Controstoria della letteratura queer italiana

La parola “canone” rimanda all’idea di norma. Si dice “canonico” per definire qualcosa di fisso, di esemplare, e che quindi può essere imitato. In realtà il canone, inteso come paradigma letterario di riferimento, è mobile, perché riflette la società che lo produce, e nel tempo accoglie e rigetta modelli diversi. In questo la critica ha un peso notevole: fosse stato per Benedetto Croce, avremmo letto poco di Leopardi e nulla di D’Annunzio; e il Quattrocento? «Il secolo senza poesia».

Le antologie spesso accolgono o anticipano queste operazioni culturali: nel tempo sono state uno strumento di propaganda (ci sono svariate raccolte di poesia risorgimentale), un modo per promuovere una nuova corrente culturale (è stato il caso dei Futuristi, ma anche del Gruppo 63) e un mezzo per costruire un’identità linguistica e nazionale (le letterature scolastiche).

Luca Starita coglie un vuoto nel catalogo straight del Novecento e propone Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana (edito da effequ nella collana Saggi Pop).

Che siano instant book collettivi o raccolte tematiche, scegliere chi e cosa includere nella selezione non è un’operazione neutra, ma tradisce sempre una posizione partigiana.

In questo caso l’autore consegna al Prologo la sua dichiarazione di intenti: ha passato al setaccio della queerness (che accomuna chi «non si riconosce nelle distinzioni tradizionali del sesso e/o del genere») la letteratura italiana del Novecento, e ci offre una proposta «anarchica, scorretta, mostruosa». Sposta l’angolo visuale con cui ci approcciamo di solito ad autrici e autori della tradizione e ci mette davanti a una verità semplice: prima ancora che si definisse il queer, prima ancora che si parlasse di identità di genere o di gender fluid, esistevano descrizioni, storie e persone ascrivibili a un modo di essere indefinito e in definitiva equivoco. Sia chiaro: ricondurre a un canone narrazioni divergenti dalla norma non equivale ad addomesticarle, ma a riconoscerne la legittimità. E con questa premessa possiamo addentrarci in un volume altrettanto ambiguo, che è saggio e dramma insieme.

L’autore immagina di conversare con personaggi letterari, con scrittori e scrittrici che recitano le loro stesse opere, accompagnato dal suo personale Virgilio, Pier Vittorio Tondelli. Così i testi sono incastonati in questa cornice teatrale, una catabasi in cui Starita è narratore, personaggio e curatore. Il percorso si articola in quattro scene, seguite (come nel coro di una tragedia greca) da una riflessione teorica, che mette in relazione i monologhi e li restituisce al contesto originario.

Nel primo episodio una galleria di personaggi femminili (mutuati dalla nostra tradizione letteraria) si confessa e delinea, con tratti sempre più nitidi, la conquista della propria indipendenza: l’apparente accettazione dei ruoli sociali, che cela il desiderio di quelle libertà concesse solo ai mariti (la quieta Giannetta morettiana), la ricerca più scoperta e sfacciata di emancipazione (l’ex cantante Adalgisa Liliana, inventata da Gadda), che si traduce nell’attitudine al comando (e alla guida sportiva) della Bella di Lodi.

Nell’episodio successivo entrano in scena gli scrittori «Anders als die Andern» (diversi dagli altri). I nuovi interlocutori descrivono «un’evoluzione dell’immagine del personaggio omosessuale che subisce, però, un effetto normalizzante». Il primo a parlare è Palazzeschi, con la voce di Valentino Kore, e a chiudere i monologhi è Tondelli, con la delicata vicenda di Camere separate: l’amore tra Thomas e Leo, il dolore di uno per la perdita dell’altro, non sono vissuti alla ricerca di una legittimazione sociale, ma con intima accettazione.

Il terzo episodio mette in scena la disgregazione del concetto di virilità. Attraverso la scomposizione fisica dell’individuo (Gadda), passando per il contrasto con il proprio corpo (Moravia) e per il rifiuto della vita coniugale (Moretti), l’uomo si trova in bilico tra lotta interiore e riappropriazione, anche violenta, di un’identità alternativa.

Con una composizione ad anello, il quarto e ultimo episodio ritorna sulla rappresentazione del femminile. In un salotto sono radunate sei scrittrici, ciascuna è portavoce di una visione altra dell’essere donna: il rifiuto della maternità per Aleramo, la sincera confessione degli impulsi sessuali femminili di Guglielminetti, fino al futuro distopico di Banti, in cui Le donne muoiono, sì, ma per questo sentono la spinta urgente di rifondare una nuova civiltà, in cui «consegnarsi ognuna al proprio istinto, alla propria inclinazione naturale».

Nella struttura messa in piedi da Starita, ogni parte è perfettamente integrata nel suo insieme. L’antologia, che ha tutti i tratti di una seduta spiritica, si fonda su una finzione letteraria e, per non diventare una sorta di Frankenstein, deve attingere solo alla prosa. Così Sandro Penna o Alda Merini mancano; e Pier Paolo Pasolini? Difficile inserirlo in questa impalcatura: se la ratio è quella di lucidare testi un po’ ossidati, i suoi sono senz’altro in vetrina (come spiega l’autore stesso in questa intervista). A tratti si sente la necessità di un’analisi più approfondita nelle sezioni di commento. Soprattutto a confronto di un Palazzeschi – di solito ridotto ai «cloppete» della sua Fontana malata – che qui è reso in tutte le sue espressioni tematiche e stilistiche. Ma vale come spunto per un’eventuale versione ampliata di questa validissima e originale prova saggistica.

Se è vero che il Canone di effequ vuole essere eccentrico e provocatorio, apriamo, a riprova, l’indice di una qualsiasi letteratura italiana per il liceo. Fatta eccezione per Gadda, che da solo costituisce un’unità didattica, troviamo non più di uno o due testi di Moretti, Palazzeschi, Moravia e Morante. Ortese, Ginzburg, Arbasino, Bassani e Tondelli a volte compaiono, a volte no, e di Comisso non c’è traccia. Ma la carenza più evidente è nella rappresentanza delle autrici, non solo della prima generazione, come Aleramo, ma anche della successiva (è il caso di de Céspedes e Banti). Qualche casa editrice scolastica compensa con un volume omaggio dedicato alle scrittrici, che invia in versione digitale per l’8 marzo (!).

Le cause di queste esclusioni (parziali o totali) sono molteplici e meriterebbero una trattazione a parte. Ma, intanto, ci permettono di riconoscere in Canone ambiguo un’operazione audace: riporta all’attenzione opere che non vengono lette (e talvolta neanche ripubblicate) – tra tutte, Giochi d’infanzia di Comisso e Dalla parte di lei di de Céspedes – e spigola tra gli scritti censurati o dimenticati di autori e autrici già saldi nel pantheon della nostra letteratura: i passi tratti da Io e lui di Moravia, quasi tutta la narrativa di Palazzeschi, Lo scialle andaluso di Morante, Gli occhiali d’oro di Bassani, la prosa di Guglielminetti. Su Tondelli, cronologicamente più vicino, l’intervento di recupero è precoce, ma dimostra una certa continuità della scrittura queer nella letteratura contemporanea.

Linguisticamente, la proposta di un nuovo spettro della narrativa, che rifletta la complessità umana (perché sì, l’umanità è complessa) è coerente anche con l’uso dello schwa / ə /, giustificato nella Nota editoriale: «Siamo persuasə che sia un compito squisitamente editoriale quello di studiare e mettere in pratica una norma, in modo da diffondere non l’uso ma la consapevolezza della possibilità».

Se la costruzione di un canone risponde a domande come “quali sono i modelli da salvare?” e “che visione del mondo vogliamo lasciare?”, in questo senso è anche progetto culturale. E la proposta di Starita ed effequ, tutt’altro che sterile, potrebbe avere due effetti a lungo termine: orientare l’interesse degli editori su nuove edizioni e catalizzare la revisione dell’indice nelle prossime antologie scolastiche. La pubblicazione stessa di questo libro è una cartina al tornasole della rivoluzione che gender e culture studies portano avanti nell’analisi del testo letterario. Presto entreranno in carica giovani insegnanti, che vorranno ritrovare altri riferimenti rispetto a quelli già inclusi nei programmi scolastici attuali. A quel punto, l’antologia di Luca Starita sarà un buon supporto per individuare dove potrà aprirsi il canone e, in definitiva, per restituire una rappresentazione, in termini letterari, della società in cui abitiamo o in cui, più ottimisticamente, vorremmo abitare.