«Non so bene di che tipo di masochismo si tratti. Ma una forma di ricerca del piacere attraverso il dolore mi si aggira dentro. La tentazione ingorda a correre il rischio e mettere sul piatto i resti delle cose belle, morte fra le braccia scarne dell’infermità morale».

La protagonista è un’osservatrice minuziosa del decadimento dell’organismo e dello spirito, registra con ossessiva precisione ogni falla, ogni minuzia, ogni cruda imperfezione che anima la monotonia della sua vita. La narrazione dell’amplesso è chirurgica, asciutta e distaccata. Lontana dall’iperbolico linguaggio turgido e idealizzante, la corporeità dei personaggi è intrisa di fluidi e umori, capillari, ferite e cicatrici. Perfino il tradimento, spersonalizzato e macchinoso, non fa che accentuare il tedio esistenziale di Maddalena: «Non mi è piaciuto il sesso. Non sono sicura di saperlo fare», ci confida. I suoi amanti appaiono grotteschi e patetici nei loro scoordinati tentativi di improvvisazione carnale.

Il sesso diventa vuoto cosmico, una performance dalla quale Maddalena non trae piacere, e che quasi rimuove dalla memoria. Se Romano, il compagno, non la desidera se non sotto l’effetto della cocaina, e l’Altro la divora come parte di un rituale di occupazione machista, il corpo di lei diventa prima l’involucro vuoto del desiderio altrui e poi il contenitore di una creatura indesiderata, concepita «per errore. Nella stretta di un ritaglio di muscoli anestetizzato».

Lo stile è camaleontico e versatile; Tiscione si impadronisce delle parole in un vertiginoso intento combinatorio: alla sterilità dell’ordinario milanese si oppone l’opulenta California dove il linguaggio si fa più denso, visionario e vagheggiante, gli accostamenti più arditi e la narrazione sensoriale. Le voci sono «curve», i suoni «globulari», i colori quasi palpabili – «vermiglio masticato», «fulgido viola», «nero traforato» –, il «sole cereo», la «cenere intontita».

L’immaginario di Maddalena è un’abbuffata onirica di suggestioni, la lingua talvolta sublime, quasi altisonante, altre macabra e affilata, altre ancora immaginifica e vibrante. Il respiro della narrazione si amplia in uno sguardo sterminato quanto il deserto del Mojave e le highways sabbiose, ma l’occhio un po’ impostore di Maddalena non risparmia le minuzie, anzi se ne nutre avido, in un’estenuante vivificazione dell’inanimato e manipolazione dell’inorganico. Anche nei momenti di trascurabile quotidianità – lenzuola sporche, preservativi XXL e lavandini disseminati di peluria – Tiscione restituisce all’ordinario e il prosaico una vibrazione caleidoscopica. 

«Io dico che le adoro, le palme, perché mi fanno sentire come quando hai fame e stai per mangiare; come quando sali su un aereo, come quando tocchi il lino per la prima volta e sai che non lo confonderai mai più con il cotone. Ma, le palme, sono anche come il caffè quando un poco si raffredda e lo puoi bere».

Maddalena è una donna affamata di reale, non la contentezza mortifera della domesticità, ma una vibrazione distorta e a malapena udibile, un segnale fuggevole di originalità. Il paradosso del viaggio come viatico di purificazione percorre l’intero romanzo: Los Angeles, dove ogni anticonformismo viene sistematicamente fagocitato da mode passeggere, e Las Vegas, la città-illusione artificiale per eccellenza, diventano teatro del progressivo liquefarsi di Maddalena.

«Certi bauli antichi dentro non contengono niente. Sono solo belli da guardare. E se restano chiusi tengono il mistero di una terra senza uomini. Vegas ha la forma dei bauli».

La ricerca di senso della protagonista – che ha intessuto l’ordito del viaggio con la trama di una fuga temporanea e ha infuso la California e le sue palme di un’aspettativa epifanica – si rivela un altro distorto tentativo di autoflagellazione. Svuotata ma imperlata di lusso come la città-baule, rivive le inconsistenze e incongruenze del suo percorso, e l’accidia del subire un’esistenza decadente.

Fra lustrini, fontane, il fruscio di nuovi mazzi di Black Jack e alcuni bizzarri incontri mistici, lo stile si fa sincopato e urgente, metaforico e metafisico, e Maddalena si abbandona progressivamente alla centrifuga oscura della sua coscienza popolata di presagi e feticci.

Hilary Tiscione si rifiuta di ingabbiare la sua donna difettosa, ipocrita e furiosa, e il suo travaglio emotivo, in una pretesa di stoica dignità, o in un’inappellabile condanna al ridicolo. Liquefatto non è solo annichilimento, ma è il viaggio umano di una protagonista complessa, per quanto narratrice inaffidabile, testimone oculare della dilapidazione delle sue fondamenta. La rabbia incontrollata e ferina, la perdita di controllo e l’incoerenza, la sconfitta e la resa, sono documentate con lo stesso puntiglioso biasimo che si riserva all’infimo quotidiano, senza una pretesa di espiazione.

In Liquefatto l’autrice rigetta la narrazione estetizzante e perifrastica del viaggio redentivo e pacificatorio, per cesellare gli aculei di una donna e raccontare la sua fuga, il suo progressivo svuotamento, il suo cedere esausto e al contempo lucido.

Hilary Tiscione setaccia gli anfratti di città mitizzate e mistificate, e sonda l’abulia di personaggi intrappolati in relazioni macilente, che arrancano inerti nelle terre desolate del proprio malcontento.

«Chi grida l’abbandono su un tappeto di pervinche, come me, toglie il tappo alla leggerezza finché durano le morti d’ogni giorno.
Riempie l’aria il ronzio della mia vita guasta».