Della placida irrequietezza

Dopo lo straordinario Parasite di Bong Joon-ho, l’uscita di un altro film con protagonisti coreani fa impennare le aspettative del pubblico: questo accade a maggior ragione quando scopriamo che in Minari è rappresentata un po’ dell’infanzia del regista, Lee Isaac Chung, figlio di sudcoreani immigrati negli Stati Uniti durante gli anni ’80. 

Nel racconto familiare della pellicola gli elementi autobiografici sono forti ma non vogliono essere caratterizzanti, Chung conosce bene la materia di narrazione ma se ne distanzia continuamente, rielaborando le vicende sullo sfondo di una riflessione etnica. Minari porta sul grande schermo un dramma classico affrontato in maniera tutt’altro che tradizionale.

La trama, a una prima visione, è semplice e lineare: la famiglia Yi si trasferisce dalla California all’Arkansas per coltivare, non solo metaforicamente, il sogno di Jacob (il padre) di produrre un ortaggio coreano da rivendere ai tanti asiatici immigrati negli Stati Uniti e nostalgici dei sapori di casa. Tale desiderio di autorealizzazione si scontra con la titubanza della moglie, la malattia cardiaca del piccolo David e le pressanti difficoltà economiche che costringono la famiglia a lavorare come sessatori di pulcini e a vivere in una casa su ruote nell’isolata regione dell’Ozark. 

Se è vero che tutte le famiglie felici si assomigliano ma ogni famiglia infelice lo è a modo suo, gli Yi, con le loro comunissime vicende, generano in Minari una riflessione esistenzialeLo scheletro della pellicola è, per tutta la durata del film, costituito dal contesto bucolico, dalle routinarie vicissitudini e dai continui contrasti familiari scanditi dai lenti ritmi agricoli.

L’arrivo dalla Corea della nonna Soonja, poi, completa il particolare quadretto del family drama di Lee Isaac Chung, che si fa grandioso proprio nel racconto minimalista della quotidianità e delle crisi.

Definirlo con la sua vittoria ai Golden Globe come miglior film straniero non è abbastanza: Minari è ambientato negli Stati Uniti, scritto e diretto da un regista americano – con un attore americano come protagonista – e prodotto da una compagnia di produzione anch’essa statunitense. Insomma, molto meno straniero di quello che si possa pensare. Motivo della classificazione? Le scene sono girate quasi interamente in coreano e poco conta il fatto che anche la trama sia, per grandi linee, la rielaborazione di Chung dell’American Dream.

Il sogno americano è, infatti, causa e soluzione della placida irrequietezza che caratterizza le vite dei suoi protagonisti. 

La Corea irrompe sulla pellicola solo all’arrivo in Arkansas di nonna Soonja: prima di quel momento rimane un’eco lontana, solo raccontata, distante anni luce dallo spaccato di vita della famiglia Yi. Eppure Soonja non solo entra in scena, ma ribalta le carte in tavola, scombussola gli animi: per la prima volta diventa palese che la contrapposizione etnica tra i personaggi e il luogo che abitano non è solo formale ma sostanziale. La Corea irrompe, dicevamo, nell’ esistenza dei fragili componenti della famiglia sconvolgendone il già precario equilibrio; i bambini, David in particolare, si ritrovano forse per la prima volta faccia a faccia con le proprie origini, conosciute fino a quel momento solo per sentito dire.

Tre generazioni, tre livelli di occidentalizzazione differenti.

I bambini, David e Anne, nati e cresciuti negli Stati Uniti, parlano tra di loro esclusivamente in inglese. Due personaggi decisamente americani quindi, tanto che alla domanda «Perché la tua faccia è piatta?» posta da un bambino bianco, la risposta di David sarà un sereno «Non è così» en passant, tra una conversazione e l’altra. Sul versante diametralmente opposto c’è la nonna, arrivata per la prima volta negli Stati Uniti dalla Corea. Non ha nulla di americano, né l’odore, né il cibo che porta con sé, né tantomeno le abitudini: per i nipoti ha qualcosa di strano, «Non è una vera nonna» perché «puzza troppo di Corea!». Infine ci sono i genitori, emblema di una terza via, americani non di nascita ma di adozione, che tra di loro parlano in coreano ma con i figli in inglese. Dal loro isolato fazzoletto di terra tentano, in maniera del tutto naturale, di ritrovare un senso di comunità nel nuovo luogo che hanno più o meno scelto di abitare, e ci riescono facilmente in chiesa, al lavoro e con gli strambi personaggi della zona. Da una parte, quindi, si insediano in un posto del tutto nuovo, creando una rete di rapporti con i locals come una qualunque famiglia trasferitasi dalla California all’Arkansas. Dall’altra parte, e con più fatica, mantengono un legame, seppure aleatorio, con la vecchia Corea e si curano di trasmettere agli americanissimi figli qualche strascico della cultura d’origine. 

Questa focalizzazione sull’uso della lingua è limpida, di immediata lettura, eppure viene via via contraddetta dal ruolo giocato da nonna Soonja che, inaspettatamente, non rispetta nessun rigido cliché e riesce a gestire l’essere sradicati meglio di tutti, tra nostalgia e spinta verso il nuovo.

Due punti di vista, due tensioni opposte che però dialogano sempre tra loro: una divisiva e l’altra congiuntiva, un lento climax che si evolve durante tutto il film. In ogni caso, la sottotrama è quella di una facile integrazione americana, in cui le difficoltà e le conflittualità degli Yi saranno sempre lotte intestine, interne al nucleo familiare stesso, relative ai rapporti interpersonali e relazionali, mai esterne, mai dipendenti dal solo vivere in territorio straniero. 

La cultura altra sarà sempre quella asiatica, mai totalmente accettata nemmeno nella personificazione di Soonja, guardata sempre di sottecchi nelle sue “strane” pratiche orientali che poco si adattano allo stile di vita occidentale, rappresentato in famiglia dal piccolo David. O almeno così sembra.

«Almeno lo sapete cos’è il minari, stupidi americani?»

È proprio Soonja a pronunciare per la prima volta la parola “minari”, soddisfacendo solo a film inoltrato la curiosità dello spettatore sul significato del titolo. Il minari è una pianta aromatica tipica della cucina coreana, la cui caratteristica principale è quella di nascere e resistere anche nei terreni più inospitali, in questo caso simbolo della resilienza orientale. La metafora culinaria è presente lungo tutte le due ore del film: il cibo rappresenta simbolicamente uno dei punti intorno a cui si coagulano e poi si snodano le varie anime della pellicola.

A piantare il minari sono nonna e nipote, Soonja e David, artefici dei cambiamenti che necessariamente modificheranno le dinamiche della vita degli Yi. Il minari, che sta bene con tutto e su tutto, diventa metafora del destino che attende i cinque protagonisti che, letteralmente, sceglieranno quali semi piantare. 

Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2020, dove ha vinto il Premio della giuria. È stato inoltre candidato a sei premi Oscar e ha vinto quello per migliore attrice non protagonista di nonna Soonja (interpretata da Youn Yuh-jung).

Minari è uscito in Italia solo il 26 aprile, fortunatamente, a sale riaperte.