Alla ricerca del sé, tra sogno e realtà

Il Richiamo di Alma, pubblicato per la prima volta nel 1980 da Adelphi e riproposto recentemente da Cliquot, è considerato l’opera più importante di Stelio Mattioni, scrittore triestino poco conosciuto seppur apprezzato dai suoi contemporanei: quell’anno arrivò finalista al Campiello e lo stesso Italo Calvino sul Menabò ne lodò «il mondo fantastico proprio e di grande forza». 

Di lui si riporta (dagli scritti di Fiora Palazzini, ma anche dalla postfazione di Gianfranco Franchi) il carattere sfuggente e il bisogno di restare estraneo al mondo intellettuale, un outsider che continuò per anni la propria professione di impiegato, nonostante i successi letterari.

Già nell’incipit del romanzo facciamo la conoscenza del narratore, «uno qualsiasi, con la sua brava carriera impiegatizia alle spalle», tutto sommato contento della propria esistenza («pretendere di aver avuto dalla vita quello che ci meritavamo è un nonsenso, la vita è»), impegnato a raccontare un’esperienza singolare, quasi trascendentale, accadutagli nel corso della sua giovinezza, quando era uno studente universitario.

A quei tempi il narratore si sentiva fuori posto, «come un bambino ammalato», e le sue giornate erano tutte uguali, tra la villa di una famiglia percepita come estranea («eravamo ricchi, e tranne me, di quei ricchi che cercano continuamente di aumentare le loro entrate») e i pasti a casa di una zia dalla quale si rifugiava a studiare, isolandosi nella lettura. Completano il quadro qualche uscita con gli amici e l’assenza del «minimo turbamento sentimentale».

A sconvolgere questa quotidianità, «un giorno tiepido d’autunno», l’incontro con Alma, una ragazza che vede in precario equilibrio sulla balaustrata della Scala dei Giganti, e che va «da un punto estremo all’altro», guardandolo. Il narratore cerca di farla desistere. Lei, però, gli sfugge, e lui ne è subito attratto. Ipotizza che Alma abbia richiamato la sua attenzione di proposito, e l’idea di lei inizia a tormentarlo, portandolo a poco a poco a mettere in pausa la sua vita e il suo mondo, pur di inseguirla.

Il romanzo ripercorre tutti i momenti in cui il protagonista incrocia la ragazza, che appare e scompare tra le vie labirintiche di una Trieste mai nominata ma sempre evocata. Lei ha l’aspetto, i tratti e l’abbigliamento ogni volta diversi, ma per lui è sempre riconoscibile, anche grazie a un anello con pietra che Alma porta sempre al dito.

Tentando di venire a capo del mistero che aleggia attorno a questa figura evanescente e inafferrabile, che appare anche in sogno, il narratore inizia quindi a girovagare per Trieste, cercando di rintracciare l’identità di Alma, la provenienza, la ragione per cui ne sente il richiamo così forte.

Questa continua ricerca prosegue tra incontri prima fortuiti e poi fissati da Alma stessa, attraverso apparizioni, indizi e messaggi, in cui non si rivela mai completamente. Il lettore, così come il protagonista, si trova confuso ma desideroso di proseguire, e cerca di individuare il filo della vicenda, alla ricerca dei tratti di una donna che sembra quasi non esistere.

Mattioni scrive con uno stile asciutto e privo di fronzoli, narrando una storia che potrebbe sembrare ordinaria (un ragazzo in cerca di una ragazza) ma che con lo scorrere delle pagine assume tratti surreali, fantastici, a volte inquietanti, in bilico tra sogno e realtà. Anche quando l’atmosfera si fa più irreale, la lingua di Mattioni resta comunque ancorata a terra, tramite descrizioni minuziose che illustrano senza suggestionare.

La figura di Alma è appena tratteggiata, sfuggente e indecifrabile; lei non svela mai nulla di sé, ma al tempo stesso sembra sapere tutto del protagonista (gli invia lettere, messaggi criptici, gli telefona, sa dove trovarlo) e il mistero sulla sua natura si infittisce. Chi è e cosa vuole da lui?

Il racconto prosegue tra diversi luoghi di Trieste, talvolta anche molto distanti tra loro, dove Alma dà appuntamento allo studente protagonista, seguendo una logica che sfugge tanto a lui quanto al lettore.

Nel corso del romanzo compaiono altri personaggi legati alla misteriosa ragazza, e il protagonista cerca di relazionarsi con loro per carpire informazioni utili al suo scopo (si cita in particolare la figura ambigua di Lia, grazie alla quale riesce a incontrare Alma).

Tutta l’inquietudine e l’irrefrenabile trepidazione della ricerca scompaiono però quando il protagonista perde l’oggetto del desiderio. L’io narrante ripercorre con estrema lucidità il momento in cui, consapevole che non l’avrebbe mai più rivista, si è sentito improvvisamente più tranquillo, «leggero e fiducioso», sicuro di sé, e «tutto pareva diventato più semplice» perché ha capito che da quel momento avrebbe dovuto contare solo sulle sue forze.

Terminata la lettura, il mistero attorno alla figura di Alma non viene svelato, e il romanzo lascia spazio a un finale aperto a varie interpretazioni. Chi era davvero Alma?

Un’antica stele, ritrovata dal protagonista anni dopo ne riporta il nome, seguito dalla frase «Se ti ami, amami», lasciando intendere che la ricerca di Alma probabilmente altro non sia che la ricerca di sé, della propria consapevolezza, apparsa quando il protagonista si sentiva perso, al bivio, come ci si sente a volte tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta.

Ma questa non è la sola lettura possibile: Alma potrebbe anche essere una persona reale, idealizzata dal protagonista, comparsa in un momento critico e poi sparita dalla sua vita, rimanendo tuttavia indimenticabile, dopo aver instillato in lui il bisogno di muoversi, di attivarsi per perseguire un obiettivo. Il senso del libro sta nel fatto che ognuno, leggendolo, può trarne un’interpretazione a seconda delle proprie esperienze.

«Non ho altro da dire» scrive Mattioni nelle ultime righe del romanzo. «Chiunque leggerà questa storia sappia che, se quello che ho raccontato è servito ad aprirmi alla vita, non è stato certo sufficiente a farmi vivere come avrei voluto, o forse dovuto. Spero, vivamente spero, che serva di più a qualcun altro. È soltanto per questo che l’ho scritta».