Variazioni sul tema “Dio”

Ne Il libro degli amici (1922)l’autore austriaco Hugo von Hofmannsthal scriveva che per trovare sé stessi bisogna guardare all’«incantesimo più profondo che tu abbia subito». Bisogna, cioè, fare esperienza di eventi fuori dalla nostra portata per approdare a una verità che permetta di dare un senso alla vita e di reagire alla sofferenza a cui il destino ci sottopone.

Questo è ciò che succede in Tutti i nomi di Dio, raccolta di racconti della scrittrice originaria di Pittsburgh Anjali Sachdeva, pubblicata in italiano lo scorso 20 gennaio da Codice Edizioni con la traduzione di Fabio Viola. L’autrice – laureata al prestigioso Iowa Writers’ Workshop e insegnante di scrittura creativa alla University of Pittsburgh – mostra con questa sua opera prima una grande capacità di narrazione che l’è valsa l’elogio di scrittori come Roxane Gay, Chris Offutt e il Premio Pulitzer Anthony Doerr.

In questi nove racconti, che spaziano dal gotico al fantascientifico, passando per l’on the road, il fantasy e il racconto biografico (L’uccisore di re ha per protagonista il poeta inglese John Milton – qui chiamato solo John – alle prese con la scrittura del Paradiso perduto), i personaggi – tutti di diversa estrazione sociale, nazionalità ed epoca – sono messi di fronte a grandi difficoltà, ma nonostante ciò lottano contro il proprio destino per ottenere riscatto e salvezza. Vivono, inoltre, una condizione di marginalità e isolamento: Sadie de Il mondo di notte è albina e abbandonata da tutti poiché considerata la sposa del diavolo; l’immigrato danese Henrick Van Jorgen de Il polmone di vetro viene coinvolto in un incidente con il vetro atomizzato e non riesce più respirare come una volta; John Milton de L’uccisore di re è ormai cieco e confinato nella sua stanza; le sette gemelle di Pleiadi, invece, sono isolate dagli altri perché create in laboratorio.

L’autrice fornisce una potenziale chiave interpretativa mettendo in esergo una citazione di Natura di Ralph Waldo Emerson, filosofo tra i padri del Trascendentalismo: 

«Attraversando un terreno brullo all’imbrunire, tra pozzanghere di neve, sotto un cielo nuvoloso e senza alcun particolare motivo di ottimismo nei miei pensieri, ho goduto di un momento di perfetta euforia. Sono così contento da averne quasi paura».

Tutti i personaggi devono passare attraverso dolore e smarrimento – il terreno brullo, le pozzanghere di neve e il cielo nuvoloso – per poter avvicinarsi al trascendente al «momento di perfetta euforia». Un esempio è il racconto Il mondo di notte, con cui si apre la raccolta. Dopo esser stata abbandonata da suo marito Zachary, Sadie vede nei tunnel sotterranei, dove crede di sentire delle voci umane e da cui in un primo momento non riesce a trovare una via d’uscita, il suo posto nel mondo, poiché «ognuno di quegli ambienti sotterranei ha in serbo una nuova meraviglia, e la gioia della scoperta alimenta un’audacia che non ha mai avuto nel mondo in superficie».

Lo smarrimento, dunque, è la condizione necessaria per dare una svolta alla propria vita oppure per accettarla con rassegnazione. Per il primo caso è esemplare il racconto Il polmone di vetro, dove il protagonista Henrik Van Jorgen riesce a scovare la tomba ricca di tesori di un faraone perdendosi nel deserto egiziano durante un temporale, regalando a sé stesso, a sua figlia Effie e al ricercatore Otto Freyn «la gloria che li aveva sempre elusi». La rassegnazione, invece, riguarda Robert, protagonista di Logging Lake, che dopo essersi perso in un campeggio abbandonato e destinato ai lupi comprende che una vita al di fuori di Seattle non è possibile, poiché:

«Solo l’idea di mettere un piede là fuori lo terrorizzava, avrebbe sentito freddo, e si sarebbe infastidito per la terra tra le dita dei piedi e l’appiccicosa pellicola di sudore sulla pelle. Quel pensiero lo colpì con un’acuta amarezza che subito divenne accettazione. Non aveva bisogno di un luogo come quello. Poteva vivere felice anche senza – anzi, più felice».

«I think there’s always a connection between creation and destruction, and when I read old fairy tales and mythology, it’s clear that the people who wrote those tales thought the same thing. Those stories are filled with blood and suffering and violence just as much as they are with the kind of beautiful magical salvation that the term “fairy tale” invokes in a colloquial sense. It’s important that we consider how that same principle of balance applies to the things we worship these days».

Che comporti una resa o una svolta, l’incontro con il trascendente e la consecutiva presa di consapevolezza prevede talvolta la presenza di elementi magici, arrivando persino alla creazione di nuove divinità. A questo proposito, in una sua intervista Anjali Sachdeva ha dichiarato:

Non solo distruzione, ma la sofferenza, la violenza, il dolore e l’emarginazione a cui i personaggi sono sottoposti sono elementi necessari per la manifestazione dell’elemento magico, che spesso porta i protagonisti a diventare a loro volta creatori di mondi altri. Ne L’uccisore di re, John Milton riesce a scrivere, nonostante la cecità, il Paradiso perduto grazie a un angelo – la “Musa Celeste” del proemio del poema – che darà all’opera «un’altra tonalità, un altro filo che parla in empatia col suo cuore ma con voce più stentorea». La figura del creatore si ripresenta nel racconto omonimo della raccoltadove la protagonista Promise si vendica di suo marito Karim, uno dei suoi rapitori e membro di Boko Haram, praticando la magia nera e diventando a sua volta la divinità che comanda il suo oppressore.

Oltre alla figura del creatore, Anjali Sachdeva ritrae anche quella del redentore. Ci sono personaggi, infatti, che si sacrificano per salvare gli altri e raggiungere a loro volta la salvezza. È il caso di Yvette del racconto Manus, che immola il suo corpo come Cristo per donarne i pezzi ad alcune persone mutilate dai Masters, alieni che privano gli esseri umani delle mani e le sostituiscono con delle forchette di metallo. Facendo ciò, Yvette dà agli altri la salvezza e la speranza di una vita migliore. Del, invece, protagonista di Pleiadi, sceglie di sfuggire alla morte determinata dal suo ineluttabile destino buttandosi in mare di sua spontanea volontà e fondendosi con quella stessa natura che la rifiuta, poiché:

«Diventeremo sale. Diventeremo nubi tempestose sul mare. E poi ci sarà il vuoto, da uno a sette a uno a zero nell’arco di ventitré anni. La scienza non avrà più a che fare con noi, né io con lei. Non saremo che un vuoto cosmico, un punto oscuro nel cielo dove una volta rilucevano le stelle».

Quelle che ci offre Anjali Sachdeva sono, dunque, delle variazioni sul tema “Dio”. A questo scopo, la scrittrice colloca i protagonisti in tempi e spazi diversi e propone una prospettiva narrativa prevalentemente in terza persona. Importante è, infatti, sia l’osservazione del percorso che i personaggi fanno nell’avvicinarsi alla consapevolezza della propria vita, che l’universalità di questo cammino, poiché il tentativo di riscattarsi dal proprio amaro destino attraverso la ricerca di una nuova spiritualità riguarda ogni forma di vita. Ciò che è interessante è l’uso frequente del tempo passato per dare ai racconti un’atmosfera da storia mitologica, fiabesca e – trattandosi di incontro con il trascendente e spesso di sacrificio – agiografica, tipologia di narrazione a cui Sachdeva sembra ispirarsi. Alcuni racconti, infatti, iniziano proprio come fossero fiabe, presentando i personaggi nella loro condizione di solitudine, svantaggio e smarrimento. Il mondo di notte, ad esempio, inizia così: «Sadie aveva sedici anni quando morirono i suoi genitori, e il becchino le aveva promesso uno sconto se gli avesse dato una mano». Questo, invece, è l’incipit di Robert Greenman e la sirena: «A Portsmouth, New Hampshire, viveva un pescatore chiamato Robert Greenman. Era l’ultimo di una lunga stirpe di pescatori, aveva trentatré anni ed era silenzioso e robusto proprio com’era stato suo padre».

Per dare più forza al percorso intrapreso dai personaggi, Sachdeva inserisce spesso dei flashback, che ne narrano la situazione iniziale e rendono più evidente il loro cambiamento. Rappresentare l’incidente con il vetro atomizzato di Hendrik Van Jorgen nel racconto Il polmone di vetro è necessario per capire che è proprio la sua disabilità a permettergli di compiere la scelta radicale di andare in Egitto per scovare successivamente il sarcofago con i suoi tesori. Nel racconto Tutti i nomi di Dio, invece, la scrittrice raffigura il periodo in cui Promise è prigioniera di Boko Haram insieme ad Abike, l’origine del suo riscatto e della sua vendetta. Infine, in Pleiadi si fa riferimento alla creazione in laboratorio delle gemelle – Del e le sue sorelle – per motivare come l’immolazione di Del sia una ribellione a un destino già scritto e deciso da altri (i suoi genitori), permettendo alla protagonista di diventare padrona della propria vita e, come le Pleiadi della mitologia greca, di diventare la stella che ci mostra una possibilità di riscatto. 

Tutti i nomi di Dio di Anjali Sachdeva è una raccolta di racconti che mette in luce il grande talento di un’autrice al suo esordio e che fa conoscere ai lettori l’ennesima promessa letteraria proveniente da quella fucina di talenti che sono le scuole di scrittura creativa americane. Emarginati, scienziati, streghe e scrittori sono i protagonisti di questi nove racconti e tutti godono del «momento di perfetta euforia» di cui parla Ralph Waldo Emerson, quando nella sofferenza e nella solitudine trovano la salvezza attraverso il trascendente e riescono a fronteggiare un ineluttabile destino che sembra condannarli all’impossibilità di un riscatto.